Visto che del Albania si sà molto poco. Abbiamo pensato a creare un angolo dove porteremo la storia nostra,la lingua, la musica. l'arte ecc.
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La persecuzione in Albania
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
La persecuzione in Albania, Posted 26 Shkurt 2009, 05:21
Imazh
La storia dell'Albania è quella di un modello radicale di comunismo che ha completamente distrutto l'uomo e il sistema economico nazionale. La ristrettezza del Paese, i suoi scarsi contatti con l'esterno, il nazionalismo, hanno consentito al dittatore Enver Hoxha di costruire una società comunista integrale, quasi un laboratorio di sperimentazione collettivista. Hoxha ha incarnato un messianismo nazionalcomunista che ha impregnato la vita albanese per oltre quarant'anni. Il controllo su tutte le manifestazioni di vita è stato fortissimo, crudele. Si pensi che all'inizio degli anni Ottanta c'erano circa quarantamila persone detenute nei campi di concentramento, quasi l'1,5 per cento della popolazione. Le conseguenze di questa follia sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Generazioni di albanesi sono cresciuti nel terrore più spietato, in un sistema che ha messo uno contro l'altro.

L'Albania ha raggiunto un livello di repressione probabilmente ignoto agli altri regimi comunisti proprio sulle questioni religiose. In Albania la vita religiosa è stata sottoposta a durissime pressioni fino alla realizzazione dell'ateismo "ufficiale" con il divieto, proclamato nel 1967, di ogni manifestazione di culto. I gerarchi del partito comunista si compiacevano di affermare che l'Albania fosse divenuto "il primo Stato ateo del mondo". Nella costituzione, approvata nel 1976, si legge: "Lo Stato non riconosce alcuna religione e appoggia e svolge la propaganda ateista al fine di radicare negli uomini la concezione materialistico-scientifica del mondo". Eliminando Dio dalla storia, per decreto oltretutto, quei dittatori hanno compiuto un atto gravissimo contro il loro popolo. Lo dimostrano le conseguenze che gli albanesi stanno pagando anche dopo il crollo del regime.

Il cosiddetto "bando di Dio" dalla società albanese, avvenuto nel 1967, fu l'esito finale di una lunga e feroce persecuzione antireligiosa che a partire dal 1945 ha colpito i cattolici insieme con gli ortodossi e i musulmani. L'11 gennaio 1946 l'atto di proclamazione della repubblica popolare dichiarava la separazione della Chiesa dallo Stato, come in Unione Sovietica all'indomani della rivoluzione del 1917. Il cattolicesimo aveva dato un'impronta decisiva all'identità nazionale. L'opera di liquidazione della Chiesa è stata impressionante. I comunisti albanesi, con sistemi sbrigativi, hanno letteralmente massacrato e distrutto tutti e tutto. I Pastori sono stati colpiti con violenze inaudite. Tutte le chiese sono state distrutte, chiuse o adibite ad altri usi, persino palazzi dello sport. Al comunismo sono sopravvissuti trenta preti che hanno conosciuto tutti la detenzione.

L'Albania comunista era diventata, per i cristiani e anche per tutti gli abitanti, come un grande campo di concentramento dove la vita personale si svolgeva sotto ferree regole e un controllo inflessibile. Nel segreto della vita familiare continuava qualche tradizione religiosa, ma sempre nel pericolo perché il regime esercitava un forte controllo. I figli, specie nelle scuole, erano invitati a denunciare le attività "antisocialiste" e religiose dei propri familiari. La persecuzione così violenta è durata molto più a lungo che negli altri Paesi comunisti, praticamente sino alla fine del regime. Rappresenta forze il capitolo più paradossale e atroce di tutta la politica antireligiosa dei regimi comunisti nell'Est europeo. In Albania la ferocia si è unita con una ottusità culturale particolarmente impressionante dando vita così ad una repressione implacabile.

Un elemento grottesco, ma di inquietante simbologia per l'Albania, sono ancora adesso gli orridi "bunker" che dominano il paesaggio in tutto il Paese. Sono piccole fortificazioni di cemento delle quali emerge nei campi e nei prati solo un pezzo di superficie emisferica con due feritoie. Pare che nessuno abbia mai contato questi "bunker" con precisione, ma ce ne sono - dicono - oltre un milione. Sono i monumenti di un regime che, nella sua ossessionante pretesa di minacciare tutto e tutti, ha seminato il terrore a piene mani insegnando solo ad odiare. Dentro i "bunker" i soldati dovevano sparare contro chissà quale invasore. Ovviamente non sono mai stati usati e tutto quel cemento poteva essere destinato ad opere sociali certo più utili. Oggi nei "bunker" più grandi, quelli allestiti per i carri armati, la gente si ritrova per la Santa Messa. È la rivincita della storia.

Nonostante il velo di morte steso in tutta l'Albania non si è mai spenta la luce accesa dalla donna albanese più famosa: Madre Teresa (1910-1997). Se questa esile religiosa ha indissolubilmente legato il suo nome alla città indiana di Calcutta è vero che è nata a Skopjie e non ha mai dimenticato le sue radici albanesi. Il regime comunista le ha però sempre impedito di tornare a casa per riabbracciare la mamma e la sorella. Madre Teresa, nel 1993, ha avuto la grazia di accompagnare Giovanni Paolo II che, nel suo pellegrinaggio in Albania, ha ricostituito la gerarchia albanese falcidiata dalla persecuzione. Per la sua gente Madre Teresa è stata sempre un grande segno di speranza e un incoraggiamento a resistere. Tutti - non soltanto i cattolici - riconoscono in lei la "bandiera" che ha continuato a sventolare anche negli anni bui della tragedia comunista.

Anton Luli (morto nel 1998) e Mikel Koliqi (morto nel 1997) sono le due figure di sacerdoti cattolici albanesi perseguitati più conosciute. L'elenco, in realtà, sarebbe lunghissimo perché tutti i presbiteri, nessuno escluso, hanno conosciuto il carcere e solo pochi sono sopravvissuti. Luli e Koliqi hanno potuto assistere al crollo del regime comunista e testimoniarne la ferocia. Il primo, gesuita, era già stato dato per morto tanto che qualcuno aveva persino pensato di avviare il processo di canonizzazione. Quando ebbe la possibilità di tornare libero, nel 1989, Padre Luli riprese la sua attività di sacerdote con vigore. "Mi sono preparato nella preghiera nei miei 42 anni di carcere" diceva sorridendo. Koliqi è stato creato Cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. "E' un segno di amore del Papa per tutta l'Albania e ha scelto me non per i miei meriti, ma perché gli altri confratelli sono morti tutti" confidava.

Nel clero e nel laicato cattolico il regime comunista vedeva due categorie di oppositori e certamente a questa ferocia non fu estranea la constatazione che il mondo cattolico era culturalmente e intellettualmente molto elevato. Non è un caso che tra i più grandi letterati del Paesi ci sono, da sempre, numerosissimi sacerdoti. Colpire la Chiesa cattolica significava dunque anche annullare la tradizione per far posto alla "nuova ideologia". Con rabbia vennero annientati i centri di istruzione. Stando alle notizie raccolte dai gesuiti, in questa "rete" di martiri sarebbero caduti in Albania 5 Vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10 seminaristi e 8 suore. L'elenco non è completo e mancano, oltretutto, i laici. Tante altre persone consacrate sono state duramente perseguitate ma non uccise, come, ad esempio, Padre Giacomo Gardin, Padre Gjergi Vata e il Vescovo Frano Illia.
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La persecuzione in Albania, Posted 26 Shkurt 2009, 05:22
Albania: una chiesa martire che risorge

Testo integrale del Comunicato del Vescovo ausiliare di Scutari, mons. Zef Simoni, che annuncia l'avvenimento in occasione dell'apertura del processo canonico per la beatificazione di 40 Servi di Dio della Chiesa albanese: il francescano padre Luigj Paliq, ucciso in Kosovo nel 1913; don Gjon Gazulli, impiccato in una piazza di Scutari nel 1927; altre 38 vittime del periodo della dittatura comunista 1945-1990.

Rendiamo grazie alla Santissima Trinità!
Ringraziamo il Signore per la Chiesa Cattolica che è in Albania, che sta per vivere in questi giorni un grandissimo evento: l'apertura del processo canonico diocesano per la beatificazione di 40 Servi di Dio, in occasione della venuta in Albania di Sua Eminenza il Cardinale Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli.
Il Cardinal Sepe il 9 novembre 2002 consacrerà la nuova Cattedrale di Rrëshen (Mirditë).
Il 10 novembre 2002, celebrerà la Santa Messa nella Cattedrale di Scutari e subito dopo sarà avviato il processo per due sacerdoti: padre Luigj Paliq, O.F.M., ucciso in Kossovo nel 1913, e don Gjon Gazulli, impiccato in una piazza di Scutari nel 1927; insieme ad altre 38 vittime del periodo della dittatura comunista 1945 - 1990. Tutti versarono il loro sangue per amore del Signore Gesù e del prossimo, perdonando con tutto il cuore i loro uccisori.

Don Lazër Shantoja fu torturato e gli furono amputati mani e piedi; al vederlo ridotto così sua madre esclamò disperata: "Compro io il proiettile per ucciderlo, ma non lasciatelo più in queste terribili condizioni". E mentre costui veniva fucilato a Tirana, nella capitale dell'Albania, un altro sacerdote, don Ndre Zadeja, veniva fucilato nella vecchia e storica città di Scutari, centro del cattolicesimo e della cultura albanese.
In seguito furono fucilati padre Giovanni Fausti e padre Daniel Dajani, gesuiti; padre Gjon Shllaku O.F.M., il seminarista Mark Çuni, i signori Gjelosh Lulashi, Qerim Sadiku e Fran Mirakaj e padre Anton Harapi, Superiore Provinciale dei Frati Minori.
In seguito Padre Mati Prendushi, guardiano del convento San Francesco di Gjuhadol, Scutari.
L'arcivescovo di Scutari, Mons. Gaspër Thaçi e l'arcivescovo di Durrës, Mons. Vinçenc, padre Çiprian Nika, vennero accusati calunniosamente di aver nascosto le armi sotto l'altare di Sant'Antonio nella loro chiesa.
Il clero cattolico si distinse per la sua fede, il suo patriottismo e la sua cultura. A p. Prendushi la dittatura propose di separarsi dalla Santa Sede di Roma per fondare la chiesa nazionalista. Tutti rifiutarono con coraggio tale proposta. La stessa proposta fu fatta anche a Mons. Frano Gjini, Vescovo e Delegato Apostolico, il quale rispose fermamente: "Mai separerò il mio gregge dalla Santa Sede".Mons. Gjini fu fucilato nel 1948 e può essere paragonare al Cardinale Fiscer ed a Thomas Moore.
Nessun sacerdote accettò lo scisma, e questo scatenò la reazione che portò all'imprigionamento di circa 170 sacerdoti.
Ecco alcuni esempi di torture subiti dai sacerdoti.
Padre Benardin Palaj morì sotto le torture, e morì a causa del tetano, nel convento dei Francescani, trasformato in carcere, dove si trovavano più di 700 detenuti.
Don Lekë Sirdani e don Pjetër Çuni morirono immersi con la testa in giù nel pozzo nero.
Don Alfons Tracki e don Zef Maksen, sacerdoti tedeschi, furono fucilati.
Padre Serafin Koda diede l'ultimo respiro con la laringe tirata fuori dalla gola.
Papa Josif, sacerdote cattolico di rito bizantino, caduto stremato nella palude di Maliq, fu sepolto vivo nel fango.
A don Mark Gjani chiesero di rinnegare Cristo, e la sua risposta fu: "Viva Cristo Re!". Fu ucciso e il suo corpo dato in pasto ai cani.
Don Mikel Beltoja fu torturato nella sala del processo, fatto a porte chiuse. La polizia lo ferì gravemente con i punteruoli e dopo alcuni giorni venne fucilato.
Dopo questi atti cominciò una terribile propoganda culturale anticlericale e antireligiosa con la cosìddetta "lotta di classe". In tutte le istituzioni e in tutte le conferenze, lezioni, discorsi e conversazioni si propagandava che Dio non esisteva e che la religione era illusione e sfruttamento.
Il 6 febbraio 1967, il dittatore diede inizio alla "rivoluzione culturale cinese". Tale rivoluzione si estese con la medesima intensità e ferocia, specialmente contro la Chiesa, anche negli angoli più sperduti del paese.
Furono chiuse tutte le chiese insieme alle moschee!
La Cattedrale di Scutari fu trasformata in Palazzetto dello Sport. Proprio a Scutari, durante un congresso, il dittatore parlò contro Dio e contro la Chiesa cattolica.
La chiesa francescana di Gjuhadol fu trasformata in cinema.
Il Santuario della Madonna del Buon Consiglio, presso il Castello "Rozafa" di Scutari, fu distrutto.
La chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Tirana fu trasformata in cinema.
La chiusura della chiesa di Lezha avvenne il 26 marzo 1967, proprio nel giorno di Pasqua.
Il Santuario di Sant'Antonio di Laç Kurbini fu distrutto e al suo posto fu costruito un campo militare.
La piccola chiesa di Laç Vau i Dejës, del XIII secolo, di inestimabile valore, fu distrutta con la dinamite.
Le altre chiese che non furono distrutte furono trasformate in granai, sale di cultura, tribunali, stalle, officine…
Non si vedevano più sacerdoti in giro.
Si facevano controlli da per tutto, si frugava persino nei bauli del corredo delle donne.
Il 10 luglio 1968 fu inaugurata nella città di Scutari esposizione ateista: "Sul ruolo retrogrado della fede".
La persecuzione culminò nel 1967, quando l'Albania si proclamò "stato ateo".
Questa situazione terribile continuò fino al 4 novembre 1990, giorno che segnò l'apertura della nuova epoca della religione e della professione della fede, con una santa Messa al cimitero cattolico di Scutari.
Questa data fu seguita da altri eventi felici:
1. la visita di Madre Teresa di Calcutta
2. l'apertura della Nunziatura Apostolica a Tirana;
3. la visita del Santo Padre, Giovanni Paolo II;
4. la costituzione della gerarchia ecclesiastica;
5. l'apertura del seminario interdiocesano "Madonna del Buon Consiglio";
6. la venuta di molti missionari dalle Chiese sorelle.

L'inizio del processo canonico per la proclamazione di questi "Servi di Dio", uccisi per la fede, ha un valore molto importante e significativo per la nazione albanese, poiché i santi e i martiri non sono soltanto mediatori tra Dio e l'uomo, ma anche modelli cui ispirarsi per dare un volto nuovo e un futuro a questo popolo che ha molto sofferto.
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La persecuzione in Albania, Posted 26 Shkurt 2009, 05:25
"Hanno voluto uccidere Dio"
La persecuzione contro la Chiesa Cattolica in Albania (1944 - 1991)

Presentazione di P.Ernesto Santucci s.j. al libro di Didier Rance
Imazh
"La storia non aveva ancora conosciuto ciò che accadde in Albania�" � " Così, cari albanesi, il vostro dramma deve interessare tutto il continente europeo: è necessario che l'Europa non dimentichi" (Giovanni Paolo II).

Alla morte di Padre Luli, mio confratello, trovai questo libro nella edizione originale in lingua francese, sulla sua scrivania. Gli era stato donato dall'autore, che tempo prima lo aveva intervistato, e c'era un segnalibro fermo sulle prime pagine. Dopo averlo scorso, mi era sembrato molto interessante, ma poi l'avevo riposto tra gli altri libri, nello scaffale.

È stata l'insistenza di una carissima amica, che qui pubblicamente ringrazio, la professoressa Elvira Martino Di Carlo, a spingermi a consegnarglielo perché lo potesse tradurre. Ed ecco l'impresa è terminata e, grazie all'interessamento dell'amico Antonio Lombardi, il volume vede la luce in edizione italiana. Un pensiero di ringraziamento rivolgo anche al giovane Luigi Pastoressa che ha curato la parte editoriale.

Sono ormai sedici anni che vivo in terra albanese. Nei primi anni di permanenza a Tirana ho sentito tante persone raccontare ciò che era accaduto negli anni precedenti. Tutto "in presa-diretta", direttamente dai protagonisti o da coloro che avevano visto o sentito raccontare gli orrori degli anni trascorsi, in cui in nome del marxismo-leninismo erano state sacrificate tante vite umane.

Ritengo anche ora, dopo tanti anni, che sia molto importante, fondamentale, direi, portare a conoscenza degli italiani quelle pagine di storia che si sono avvicendate per la durata di quasi cinquant'anni a pochi chilometri da noi, sull'altra sponda dell'Adriatico, e di cui ben pochi hanno avuto sentore. Un muro impenetrabile era stato eretto, muro che ha reso l'Albania un immenso carcere.

Oggi, in Italia, più che conoscere l'Albania si conoscono, o si crede di conoscere, gli "albanesi". Un luogo comune, uno stereotipo ben radicato, li vuole "brutti, sporchi e cattivi", inaffidabili, protettori di prostitute, spacciatori di droga, rapinatori, violentatori, trafficanti di armi. Ma è finito da un pezzo il periodo dei "gommoni" che scaricavano sulle coste pugliesi un popolo di disperati che, col miraggio del guadagno facile, tentavano il tutto per tutto, molto spesso rischiando o perdendo la vita. Ormai questa è preistoria. Attualmente gli albanesi che vivono in Italia sono dotati di regolare permesso di soggiorno, sono bene inseriti, lavorano in ogni campo, dall'agricoltura all'edilizia, e con il frutto del loro lavoro aiutano parenti e familiari in terra albanese.

Questo volume ci aiuta a ricordare da dove vengono, questi uomini. Quali cicatrici conservano nelle loro anime, quali ricordi incancellabili restano per sempre nei loro cuori. Vengono da una nazione con una storia sempre molto travagliata, storia che ha avuto il colpo di grazia cadendo, nell'ultimo dopoguerra, sotto una dittatura spietata e crudele, stupida e malvagia, che ha ridotto uomini e donne a vivere come in un gigantesco lager, dove tutto doveva essere funzionale al "Partito del lavoro", una divinità mostruosa cui sono state sacrificate migliaia e migliaia di vittime.

In questi anni si sta stendendo un velo pietoso - di oblio - su quello che è stato il fenomeno del comunismo in Europa e nel mondo. È bene, invece, alzare il velo per conoscere e ricordare, affinché certe atrocità non si ripetano mai più. Ed è bene conoscere la storia di tanti uomini, laici e religiosi, vescovi e sacerdoti, le cui vite sono state barbaramente sacrificate.

Questo libro deve farci riflettere. Alcuni di questi uomini che hanno avuto il coraggio di non tacere, di opporsi alla marea crescente della disumana dittatura, tra breve, lo speriamo, riceveranno il riconoscimento ufficiale della Chiesa e saranno inseriti nel catalogo dei numerosissimi martiri che la fede cristiana genera in ogni periodo della storia.

Un elenco di quaranta nomi: vescovi, sacerdoti, diocesani, francescani, gesuiti, laici, tra cui anche una donna. Elenco che riportiamo di seguito.

Ma meritano di essere ricordate tutte le altre vittime senza nome, conosciute e sconosciute, cristiane o appartenenti ad altre confessioni religiose. Anche per il sacrificio di tutti costoro possiamo dire oggi di essere uomini liberi!

In attesa di Beatificazione:
Mons. Vinçenc Prendushi,
Mons. Franco Gjin,
Mons. Jul Bonati,
Don Alfons Tracki,
Don Anton Muzaj,
Don Anton Zogaj,
Don Dedë Maçai,
Don Dedé Malaj,
Don Dedé Plani
Don Ejëll Deda,
Don Jak Bushati,
Papa Josif Mihali,
Don Jozef Marksen,
Don Lazër Shantoja,
Don Aleksandër Sirdani,
Don Luigj Prendushi,
Don Marin Shkurti,
Don Mark Xhani,
Don Mikel Beltoja,
Don Ndoc Suma,
Don Ndre Zadeja,
Don Pjetiër Cuni,
Don Shtjefën Kurti,
P. Bernardin Palaj ofm,
P. Cyprian Nika ofm,
P. Gaspër Suma ofm,
P. Gjon Shllaku ofm,
P. Karl Serreqi ofm,
P. Mari Prendushi ofm,
P. Serafin Koda ofm,
P. Daniel Dajani sj,
P. Giovanni Fausti sj,
Fr. Gjon Pantalia sj,
Semin. Mark Çuni,
Fran Miraka,
Gjelosh Lulashi,
Qerim Sadiku,
Maria Tuci,
P. Luigj Paliq,
Don Gjon Gazulli.
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La persecuzione in Albania, Posted 26 Shkurt 2009, 05:27
Padre Giovanni Fausti
(1899 - 1946)
Imazh

di Giorgio Silvestri

Fu in un triste pomeriggio dell'autunno 1943 che incontrai per la prima volta Padre Giovanni Fausti. Lavoravo allora all'ospedale generale di Tirana. Alcune suore mi avevano chiesto di trovare al più presto un sacerdote gesuita per amministrare gli ultimi sacramenti a un morente. Subito corsi alla residenza della Compagnia di Gesù in città, in cerca del P. Fausti, il quale per combinazione mentre io chiedevo di lui in portineria, stava proprio uscendo. Non appena ebbe sentito la mia richiesta inforcò la sua bicicletta per precipitarmi all'ospedale. Quando anch'io fui di ritorno, le suore mi chiesero chi fosse quello straordinario sacerdote che mi aveva preceduto, esprimendo per lui ammirazione e profondo rispetto. Risposi di sapere soltanto che era l'ex rettore del seminario pontificio di Shkodra (Scutari) e che si era trasferito nella residenza dei gesuiti di Tirana da qualche settimana. Tuttavia la prontezza con cui aveva risposto alla mia richiesta e il grande interesse umano dimostrato per il morente mi fecero capire che si trattava di un uomo dalle qualità eccezionali.

Questo fu l'inizio dei miei contatti con lui. Da quel giorno diventammo sempre più amici, specialmente perché tutti e due nutrivamo grande preoccupazione per la tragica situazione in cui si trovavano in quei tempi tristi gli italiani d'Albania e gli stessi albanesi. Inoltre cominciai ad andare da lui regolarmente per la confessione e questo di per sé dà la misura della potente influenza che la forza della sua serenità esercitò su di me. E fu così che ebbi il privilegio di conoscere sempre meglio quest'uomo dall'animo nobile e dal cuore grande e semplice, le cui qualità si rivelarono a tutti durante gli eventi tribolati che seguirono.

Nel tormentoso periodo dopo il 1943, per gli italiani e per altri senzatetto, perseguitati e maltrattati, ammalati e denutriti, privi di alcuna possibilità di rimpatrio, P. Fausti rappresentò un rifugio sia materiale che spirituale. Egli si dimostrò un vero padre, amico, consigliere, avvocato e protettore per tutti coloro che ne avevano bisogno. In ogni modo possibile cercò di aiutare fisicamente e moralmente quelli che invocavano il suo aiuto.

Dato che era italiano di nascita, era naturale che desiderasse soccorrere i compatrioti, ma il suo cuore era ugualmente sensibile alla situazione critica della popolazione locale a cui rispose come uomo e come sacerdote. Ben presto avrebbe servito gli albanesi come testimone della Fede.

P. Fausti lasciò un ricordo indelebile non solo a me, ma anche ai miei compagni. Noi tutti ricordiamo le sue opere di incoraggiamento e i suoi sforzi a favore degli affamati e degli indifesi. Lo ricordiamo anche durante i disordini del 1944 quando fu gravemente ferito dai nazisti mentre tentava di condurre alcuni albanesi nel santuario della chiesa dei gesuiti. Lo abbiamo sempre visto tranquillo, deciso e soprattutto sereno. Durante tutta la sua vita di azione e di studio conservò sempre una gioia infantile e una semplicità di cui faceva mostra perfino quando giocava a carte o a bocce con i confratelli o con uno di noi.

P. Fausti era nato il 19 ottobre 1899 a Brozzo, in provincia di Brescia, nell'Italia settentrionale. Entrò nell'Ordine dei gesuiti come studente e si laureò summa cum laude in filosofia e teologia all'università Gregoriana di Roma. Insegnò in Italia (Milano e Torino) nonché in Albania, dove giunse come scolastico [gesuita nel periodo della formazione, n.d.r.] e dove poi diventò professore e rettore del seminario pontificio di Shkodra. La sua vita intensa ed esemplare, il suo vasto patrimonio culturale e la sua viva sensibilità per le sofferenze e i bisogni altrui avevano sempre stupito coloro che lo conobbero e lo ebbero come amico. La gente restava affascinata dalla sua intelligenza e semplicità e capiva che lo guidavano una mente serena, libera da pregiudizi, e un'anima ardente in sintonia con gli ideali apostolici della bontà e della pace. Vederlo incedere verso l'altare così sereno e dignitoso colmava il cuore dei presenti di una devozione fervida e ardente.

Alla fine del novembre 1944, i tedeschi furono costretti a ritirarsi dall'Albania, lasciando campo libero ai comunisti albanesi (con l'aiuto anglo-americano) di installarvi il loro governo, sotto il controllo della Jugoslavia. Ben presto i comunisti diedero inizio a una campagna ispirata dai propagandisti russi e jugoslavi per screditare il clero cattolico. Col tempo, ciò che era stato solo una calunnia si trasformò in aperta persecuzione e i gesuiti furono i primi ad essere attaccati. Allora P. Fausti (1945) era già vice-provinciale della Compagnia in Albania. Nello stesso anno, il 31 dicembre, lui e P. Daniel Dajani, rettore del seminario pontificio e del St. Xavier's College (Saverianum), furono accusati di svolgere attività anti comunista e arrestati. Denunce di propagandismo furono rivolte specialmente contro P. Fausti allo scopo di farlo apparire agli occhi della popolazione come un politicante traditore della nazione asservito agli occidentali e spia del Vaticano. L'intento reale dell'attacco tuttavia era di eliminare una persona che rappresentava un ostacolo sulla via del dominio assoluto del regime comunista ateo in Albania.

Consapevole della gravità del momento, P. Fausti poteva prevedere il suo destino, ma senza perdersi di coraggio e sapendosi innocente affrontò la sentenza con forza quasi divina. Fu picchiato e umiliato e non si lamentò e ribellò mai, anzi rispose con parole di perdono e di benedizione. Accettò la condanna a morte con la serenità del forte e del giusto che morendo sa di trionfare sulla debolezza dei suoi oppressori.

Il 4 marzo 1946, prima dell'alba, P. Fausti e i suoi compagni condannati con lui furono trasportati in furgone in una località dietro il cimitero cattolico di Shkodra. Invitato a esprimere le ultime volontà, il gesuita con voce chiara e vibrante disse: "Sono contento di morire nel compimento del mio dovere. Viva Cristo Re" Dopo aver pronunciato anche loro le ultime parole, i suoi sette compagni levarono all'unisono la voce in lode di Dio e della madre patria, esclamando: "Viva Cristo Re! Viva l'Albania!" Poi i fucili lasciarono partire le scariche. Il cielo di Shkodra si inumidì e la rugiada del mattino parve il pianto gentile di pena e di dolore di fronte al tremendo spettacolo: il sangue dei martiri che scorreva e intrideva quella fangosa terra albanese che il gesuita tanto aveva amato.

Il popolo accorse e alcuni si inginocchiarono accanto al martire, altri cercarono di strappare un pezzetto di stoffa dei suoi abiti per conservarlo come reliquia, ma i calci dei fucili dei soldati li cacciarono via. Dopo un paio d'ore, i corpi furono gettati in una fossa comune. La gente albanese chiama devotamente quel campo dietro il cimitero cattolico di Shkodra il "cimitero dei martiri".

Con il suo comportamento e il suo coraggio, P. Fausti dimostrò ai cristiani e ai musulmani d'Albania che coloro che credono in Dio e nella vita eterna e non sono schiavi dei piaceri di questo mondo, sono in grado di affrontare la morte con serenità e coraggio.
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Dalla memoria dei martiri la nuova Albania, Posted 26 Shkurt 2009, 05:28
Dalla memoria dei martiri la nuova Albania

Il Paese delle Aquile riscopre la sua storia di fede per affrontare le sfide del presente E premia don Oreste Benzi per la sua lotta contro la «tratta umana». Il vescovo di Sapë, Dodë Gjergji (attualmente vescovo di Prizren, Kosovo): «Segni di speranza per tutta la società» l’evento. Dalle persecuzioni dell’impero romano alle vittime del regime comunista: oggi a Blinisht il cardinale José Saraiva Martins consacrerà una chiesa dedicata ai «testimoni della fede»

di Lorenzo Rosoli

I martiri cristiani dei primi secoli, vittime delle sanguinose persecuzioni dell'impero romano. I «testimoni della fede» immolati sull'altare dell'ateismo di Stato da una delle dittature più spietate del XX secolo, il regime comunista di Enver Hoxha.
E poi: le ragazze ridotte in schiavitù dal business della prostituzione dopo la caduta del regime, con tutta la loro voglia di riscatto e la fattiva solidarietà di quanti - un nome per tutti: don Oreste Benzi - accompagnano da anni il loro cammino. Infine: i giovani cattolici del Paese delle Aquile, chiamati ad essere i protagonisti della rinascita ecclesiale e civile di questa terra così ricca di memorie, dolori, speranze.
Sono i volti dell'Albania che in questi giorni si stringe intorno al cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, invitato dalla Conferenza episcopale del Paese balcanico per partecipare a una serie di iniziative ricche di significati. Non solo religiosi.
Il culmine del programma sarà stamani alle 10 con la consacrazione della chiesa parrocchiale di Blinisht, diocesi di Sapë, dedicata ai santi martiri albanesi Danakto, diacono di Valona, e Astio, vescovo di Durazzo, perseguitati al tempo dell'imperatore Traiano. Accanto alla chiesa che verrà consacrata da Saraiva Martins c'è un monumento: ritrae due sacerdoti gesuiti, l'albanese Danjel Dajani e l'italiano Giovanni Fausti, fucilati dai comunisti dopo un processo farsa esattamente sessant'anni fa, il 4 marzo 1946.
Il 10 novembre 2002, nella cattedrale di Scutari, si aprì la fase diocesana del processo di beatificazione di quaranta «testimoni della fede», fra i quali vi sono anche Dajani e Fausti. Oggi a Blinisht i martiri dell'antichità e i martiri del nostro tempo verranno ricordati insieme, come tralci della stessa vite, la cristianità albanese.
Ma il programma delle manifestazioni ha preso il via ieri pomeriggio con la consegna di un premio a don Oreste Benzi, il fondatore dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, per l'impegno profuso in favore delle ragazze albanesi vittime della tratta. E si chiuderà domani nella cattedrale di Vau Dejës, dove Saraiva Martins incontrerà un migliaio di giovani della diocesi di Sapë.
«Si tratta di eventi, segni e gesti importanti per la nostra diocesi e per l'intera Chiesa e società albanese. Per questo abbiamo invitato il cardinale Saraiva Martins a condividere la nostra gioia, la memoria della santità di ieri e del nostro tempo con le sfide che ci attendono», spiega il vescovo di Sapë, Dodë Gjergji, che è anche segretario generale della Conferenza episcopale e presidente della Caritas albanese.
«Quando dieci anni fa iniziammo a costruire la chiesa di Blinisht, assieme al parroco di Santo Stefano, don Antonio Sciarra, speravamo di poterla dedicare ai testimoni della fede uccisi dal regime comunista - confessa Gjergji -. Ma il loro processo di beatificazione è ancora in corso. Così abbiamo scelto di intitolare il luogo di culto oggi consacrato da Saraiva Martins ai martiri dei primi secoli, come a scandire una continuità fra quei testimoni e i testimoni del '900. Ma ancora nei nostri anni l'Albania ha sofferto nuove forme di martirio - non esito a usare questa parola: la tratta delle nostre ragazze, molte giunte in Italia, schiavizzate dal business della prostituzione, a volte fino alla morte».
Ecco, allora, il premio dato ieri a don Benzi: «Un modo per ringraziare quanti, come lui, stanno lottando per rompere le catene della schiavitù. Ma anche per rinnovare l'attenzione verso una tragedia ancora viva ma forse meno considerata rispetto agli anni scorsi - incalza Gjergji -. Il premio è stato assegnato dalla Presidenza della Repubblica su proposta della Caritas albanese».
Martiri di ieri e del nostro tempo, vittime di oggi. Memorie e sensibilità ancora vive tra la gente albanese? «Sì. Nemmeno la dittatura di Hoxha è riuscita a estirpare il senso religioso dai nostri cuori - risponde il vescovo di Sapë -. Quando alla caduta del regime è ripresa l'attività religiosa, la gente della mia diocesi non aveva perso la memoria delle preghiere, dei riti. E dei luoghi di culto: ancora tutti sapevano dove stavano le chiese rase al suolo o trasformate e ridotte ad altri impieghi. Soprattutto, però, era ancora viva la memoria delle persone, dei testimoni della fede. Nomi e volti custoditi nei nostri cuori anche nei tempi più duri, che ora celebriamo, nel segno della gratitudine, come esempi per il cammino che verrà»
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Re: La persecuzione in Albania, Posted 26 Shkurt 2009, 05:33
Fr. Gjon Pantalia s.j.
Martire di Cristo in Albania
(2 giugno 1887 – 31 ottobre 1947)
Imazh
Una rarissima foto di Fr.Gjon Pantalia(a destra), con il sacerdote diocesano Mark Gjani, anch'esso martire albanese.

Fratel Gjon Pantalia era un albanese del Kosovo. Era nato a Prizzen il 2 giugno 1887. Era cugino, da parte della madre, di Madre Teresa di Calcutta. Di famiglia modesta, prima di entrare nella Compagnia di Gesù lavorava come fattorino nel bazar della sua città natale.

Dopo aver fatto il Noviziato a Soresina, in Italia, i Superiori volevano che intraprendesse gli studi per essere sacerdote, ma la sua umiltà lo spinse a restare semplice Fratello coadiutore.

Fr.Pantalia, durante gli anni della seconda guerra mondiale, era conosciuto da tutta l’élite cattolica albanese. Era in effetti l’uomo chiave del Collegio dei Gesuiti di Scutari, dedicato a S.Francesco Saverio. Collegio che è stato vivaio di futuri insegnanti, avvocati, uomini politici e sacerdoti.

Era l’animatore di tutte le attività sociali e culturali del Collegio. Era contemporaneamente professore, consigliere pedagogico, animatore teatrale, direttore del coro e dell’orchestra, compositore, scrittore e direttore spirituale.
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L'antica chiesa di S.Chiara ad Arameras, che P.Santucci sta ricostruendo, è come un simbolo della Chiesa che rinasce in Albania, dopo la persecuzione comunista.

L'antica chiesa di S.Chiara ad Arameras, che P.Santucci sta ricostruendo, è come un simbolo della Chiesa che rinasce in Albania, dopo la persecuzione comunista.

Malgrado - o proprio perché aveva tutte queste incombenze - Fr.Gjon Pantalia riuscì a salvare molti suoi alunni sia quando erano ricercati dalle autorità italiane che occuparono l’Albania, sia dopo da quelle tedesche.

Tra questi alunni da lui messi in salvo, alcuni dopo la guerra ricoprirono incarichi tra le fila comuniste, e protessero questo coraggioso Fratello durante la prima ondata della persecuzione religiosa, che prese di mira anche i gesuiti nel 1945.

Fr.Pantalia, nonostante fosse strettamente sorvegliato, si adoperò per mettere al sicuro gli oggetti di valore del Collegio e per trovare avvocati che accettassero di difendere i sacerdoti arrestati. Soprattutto si sforzava affinché le attività scolastiche proseguissero nel miglio modo possibile, cosa che faceva notevolmente indispettire il nuovo regime comunista.

Dopo l’arresto dei Padri Fausti e Dajani, Fr.Gjon Pantalia, pur essendo un semplice Fratello coadiutore, appariva agli occhi di tutti – e anche del regime – come il responsabile morale della Compagnia di Gesù. I suoi ragionamenti, la sua influenza sui giovani, la sua straordinaria umiltà, ne facevano agli occhi della dittatura comunista un ostacolo da abbattere.

Per non suscitare reazioni venne arrestato discretamente, nel settembre (o nell’ottobre secondo altri) del 1946. Fu selvaggiamente torturato: bastonate, corrente elettrica, schegge di legno nelle unghie ecc…

Fu quindi portato nel convento francescano di Gjudahol, che era stato trasformato in prigione. Malato, ridotto in pessime condizioni per i maltrattamenti subiti, venne rinchiuso in una cella accanto alla chiesa.

Nonostante le sue precarie condizioni Fr.Pantalia tentò di evadere, senonché, spossato com’era per le torture subite, cadde nel tentativo di fuggire da una finestra e si spezzò le gambe. Morì, per mancanza di cure, tra atroci sofferenze, il 31 ottobre 1947.

Alla fine del 2002 è stato aperto il processo canonico per i Martiri Albanesi, vittime della persecuzione religiosa in Albania durante gli anni della dittatura comunista (1943-1989). Riguarda sette vescovi, molti sacerdoti diocesani, tre gesuiti, tredici francescani, un seminarista. Oltre al Fr.Gjon Pantalia, gli altri gesuiti martiri sono i Padri Giovanni Fausti e Daniel Dajani.

Voglia il Signore portare presto tutti questi uomini generosi, che hanno testimoniato la loro fede in Cristo fino all’effusione del sangue, alla gloria della Beatificazione. E che il Fr.Pantalia susciti in tanti giovani il desiderio di servire come lui il Signore, imitandolo nella vita religiosa nella Compagnia di Gesù.
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Re: La persecuzione in Albania, Posted 26 Shkurt 2009, 05:35
Padre Daniel Dajani
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La sua vita fu strettamente intrecciata, specie nella fine, a quella di padre Giovanni Fausti; Daniel Dajani nacque il 2 dicembre 1906 a Blinisht (Zadrima, Albania) e studiò nel Seminario Pontificio di Scutari, diretto dai padri della Compagnia di Gesù.
A 20 anni, l’8 luglio 1926, entrò nel Noviziato dei Gesuiti a Gorizia, poi studiò filosofia dal 1931 al 1933 a Chieri (Torino); insegnò nel Seminario di Scutari nel 1934-1935 per ritornare a Chieri nel 1937-1939 a studiare teologia.
E a Chieri fu ordinato sacerdote il 15 luglio 1938, di nuovo nel 1940 tornò nel Seminario di Scutari come professore e impegnato nell’attività pastorale della ‘Missione volante’.
Il 2 febbraio 1942 fece la sua professione religiosa, proseguì per tre sconvolgenti anni a fare l’insegnante in Albania, scossa dalla Seconda Guerra Mondiale e occupata dai tedeschi; quando le truppe di Hitler si ritirarono alla fine del 1944, subentrarono al potere i partigiani comunisti comandati da Enver Hoxha (1908-1985), che influenzati dai bolscevichi russi, presero a mettere in atto una campagna di discredito e soprusi nei confronti dei cattolici ed in particolare dei Gesuiti.
Pertanto quando padre Daniel Dajani fu nominato Rettore del Seminario Pontificio nel settembre 1945, non poteva esserci un periodo peggiore, perché ormai era in atto una vera e propria persecuzione contro i cattolici e gli ecclesiastici.
Infatti il 31 dicembre 1945 fu arrestato insieme a padre Giovanni Fausti, da otto mesi Vice Provinciale dei Gesuiti in Albania e insieme ad altri furono sottoposti ad un processo farsa, con l’accusa non provata da testimonianze, di essere politicanti traditori della nazione, asserviti agli occidentali e spie del Vaticano; pertanto il 22 febbraio 1946, i due gesuiti insieme ad un altro sacerdote e due seminaristi vennero condannati a morte.
Furono fucilati all’alba del 4 marzo 1946 dietro al cimitero cattolico di Scutari, gridando “Viva Cristo Re!”. Il loro martirio fu conosciuto da subito in tutto il Paese e in Europa, ma solo dopo il crollo del regime comunista in Albania, che ne aveva fatto lo Stato più ateo al mondo, si poté avviare l’inchiesta diocesana sul loro martirio.

Il 10 novembre 2002 nella cattedrale di Scutari, si è aperto il processo diocesano per 40 martiri, testimoni della fede, uccisi quasi tutti durante la persecuzione comunista fra cui padre Daniel Dajani gesuita, figlio della terra d’Albania.
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
La persecuzione della Chiesa cattolica in Albania dal 1944 al 1990

Il Simposio internazionale svoltosi a Tirana su "Il Cristianesimo nei secoli"

"La persecuzione della Chiesa cattolica in Albania dal 1944 al 1990" è il tema dell'intervento di Monsignor Zef Simoni , Vescovo Ausiliare di Scutari, al Simposio Internazionale "Il Cristianesimo nei secoli", svoltosi a Tirana dal 16 al 19 novembre dello scorso anno. Riproponiamo qui di seguito il testo.

Il 16 agosto del 1944, per la festa di s. Rocco che si svolge a Shiroka, un villaggio sulle sponde del lago di Scutari, durante la processione, Don Ndre Zadeja rivolse questo breve discorso al popolo e alla gioventù: "Due parole devo dire oggi a voi, specialmente a voi, o giovani; una nuvola nera, portatrice di una ideologia rossa sta per piombare sulle vostre teste. La sua intenzione è quella di scaricarsi su di voi. Allora non potrete fare niente contro di essa, solo sopportarla con tutti i suoi mali, e tra questi la negazione di Dio".
Don Ndre Zadeja, sacerdote ardente e valoroso, pronunciò queste parole tre mesi prima che in Albania facesse il suo ingresso il comunismo e circa sette mesi prima di essere fucilato, primo tra i sacerdoti di Scutari, dietro il muro del cimitero cattolico, domenica 25 marzo 1945. Questo fatto fece tremare tutta Scutari, le montagne e l'intera Albania.

L'inizio della grande persecuzione
Iniziò così la grande persecuzione, una persecuzione unica nella storia della nostra patria albanese. Tra le prime cose che il governo comunista fece contro la Chiesa fu, nel 1945, il rifiuto d'ingresso al Nunzio Apostolico, Mons. Leone G.B. Nigris, di ritorno da Roma dove aveva incontrato il Papa. Mons. Gasper Thaçi e Mons. Vinçenc Prennushi furono chiamati da Enver Hoxha per cercare una collaborazione a condizione che si staccassero dalla Santa Sede. Tutti e due rifiutarono coraggiosamente la proposta. Dopo la morte di Mons. Gasper Thaçi, Enver Hoxha fece un altro tentativo rinnovando la proposta a Mons. Frano Gjini. Il rifiuto di Mons. Gjini fu netto: "Io non separerò mai il mio gregge dalla Santa Sede".
Il primo sacerdote fucilato in Albania fu, nell'anno 1945, don Lazer Shantoja. Prima dell'esecuzione fu sottoposto a terribili torture durante le quali gli furono spezzati piedi e mani. Il 21 giugno, giorno di s. Luigi, dopo una predica tenuta in chiesa, P. Giacomo Gardini S.J, innalzando l'immagine del Santo, in presenza di alcuni agenti della Sigurimi, fu arrestato e condannato. Nello stesso giorno fu arrestato anche P. Gjergj Vata S.J.
Il 31 dicembre 1945 la polizia scoprì l'organizzazione nazionalista "Bashkimi Shqiptar" composta da cattolici e musulmani e fondata nel Seminario Pontificio Albanese. Per zelo patriottico, alcuni seminaristi, all'insaputa dei superiori, stamparono alcuni scritti. Il fatto causò l'arresto e la fucilazione di P. Giovanni Fausti S.J., italiano, e di P. Daniel Dajani S.J. Al gruppo fu unito anche l'intellettuale albanese P. Gjon Shllaku O.F.M., accusato ingiustamente di avere fondato il partito Democristiano.
Il 18 marzo il Fronte, il Partito, il Sigurimi chiamarono tutti i sacerdoti ad uno ad uno e chiesero che rinunciassero al sacerdozio. Nessuno accettò. Al pomeriggio tutti furono allontanati dal convento.
Monsignor Ernest Çoba, con un piccolo taxi, si rifugiò nella casa della sorella e dei nipoti. Una grande folla lo accompagnava con le lacrime agli occhi sconvolta da questi avvenimenti. Il 19 marzo, giorno di San Giuseppe e la successiva domenica delle Palme non si sentì nessun suono di campana e non si trovò nessuna porta di chiesa aperta in città.

La distruzione delle chiese
Nei giorni seguenti in tutta Albania vennero abbattuti campanili e chiese. Molte chiese furono trasformate in sale di cultura, palestre, tribunali, magazzini e stalle di bestiame e maiali. Se alcune non furono distrutte subirono profanazioni anche peggiori.

L'ultimo grido dei condannati a morte: "Viva Cristo, perdoniamo..."
Con loro fu fucilato, il 4 marzo 1946, in una giornata bagnata da pioggia e lacrime, anche l'organizzatore principale, il seminarista Mark Çuni. Nei dossier del Ministero degli Interni, sono riportate le parole pronunciate dal giovane nei momenti precedenti alla fucilazione: "Viva Cristo Re e perdoniamo i nostri nemici".
La sommossa anticomunista di Postriba, il 9 settembre 1946, offrì il pretesto per l'incarcerazione di un gran numero di sacerdoti che in realtà non avevano avuto alcuna parte. Fu arrestato Mons. Frano Gjini, Mons. Gjergj Volaj, Mons. Nikollë Deda, Don Tomë Laca. I tre Monsignori furono fucilati. Anche il Provinciale dei Frati Minori, Padre Mati Prennushi O.F.M., e il Guardiano del Convento di Shkoder Padre Ciprian Nika O.F.M., accusati falsamente di aver nascosto armi dentro l'altare di Sant'Antonio nella chiesa di san Francesco-Gjuhadol, dopo un processo-farsa, morirono martiri davanti al plotone di esecuzione. Il Convento dei francescani di Gjuhadol fu trasformato in luogo di sanguinosi interrogatori e in prigione, dove furono reclusi fino a 700 prigionieri.
Molti altri sacerdoti e religiosi furono arrestati, torturati, condannati e imprigionati. Padre Serafin Koda O.F.M. spirò con la trachea strappata. Papas Pandit, prete cattolico di rito bizantino di Korça, fu decapitato e la testa fu lasciata in mostra sul petto, e Papas Josif, anche lui prete di rito orientale di Elbasan, fu sepolto vivo nel campo di lavoro della palude di Maliq. A dom Mark Gjini, torturandolo, fu chiesto di rinnegare Cristo. Al contrario le sue ultime parole in mezzo alle sofferenze furono: "Viva Cristo Re!". Morì legato in modo da soffocare e il suo corpo fu gettato ai cani; i resti poi furono buttati nel fiume. In tal modo si erano comportati i turchi con le ossa di Gjergj Kastrioti e con il Vescovo Mons. Pjetër Bogdani. In questo modo ancora agirono più tardi i comunisti, tirando fuori dalla tomba le ossa di Mons. Jak Serreqit, Mons. Lazër Mjeda, Mons. Gaspër Thaçit, Mons. Ernest Cozzit, Mons. Bernardin Shllakut O.F.M. e P. Gjergj Fishta O.F.M., e insieme con lui, senza saperlo, le ossa dell'eroe nazionale Dedë Gjon Luli, che i francescani avevano custodito nel loro sepolcro in attesa di innalzare per loro un monumento.

Torture inumane alle persone consacrate
Suor Maria Tuci, consacrata al Signore, fu arrestata e sottoposta a torture inumane, nelle quali serbò eroicamente fede e onore. Morì all'ospedale di Scutari poco dopo gli interrogatori. Padre Frano Kiri O.F.M. soffrì per tre giorni e tre notti, legato con un cadavere in decomposizione. Padre Gjon Karma S.J. fu messo vivo in una cassa da morto; gli posero sopra anche il coperchio. Nell'anno 1946 si chiusero tutte le scuole private di Albania, comprese naturalmente quelle tenute dai religiosi. Le tipografie del clero, come quelle dei gesuiti e dei francescani, furono sequestrate e non fu più permesso di stampare nessun libro e rivista. Furono sequestrati anche tutti gli oggetti dei musei dei gesuiti e dei francescani, le collezioni di tutte le loro biblioteche, come quella dei gesuiti con circa 40.000 volumi. Furono soppresse anche le associazioni religiose pur senza fini politici.
Con la morte dell'Arcivescovo di Scutari Mons. Gasper Thaçit, avvenuta il 26 maggio del 1946, dopo una grave malattia e dopo un duro interrogatorio, cominciarono a mancare i sacerdoti. "La gente andava a Messa, entrava e usciva in silenzio. C'era paura. Era spaventosa la situazione, la strada, l'aurora, le ore della notte, la sveglia, il buio nero".
Dopo la rottura dei rapporti con la Jugoslavia di Tito, inizia un'altra fase. Lo Stato chiedeva che si regolassero i rapporti con tutte le istituzioni religiose e principalmente con la Chiesa Cattolica mediante uno Statuto. Così si arrivò a uno statuto che in realtà non rappresentava uno scisma.
Durante la dittatura comunista non c'erano organi di stampa libera. Si stampava solo il calendario religioso a Tirana, nella tipografia statale "Mihal Duri". Il Seminario era aperto, però la sua attività era strettamente controllata dagli sbirri della Sigurimi.

Una Chiesa in catene
La Chiesa era nella prova e in catene. Poco dopo la consacrazione della chiesa Cattedrale il 19 aprile 1958, centenario dell'inizio dei lavori, nel mese di novembre cominciò un terribile processo che si tenne nel "Cinema Republica", contro il sacerdote innocente Dom Ejll Kovaçit. Nel mese di aprile dell'anno 1959 venne fucilato il parroco di Bregu i Bunës, l'ardente Dom Malaj, mentre Padre Konrad Gjolaj O.F.M. fu condannato a 25 anni di prigione. La lotta di classe era al culmine.
Intorno al 1960 l'Albania interruppe i rapporti con l'Unione Sovietica e si rivolse alla Cina di Mao. Cominciò segretamente uno stretto controllo sulla gente che andava in Chiesa, soprattutto sugli insegnanti, sugli impiegati e sui giovani. Particolarmente nelle scuole si faceva una forte propaganda ateista. Nei giornali e nei libri si scrivevano solo cose odiose, fanatiche, false, piene di calunnie e di offese senza che qualcuno potesse dare risposta. Mancava del tutto la libertà di parola. C'era solo la libertà di parlare e di scrivere cose cattive e coloro che lo facevano ricevevano gradi e titoli accademici.
Con astuzia iniziò anche il sequestro delle chiese, a cominciare da quella dei Gesuiti e delle suore Stimmatine a Scutari. La Vigilia di Pentecoste di quest'anno, il Capo del Comitato, Bilal Parruca, avvertì il Monsignore che le cresime si dovevano amministrare nella chiesa e non di nascosto nell'Arcivescovato perché "Non ce n'è bisogno - disse - la religione è libera". Lo scopo, in realtà, era quello di venire a conoscenza di chi prendeva parte alle cresime. Per portare a compimento questo progetto erano stati organizzati diversi gruppi di controllo per i cresimandi.

L'inganno nel giorno di Pentecoste
Il giorno di Pentecoste poi alcuni gruppi organizzati dal governo individuavano i bambini vestiti verosimilmente meglio degli altri, perché protagonisti della celebrazione e cercavano di trattenerli per il braccio. Questi, però, riuscivano a scappare. Era una manovra comunista eseguita con perfide modalità orientali. Il comunismo, infatti, ha avvicinato e rivestito di potere, generalmente, i musulmani.
I fatti si succedevano sempre più gravi. Si vedevano chiaramente i primi segni dei nuovi avvenimenti. Il 6 febbraio del 1967, a Tirana in una riunione di alcune organizzazioni del Partito, Enver Hoxha dava il grande segnale della "rivoluzione culturale", cioè di una guerra feroce "contro le tradizioni antiquate e i pregiudizi religiosi". Questa scintilla accesa "contro le tradizioni antiquate e i pregiudizi religiosi" fu sufficiente per divenire un grande incendio il giorno 7 febbraio: cominciavano a girare i "manifesti di critica" che assomigliavano ai tazebao cinesi. Questa fiamma divorante arse per tanti e tanti anni come un inferno terrestre in Albania.
La città di Durrës vide gruppi di giovani accecati distruggere il Santuario ortodosso di san Biagio. Si stabilì a Scutari un comando generale per l'intera Albania sotto il comando di Ramiz Alia.
Il 15 febbraio 1967, alle ore 10, su tutte le porte delle chiese e delle moschee e nei luoghi della città dove si dovevano svolgere le dimostrazioni comparvero i "manifesti di critica", invenzione cinese. Qualche chiesa però riuscì a restare ancora aperta. La chiesa del villaggio di Gurez, per esempio, il cui parroco don Anton Doçi morì in carcere, fu una delle ultime ad essere chiuse, perché il popolo ne aveva preso le chiavi e non le consegnava al "Fronte della gioventù".
Quando gli aderenti all'organizzazione tentarono di forzare la porta della chiesa, la gente del paese, e specialmente le donne, usciva con i badili in mano per impedirlo.
La chiesa del Cuore di Gesù di Tirana, con Mons. Ndoc Sahatçia, fu chiusa il 26 giugno 1967. E questo fu l'ultimo giorno della chiusura ufficiale delle chiese in Albania.
Il Venerdì Santo, 24 marzo dell'anno 1967, nei quartieri cattolici di Scutari entrarono nelle case alcuni gruppi dell'organizzazione dei "Pionieri", per controllare la situazione e la pulizia. Tuttavia lo scopo principale era quello di riferire al centro in quali case si stavano preparando dolci o si coloravano le uova, oppure dove si trovavano rosari, croci e immagini sacre.
Questa azione esecranda si proponeva anche di spingere i bambini all'odiosa abitudine della denuncia e dello spionaggio. Presto ricominciarono gli arresti dei sacerdoti seguiti da processi sommari costruiti per condannare gli innocenti.
Il 7 aprile, alle 5 del pomeriggio, nell'Istituto Pedagogico "Luigi Gurakuqi" si tenne il processo contro Dom Mark Hasi. Un grande terrore regnava ovunque. Il popolo sentiva intensamente questa oppressione. Molti fedeli, vedendo molto spesso sacerdoti, lavoratori, personalità del mondo del lavoro e della cultura sul banco degli imputati, si sentivano calpestati nella loro dignità. Un anno più tardi doveva comparire in giudizio Dom Mark Hasi insieme a Don Frano Illia, Don Zef Bicin, Don Mark Dushin e Padre Gegë Lumaj O.F.M. Don Zef Bici e Don Mark Dushi finirono condannati a morte. Il giorno 29 aprile dell'anno 1967 venne arrestato, nell'Istituto Pedagogico "Luigi Gurakuqi" di Scutari Padre Pjetër Meshkalla S.J. Dopo la riunione le forze della Sigurimi picchiarono furiosamente l'ancora energico 67enne gesuita con i pugni, i calci e canne di fucili. Nel 1968 fu arrestato e fucilato Don Marin Shkurti.
Il sacerdote Don Shtjefën Kurti fu arrestato e fucilato nell'anno 1971 a causa di false accuse di vari crimini, solo perché aveva battezzato un bambino. Il giorno 11 giugno, a Scutari, nella chiesa Cattedrale, divenuto ormai palazzo dello sport, si svolse il "Congresso della Donna". In questa chiesa storica, che fu il centro della vita religiosa cattolica, risuonò la parola terribile delle guide comuniste come Enver Hoxha e Mehmet Shehu e di altri relatori che parlavano contro la religione cattolica, accompagnati dagli applausi delle donne che con tanto entusiasmo animavano il loro sciagurato congresso. Quando venne il grande terremoto del 15 aprile 1979, Enver Hoxha, in occasione della ricostruzione delle case del quartiere scutarino di Bahçallek, tenne un discorso, inveendo contro la Madonna Immacolata, violentando così i sentimenti più profondi dei cristiani.

Il comunismo ha calpestato la dignità umana
La dittatura comunista in sintesi, ha calpestato i diritti umani e la dignità dell'uomo. Ha organizzato una grande lotta contro la religione, tutte le religioni, il clero e tutti i suoi fedeli allo scopo di annientarli. La lotta furiosa era contro il clero e gli elementi ad esso fedeli, per il solo fatto di essere cattolici. Dunque una lotta non solo di ispirazione diabolica, ma combattuta direttamente dal diavolo. Del resto il clero e i cattolici erano rimasti vivaci anche dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi, perché erano portatori di cultura occidentale, della civilizzazione europea, atlantica e della cultura cristiana in tutto il mondo. Era in gioco la scomparsa del cattolicesimo, la sua esistenza e la sua realtà storica e morale. Il culmine arriverà nel 1976 quando l'Albania si proclamerà nella Costituzione stato ateo e si proibirà per legge qualsiasi azione religiosa.
Il giorno 3 aprile 1976 venne arrestato Mons. Ernest Çoba. In giudizio insieme al Monsignore compariranno alcuni sacerdoti: Don Lec Sahatqia, Don Kolec Toni e Don Zef Simoni. Un mese dopo venne arrestato anche Don Gjergj Simoni, perché dopo un controllo fatto nella sua casa furono trovati vasi sacri, libri dalla biblioteca dell'arcivescovado e suoi scritti personali. Il processo contro il vescovo finirà il 29 aprile 1977. Il 10 gennaio 1980 morirà nell'infermeria della prigione, dopo una misteriosa iniezione. Nello stesso modo, Don Mikel Koliqi, parroco di Scutari, fu incarcerato e poi confinato per un totale di 36 anni. 26 anni toccarono a Don Simon Jubani mentre suo fratello Don Lazri fu avvelenato con dei pomodori sul luogo di lavoro. Don Nikollë Mazreku scontò 12 anni di confine e 25 anni di prigione, P. Zef Pllumi, O.F.M. altri 25 anni. Fino al 4 novembre 1990 anche sotto Ramiz Alia non mancheranno le forme subdole della dittatura comunista contro le diverse religioni e specialmente quella cattolica.
La guerra contro il cristianesimo è antica: risale al dominio romano nei primi tre secoli, arricchiti da molti martiri famosi, all'invasione della nostra patria da parte dei turchi. Anche in quell'epoca si videro distruzioni di chiese e trasformazione in moschee, uccisioni di sacerdoti, di vescovi, oppressione fiscale dei cristiani, odiati e discriminati, e divenuti schiavi nel loro paese. Questo, però, non impedì loro di compiere ogni sforzo per poter restituire alla libertà la loro patria schiavizzata e arretrata.

Il ritorno della libertà religiosa
Il 4 novembre 1990 riaprì l'epoca della libertà religiosa cattolica e così ritornarono anche per noi cattolici giorni veramente belli. Oggi la nazione e la società albanese hanno gli occhi e la mente rivolti a occidente. La Chiesa Cattolica oggi in Albania va per la sua strada, progredendo senza ostacoli. La Chiesa cattolica non è solo gerarchia, chiese, scuole, stampa e tante altre cose importanti, ma è fatta soprattutto di popolo. I fedeli cattolici sono un elemento della nazione, ricco di valore e di storia.
Per la verità, anche oggi, e perché no mai più di oggi, l'elemento cattolico in rapporto agli altri non ha un giusto peso. Possiamo dire che è sottovalutato e discriminato. Quasi nessun cattolico ha delle funzioni pubbliche, non si danno ai cattolici posti di responsabilità nell'organizzazione statale. Una delle cause certo è che per 50 anni di comunismo sono state loro vietate le università per escluderli dai livelli più alti della società. Le conseguenze degli sbagli maggiori e delle più grandi colpe degli albanesi, le conseguenze e le sofferenze continue non le deve subire sempre l'elemento cattolico.
Sono ormai 10 anni che siamo in democrazia e nessun tentativo serio è stato fatto per dare aiuto a questa componente così importante della società: né con le scuole, né con il lavoro.
Non c'è libertà senza giustizia, e l'Albania ha molto cammino da fare, noi vogliamo il rispetto della dignità umana, senza il quale non si va positivamente in Europa. La patria, ormai liberata, darà al cristianesimo, che è stato perseguitato per secoli e che ha contribuito energicamente al progresso della nazione albanese, il ruolo che gli spetta.
Il cristianesimo ha subìto persecuzioni sanguinose per tanti secoli, ma la Chiesa e il cristianesimo hanno la loro vittoria nel perdono, nell'amore e nella resurrezione. Il migliore esempio è la persona di Gesù Cristo, che visse amando l'umanità, morì sulla croce perdonando e fu risuscitato vincendo la morte. Noi non solo perdoneremo sempre i nostri nemici, ma per di più li ameremo. Questo sembrerà strano e impossibile, ma per capire bisogna conoscere l'essenza del cristianesimo, perché in questo consiste la forza morale, perfetta. Si arriva al culmine della vita civile, lì dove inizia e si elabora la vera libertà, perché come dice anche s. Paolo: "Dove è lo spirito di Dio, lì è la libertà".
Perdono e amore sono in sintesi la testimonianza dei veri martiri del Cristianesimo albanese, che presto saranno beatificati. In questo modo la nuova epoca che inizierà con il terzo millennio sarà nutrita con gli ideali di fraternità, amore e rispetto della dignità umana.

Osservatore Romano
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.
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