L’acqua non è più un bene comune!

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Lexuar 8179
Sulla liberalizzazione, o per meglio dire privatizzazione, del sistema idrico il governo ricorre addirittura alla fiducia. Non esiste certamente un problema di numeri, ma sicuramente un problema di coscienza. Ed allora si tratta di una fiducia che sa più di sfiducia, sfiducia nei confronti di quei deputati che come la quasi totalità degli italiani è assolutamente contrario a questa liberalizzazione.

“L’acqua è un bene comune, il suo utilizzo deve rispondere a criteri di utilità pubblica. Obbligare la privatizzazione del servizio idrico, pertanto, vuol dire intraprendere la strada sbagliata. La maggior parte delle esperienze di privatizzazione di questo servizio, infatti, non hanno portato al miglioramento della qualità della risorsa, né alla diminuzione dei consumi e dei costi per i cittadini”. Così Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente ha commentato la fiducia del Governo sul decreto Salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa la liberalizzazione di quello idrico.

“Questa legge costituisce l’ennesimo attacco agli enti locali, Regioni e Comuni – ha aggiunto Cogliati Dezza – che saranno privati della possibilità di amministrare il proprio territorio, anche nella gestione di un bene primario come l’acqua, aprendo la strada ad una speculazione privata soprattutto a discapito dei cittadini. Una decisione come questa, inoltre, non tiene conto delle buone esperienze di gestione pubblica, mettendo tutti sullo stesso piano con gravi conseguenze sulla qualità del servizio offerto ai cittadini. Non si capisce, infatti, perché aziende pubbliche che, ancora oggi, garantiscono la qualità del servizio e tariffe contenute debbano ora essere obbligate a trasferire quote importanti dell’azienda a privati o addirittura a riaffidare la gestione ad altri”.
“Proseguire sulla strada della privatizzazione vuol dire che entro i prossimi quindici anni il 65% del servizio idrico dell’Europa e del Nord America sarà gestito da sole tre multinazionali. Gli interventi normativi che occorrono al nostro Paese per ripristinare su tutto il territorio nazionale un servizio idrico efficiente ed evitare speculazioni economiche e disservizi sono altri– ha concluso Cogliati Dezza -. Occorre, infatti, trovare forme innovative per rendere protagoniste le comunità locali nella partecipazione alla gestione dei servizi idrici, per vigilare sull’applicazione di un esercizio trasparente ed equo, dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. Su questi aspetti sarebbe fondamentale intraprendere scelte distinte e puntuali in base alle esigenze territoriali e non generiche, come quelle proposte dal testo di legge in questione, per evitare casi di cattiva gestione o la prevalenza di logiche di profitto a discapito della qualità del servizio e della risorsa, come le perdite idriche e la mancanza di investimenti”.

In teoria l’acqua è un bene pubblico, e tranne alcuni talebani del privato, nessuno mette in dubbio il principio. Ma qui finisce la parte facile e cominciano i problemi. Il suo consumo, infatti, non può essere gratis perché portarla fino al rubinetto costa, e parecchio. L’acqua deve essere prelevata, analizzata, controllata, in alcuni casi opportunamente trattata per renderla bevibile. Poi va trasportata per chilometri e chilometri con acquedotti che devono essere
mantenuti, sistemi di pompaggio e distribuzione che consumano energia e che a loro volta costano. Costa perfino farsela pagare l’acqua, perché ci vogliono
i contatori, una struttura per la fatturazione dei consumi e un sistema di riscossione. Una volta utilizzata per bere, per far da mangiare, per le pulizie o per
tutti gli altri usi consentiti, l’acqua deve essere se possibile recuperata, di nuovo trattata e poi ancora distribuita alle industrie.
E chi paga? I cittadini-contribuenti consumatori con una tariffa che in teoria dovrebbe coprire i costi di gestione. Ma siccome spesso i gestori dell’acqua sono soggetti pubblici, comuni in particolare, assai riluttanti ad adeguare (leggi: aumentare) le tariffe per rapportarle ai costi, in quanto si tratta di un’operazione assai poco popolare, ecco che l’affare si complica. Ma senza tariffe adeguate non ci sono quattrini a sufficienza per gli investimenti, e senza investimenti gli acquedotti e le strutture per distribuire l’acqua si deteriorano.
http://www.katerpillar.it

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Posted by on 02/05/2010. Filed under Mafia Mondiale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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