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il naso all'insù
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Antarësuar: 29 Janar 2009, 18:49
il naso all'insù, Posted 06 Shkurt 2009, 23:35
Il naso all'insù


Dicono di me che sono una stronza, egoista ed egocentrica.
Che sbaglio sempre la forma, i modi. Che comunico in modo istintivo, di pancia, senza tanto riflettere sulle conseguenze, spinta spesso dall'indignazione e da un senso della morale un po' forte, assolutamente inutile e giudicante.
Ma che cazzo vogliono, da me, tutti quanti? Io sono come sono, okay?

Ho quarant'anni, sono alta, mora, ho una bella bocca grande e tondi occhi scuri, che trucco sempre con tanto mascara nero e un ombretto sfumato grigio antracite, un po' glitteroso.
Ho il nasino alla francese.
In un impeto di rabbia, un mio ex disse che sembrava che, sotto alle narici, avessi una merda appena sfornata da un cagnaccio malato. Che volgarità, questo becero.
Per la forma del mio naso o per il mio snobismo?
Non mi interessa molto.
Tanto, lui, non mi legava nemmeno le scarpe, poveraccio. Era solo un poveraccio.

Oggi il tempo fa schifo. Umido. Questi alberi così nudi, senza un briciolo di dignità e di pudore. I marciapiedi bagnati e sporchi. Grigi il cielo e l'atmosfera.
Sbadiglio e mi rimetto a letto.
Chi se ne frega.

Penso con compatimento e senso di irritazione alle mie amiche, che si alzano alle cinque della mattina per stirare, prima di andare a rinchiudersi per otto ore in ufficio. A fare cose banali.
Mamma mia, che tristezza. Che vuoto. Ma chi glielo fa fare? E pensare che alcune di loro hanno anche una laurea.

Mi rigiro sotto al piumone, il mio preferito, quello con la Medusa, di Versace, per una mezzoretta, poi decido di alzarmi.
Faccio un bel bagno caldo, con gli oli e i sali. Scelgo una fragranza al limone.
Energizzante. E ripenso a quella bella gita che feci ad Amalfi insieme ad Ambrosia.
Ci divertimmo. I ragazzi, per strada, ci offrivano i limoni e le arance, facendoci tanti complimenti con quell'accento fastidioso.
Passammo una settimana in completo relax, fra passeggiate in centro e copiose coppe di Champagne.
Povera Ambrosia. Era già malata. Morì cinque mesi dopo di tumore, a soli 35 anni. E pensare che era salutista, faceva tanto sport, mangiava sanissimo. Che grossa fregatura, cazzo!

Che noia. Nessuna delle mie amiche è disponibile per una passeggiata in centro. Hanno tutte troppo da fare. O lavorano, o hanno i figli piccoli e sempre catarrosi. Mio Dio, che pizza, questi ragazzini. Sempre fra i piedi. Non c'è più modo di starsene un po' in pace a passare una serata fra donne.
Da quando si sono sposate e hanno messo su famiglia, sono diventate sciatte, tristi, perfino noiose.
Non si può parlare di niente che trovano sempre il modo di infilare nella conversazione qualche fantastica perla riguardante i loro mocciosi.
La cacchina santa, la divertentissima bolla con la saliva, il tenero gesto di porgere alla mammina una caccolina.
Ma per favore.

Mi preparo una spremuta di arancia, mentre accarezzo la mia gatta persiana,
Coco Chanel. Bella, morbida, color crepuscolo. Quel grigio azzurro che...

Chi cazzo è che rompe le palle a quest'ora, di prima mattina? Ah, è il postino. Possibile che suoni alle dieci e mezza? Ma non passavano verso mezzogiorno?

Passo in rassegna il guardaroba. Scelgo un tailleur pantaloni semplice, color cipria, di Armani, abbinandoci un paio di decolletè in nuance. Mi avvolgo in una mantella di lana color panna, prendo la borsa ed esco, passandomi prima un tocco di gloss lucido sulle labbra, sorridendomi allo specchio a forma di sole, appeso alla parete dell'ingresso. Lo presi a Marrakesh un paio di anni fa.

Io sono libera e single. Sono free lance, mi occupo di moda e dispongo del mio tempo come mi pare e piace.

Giro per le vie del centro, mi siedo ad uno dei tavolini di quella bella pasticceria ricavata dal piano terra di un palazzo storico.
I soffitti a volta, in mattoni, l'arredamento stile Decò.
Apro la mia rivista preferita e ordino un caffè macchiato con un tartufo al cioccolato fondente.
Mi coccolo, io. Mica mi trascuro come quelle. Che poi, i loro mariti, vorrebbero scoparmi tutti.

Ma io ho la mia morale, eh, non rubo certo gli uomini delle altre. Anche perché non ce n'è uno che meriti.
La mia coccolosa petit déjeuner viene disturbata da una lagna insistente e fastidiosissima.
Alzo gli occhi.
C'è un bambino rom, avrà 7 anni. E' sporco, vestito malissimo, con i capelli appiccicosi e le guance incrostate di lacrime asciutte.
Il mio moto di rabbia, non so come, si placa all'istante.
Lo guardo. Lui mi guarda, con quegli occhi tristi e liquidi. E rossi. Sembra che abbia la congiuntivite, forse anche la febbre.
Gli do 2 euro, ma lui scuote la testa.
Mi chiede se posso regalargli una brioscina, che ha fame.
Dentro di me, mi incazzo.
Non gliela compro, ma mi alzo e faccio per uscire, lasciando sul tavolo il caffè a metà. Pagherò domani, tanto, lì, io sono di casa.
Sulla porta mi volto. E lo guardo.
E' ancora là. E mi guarda.
Lo osservo bene.
Oltre la cortina di sudicio, mi accorgo che è un bambino veramente molto bello.
Torno indietro, mi avvicino a lui.
Mi abbasso alla sua altezza e gli sorrido. Gli chiedo come si chiama.
Florian, mi dice. Ha anche un bel nome. Non so se sia vero, che si chiama Florian, ma suona bene.
Mi prende un morso alla bocca dello stomaco, un po' più su, al cuore.
Mi guardo intorno.
Le signore in pelliccia che bevono il tea. I manager incravattati che addentano qualche tramezzino.
All'improvviso, mi sembra che quelle vecchiacce siano ricoperte da cadaveri di animali scuoiati urlanti e che gli uomini abbiano un cappio al collo.

Dove sono le gocce? Porca puttana, mi tremano le mani e inizio a sentire quel familiare senso di bruciore che dal petto mi sale alla gola, pronto ad esplodere in un turbine di affanno e terrore. Cerco disordinatamente nella borsa, trovo le gocce di tranquillante e ne butto giù una ventina, direttamente dalla boccetta. Devo uscire da lì, devo...

_ Signora, che hai? _
La vocetta di Florian mi scuote. Lo guardo, con gli occhi sgranati. Li sento come se mi uscissero dalle orbite.
_ Eh? _ Balbetto.
_ Signora, che hai?_ Ripete, arretrando di un passo.
Mi prende una botta di avventatezza. Lo prendo per mano, afferro quella manina ambrata e mi precipito fuori.
Mi avvio velocemente lungo il marciapiede. Non voglio andare da nessuna parte, solo respirare un momento.
Sento dietro di me una donna che urla, incazzata ed impaurita, ma la voce mi arriva come se fossi in un sogno.
_ Che cazzo fai?!_ Mi grida in faccia, parandosi davanti a me, allargando le braccia.
La osservo, da capo a piedi e, quasi di colpo, torno in me.
_ Lascia mio figlio subito, hai capito?! Stronza!_
Mi sale una rabbia cieca e la aggredisco verbalmente.
Litighiamo, in mezzo di strada.
Tutta sudata, mi tiro indietro i capelli bruscamente con una mano e mi resta in mano una grande ciocca delle extenscion.
La donna mi guarda interdetta e scoppia a ridere, gettando la testa all'indietro, a bocca spalancata. Una risata schietta, cristallina.
Ha dei denti bellissimi.
Guardo la mia mano con questi cazzo di capelli impigliati fra le dita e li getto in terra nervosamente. Lei continua a ridere, con le lacrime agli occhi.
Sento il labbro tremare, un frizzio nel naso, gli zigomi che si alzano.
Mi ritrovo a ridere anche io, a crepapelle.
Ride anche Florian.
_ Dai, venite._ Dico.
Rientriamo in pasticceria e ci sediamo tutti e tre ad un tavolino.
Si chiama Anjushka, vengono dai Balcani, ma non mi dice da dove.
Potrebbe fare la modella. E anche il bambino. Certo, se si dessero una ripulita.
_ Senti. Vuoi guadagnarti dei soldi?_ Chiedo.
_ Guadagnare?_
Alzo gli occhi al cielo.
_ Sì, sì, lavorare e guadagnare._
Le spiego rapidamente chi sono e cosa faccio.
Lei addenta una pasta e, masticando a guance piene, guarda fuori dalla vetrina.
_ Allora? _ Incalzo.
Si stringe nelle spalle. Inizio a spazientirmi.
Le lascio il mio numero di telefono, nel caso ci pensasse, mi alzo a pagare e torno a casa.

Una settimana più tardi, Anjù, Florian ed io, siamo a Milano.
Bionda, in tuta da ginnastica, con i suoi guizzanti occhi verdi, Anjù sembra nel paese dei balocchi. Florian la tiene stretta per mano. Hanno paura.
Tutti girano come impazziti intorno a loro, parlando all'unisono.
Sciarpe, cappelli, rossetti, spazzole e pettini, ombretti e fard, gonne longuette, abiti di strass, tacchi, spille, luci, suoni colori...

Un vortice di apparente follia e futilità.

Un anno dopo, Anjù sfila in passerella. Florian va finalmente a scuola.

Ed io, io probabilmente sono sempre la solita stronza.
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