Nasce l'idea partendo dalla voglia estroversa di un incontro culturale tra l' Albania e l' Italia. Qui potete conoscervi meglio e chiedere tutto ciò che siete interessati su l' Abania e i albanesi. Benvenuti tra noi.
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La mafia mondiale
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
La mafia mondiale, Posted 08 Nëntor 2009, 12:15
Si sottopone a vaccino antinfluenzale, ora non cammina e non parla.

Imazh


Prevenire è meglio che curare. Questo detto non si è mostrato veritiero per Desiree Jennings, una cheerleader americana, che qualche tempo fa ha deciso di sottoporsi al vaccino contro l’influenza suina.

La mafia della sanità dell'industria farmaceutica

Imazh


Questa giovane ragazza aveva pensato che sarebbe stata una buona idea prevenire l’influenza, soprattutto per non dover rinunciare alla sua attività. Ma, dopo dieci giorni dall’iniezione, Desiree ha cominciato ad accusare gli stessi sintomi dell’influenza AH1N1. Aveva nausea, dolori muscolari e febbre. Ma non è tutto, la ragazza infatti non era più capace di camminare e parlare come prima.

In un primo momento è stata visitata da neurologi, fisioterapisti e psicologi, ma nessuno di questi aveva saputo darle una spiegazione. “Abbiamo pensato fosse il lupus, o anche la sindrome di Graves” – spiega Desiree – “ma i medici le hanno subito escluse. Solo alla fine mi hanno detto che ero stata colpita dalla distonia, una condizione neurologica rara, provocata da infezioni , traumi cerebrali o, come nel mio caso, da reazione ad alcuni farmaci”.

Questa malattia non consente a Desiree di parlare bene né di camminare in avanti, ma le permette di camminare all’indietro e di correre. E la cosa più strana è che, mentre corre, Desiree riesce a parlare assolutamente bene.

I medici assicurano che questa reazione può capitare ad una persona su un milione. “Avrei sicuramente avuto più probabilità di vincere la lotteria” – dice scherzando Desiree.
Luana Rescigno
http://www.julienews.it
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La mafia mondiale, Posted 08 Nëntor 2009, 13:22
Armi: il mercato nero frutta alle mafie 4 miliardi annui, chi controlla precipita con l’aereo francese e intanto Brescia…

Nell’indifferenza totale dei media, alcuni mesi fa l’Istituto accademico degli studi internazionali di Ginevra (Svizzera), ha pubblicato come ogni anno il rapporto “Small arms survey”, che fa parte di un più ampio progetto che tende a monitorare non solo la produzione ma anche la proliferazione legale e illegale di armi nel mondo.

Lo studio è – come tutti gli anni - in inglese, lingua internazionale per tutti i giornalisti del globo terracqueo tranne che per quelli italiani.

Sarà per questo – verosimilmente – che anche il rapporto 2008 è stato pressoché ignorato dai giornali nazionali. Peccato, perché all’interno – per chi fosse interessato il sito è http://www.smallarmssurvey.org – ci sono cose di estremo interesse riconducibili ai signori delle guerre.

DUE VITTIME DI SMALL ARMS SURVEY NELL’AEREO INABISSATO

Imazh
Pablo Dreyfus

Visitando il sito si scopre – ad esempio – che due delle 228 vittime del volo Air France 477 da Rio de Janeiro a Parigi, caduto il 1° giugno nel mare Atlantico erano apprezzatissimi e stretti collaboratori di questa organizzazione: l’argentino Pablo Dreyfus e l’americano Ronald Dryer.

Il primo era esperto di traffico internazionale di droga e di commercio di armi in America Latina. Aveva lavorato, nel 2002, nell’ufficio di Presidenza argentina e ultimamente proprio a Rio dove collaborava con un organizzazione dedita alla riduzione e alla prevenzione delle armi.

Il secondo aveva lavorato in Salvador, Mozambico, Azerbaijan, Kosovo, Angola e poi aveva collaborato con la missione permanente della Svizzera alle Nazioni Unite.

Nessuno – soprattutto in questo momento – è in grado di fare alcun tipo di ipotesi sulla sciagura ma certo è una drammatica coincidenza fatale che tra le vittime ci siano due collaboratori di un organismo indipendente che è, al tempo stesso, fonte di ricerca e conoscenza sulle armi, per i governi di tutto il mondo, promosso dal governo svizzero esattamente 10 anni fa (correva il 1999).

Bene, questo organismo indipendente che mette sotto la lente domanda, offerta, produzioni e produttori, trasferimenti, rotte, economia legale e illegale del mondo che ruota intorno alle armi leggere, nel capitolo del rapporto annuale ci dice che ci sono almeno 51 Paesi che producono legalmente armi, ce ne sono 45 che assemblano pezzi, 31 che producono con licenza e 26 che producono senza alcun tipo di licenza.

Sapete qual è il valore – approssimativo, sia ben chiaro – delle sola produzione di armi leggere anticarrarmato? Dal 2001 al 2005 è stato di 1,1 bilioni di dollari (circa 1 miliardo di euro).

IL BAROMETRO DELLA TRASPARENZA

Se avrete il buongusto di farvi un giro su questo sito scoprirete che esiste anche un barometro della trasparenza (basato su vari indicatori) che copre i maggiori produttori di armi al mondo e, come sapete, l’Italia è stabilmente da decenni al vertice della produzione, se non altro per l’altissima qualità dei manufatti.

Ebbene, gli Stati Uniti – dove le armi si comprano come noi acquistiamo la cioccolata al supermercato – sono al primo posto, l’Italia al secondo, la Svizzera al terzo e poi via via fino all’Iran e alla Corea del Nord dove la trasparenza è zero.

È bene ricordare che i Paesi dove avevano lavorato Dreyfus e Dryer sono tra quelli in cui la trasparenza dei traffici di armi non è stata neppure presa in considerazione. E, d’altro canto, non è difficile crederlo visti i massacri che – a esempio – hanno insanguinato per anni il Kosovo o ml’Angola.

E cominciamo – con questa ultima serie di riflessioni - a entrare nel campo del mercato illegale di armi il cui valore è inestimabile. Quasi quanto quello del traffico legale che – per gli anni dal 1999 al 2003 – Small arms survey ha stimato in 2 bilioni di dollari annui. Per gli anni successivi una stima è persino improponibile.

In realtà – spesso – il confine tra lecito e illecito è labile ed è qui che entrano in gioco le mafie di tutto il mondo, a partire dalla potente ‘ndrangheta italiana. Oltretutto nessuno sa neppure quante siano le armi da fuoco in giro per il mondo. Nel 2001 – il dato è dunque vecchissimo – l’Onu ne stimava 550 milioni di cui 350 milioni in mano ai privati. Con le guerre scoppiate o rinfocolate in questi ultimi 8 anni, il numero va ovviamente rivisto al rialzo.

IL MERCATO NERO CO-GESTITO DALLA ‘NDRANGHETA

Affascinati come siano da culi e tette delle tv berluscostatali (passatemi il neologismo) ci è sfuggito un altro rapporto. Questa volta di Eurispes che alcuni mesi fa ha stimato quanto frutta alla ‘ndrangheta il mercato illecito delle armi. Tenetevi forte: 2,938 miliardi di euro all’anno. Quasi 6mila miliardi delle vecchie lire. Non male vero?

Senza contare il miliardo circa attribuibile alla Camorra imprenditrice, la prima a capire – addirittura prima della caduta del Muro di Berlino – che nei Paesi dell’ex Unione Sovietica si sarebbe potuto imbastire e gestire un traffico mondiale di armi. A partire dai kalashnikov che a Scampia si possono ancora oggi trovare anche a 20 euro: più o meno il costo a Napoli di pizza, birra, caffè e ammazzacaffè.

Il mercato è quanto mai florido e per rendersene conto basta dare un’occhiata ad altri due rapporti che agli italiani non interessano un beato cavolo, perché sfogliandoli non ci sono culi, non ci sono tette, non ci sono tronisti e non ci sono neppure le fantasmagoriche avventure di Silvio e Noemi: quello della Dna, la Direzione nazionale antimafia (dicembre 2008) e quello della Direzione investigativa antimafia, Dia (di pochissimi giorni fa e che si riferisce al secondo semestre 2008)

I RAPPORTI DELLA DNA E DELLA DIA SUL TRAFFICO DI ARMI

Le rotte nelle quali inserirsi e fare affari sono sempre le stesse: quelle dell’Europa dell’Est: basti pensare alle mafie internazionali che attraverso la Transnistria riforniscono di armi illegali i ribelli ceceni. Oppure si può volgere lo sguardo alle rotte balcaniche dove la criminalità bulgara e quella albanese – in stretto contatto con quelle italiane – fanno circolare armi e droghe. E sì, perché i due mercati illegali corrono paralleli: con una fava (la stessa rotta) si prendono due piccioni (armi e droga).

Nei mercati balcanici non va sottovalutato neppure il ruolo della Sacra Corona Unita: sapete com è, la Puglia è di fronte ai Paesi dell’ex Jugoslavia e l’occasione fa il criminale ancor più ladro.

Ma le Nazioni dove il contrabbando di armi è uno sport di massa criminale, sono sempre di più. Il Canada è uno di questi. Il 2 agosto 2008, a esempio, a Toronto è stato arrestato Giuseppe Coluccio, originario di Gioiosa Ionica, latitante dal 2005, che in America del Nord, tra le altre cose, si divertiva a trafficare in armi in collegamento con esponenti della mafia siciliana e narcotrafficanti colombiani.

In Calabria –come ci informa l’ultimo rapporto della Dia – attivi nel traffico di armi sono le famiglie lametine Cerra-Torcasio-Gualtieri e Giampà. Sempre in provincia di Catanzaro, nello stesso “nobile” ramo operano le cosche Pane-Iazzolino e Ferrazzo, mentre se ci spostiamo in Campania troviamo l’immancabile clan Licciardi (e parliamo, ripeto, delle operazioni della Dia del solo secondo semestre 2008. Figuriamoci se andassimo indietro nel tempo quanti sarebbero clan e cosche coinvolte).

E quando l’Italia non ha le mafie al centro del commercio, diventa comunque terreno vitale per i traffici internazionali. Il 10 giugno 2008, a esempio, presso un ristorante romano in Via Veneto è stato accoltellato (colpito, ma non ucciso) Agkatzanian Gkrant, cittadino greco di origine armena. Le indagini – ancora in corso – hanno individuato la presumibile causa del tentato omicidio in una vendetta tra gruppi criminali armeni, russi e ucraini, dediti al traffico internazionale di armi e droga.

La Nigeria – Paese dove la guerra è di casa e quando non lo è, è di casa negli Stati vicini – è un altro centro mondiale del mercato nero delle armi. In questo Paese - secondo il rapporto 2008 della Dna – operano 400 centrali del crimine e di queste il 50% traffica in armi e droga con ramificazioni internazionali.

LA COMPLESSA SITUAZIONE IN PROVINCIA DI BRESCIA

La relazione 2008 della Dna specifica che nel bresciano continua a dare segnali di pericolosa presenza anche la criminalità sarda, “con l’aumentata incidenza – si legge testualmente a pagina 397 – nei traffici degli stupefacenti e delle armi. Ben nota invece appare la presenza, da decenni, della ‘ndrangheta calabrese. Significativa della liason con il territorio calabrese è, a esempio, l’indagine Cometa, che ha evidenziato un traffico di armi e droga e una serie di collegamenti di taluni soggetti indagati, con Cosimo Mamone e Antonio Roberto Cirillo, assassinati a Fabrizia, in provincia di Vibo Valentia”.

Per rimarcare quanto il traffico illegale di armi sia un business dalle proporzioni inimmaginabili (e prima di tornare alla provincia di Brescia), è bene ricordare che il traffico di armi per la criminalità sarda e nella stessa Sardegna è un vero e proprio affare. “Un canale ricorrente – scrive la Dna a pagina 413 dell’ultimo rapporto – è il traffico di armi verso la Corsica, tradizionale alimento degli autonomisti. Una riprova del carattere endemico di tale fenomeno è data dalla frequenza delle rapine di armi. Numerosi sono i rinvenimenti di armi ed esplosivi”

Ma torniamo a Brescia, sempre più potenziale crocevia del traffico internazionale di armi, alla portata di mano di clan campani, cosche siciliane ma (soprattutto) ‘ndrine calabresi.

Riportiamo – senza alcun commento e dunque oggettivamente – il passo che il consigliere della Dna Pier Luigi Maria Dell’Osso ha dedicato a pagina 402 a Brescia e alla sua provincia. “E’ opportuno rimarcare che nel bresciano sono operanti, com’è noto, fabbriche di armi di antica tradizione nonché di rilevanza internazionale. E non sono mancate in passato indagini in tema di traffici d’armi, come quelle, già evidenziate in precedenti relazioni, concernenti la commercializzazione di armi demilitarizzate ed inertizzate. Quel che interessa qui sottolineare è come il territorio bresciano, con riferimento al settore predetto, presenti ulteriori profili di peculiare rilievo, con riferimento sia alla valenza economico-industriale sia alla possibilità di richiamare l’attenzione di gruppi criminali o comunque di innescare attività delittuose.”
Roberto Galullo
Il sole24ore

Volo AF 447 Airfrance sabotato
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Re: La mafia mondiale, Posted 08 Nëntor 2009, 13:30
Angolagate: 3 anni per traffico d’armi all’ex ministro francese Pasqua

Imazh
Charles Pasqua


Charles Pasqua apre il vaso di Pandora. Appena condannato a Parigi per lo scandalo Angolagate, il senatore dell’Ump va in tv e attacca. La vendita d’armi all’Angola negli anni Novanta era un fatto noto al Presidente della Repubblica, al Premier e a quasi tutto il governo francese.

“Credo sia ora di fare chiarezza. Il Presidente della Repubblica ne era al corrente. Il Premier era al corrente. La maggior parte dei ministri pure, salvo che io non avevo competenze specifiche a riguardo. E’ il momento di dire le cose come stanno”.

Ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, Pasqua è stato condannato a tre anni, due con la condizionale. Per Pierre Falcone, uomo d’affari che organizzò il traffico assieme al miliardario israeliano Arcadi Gaydamac, sei anni di prigione. Condannato anche Jean-Christophe Mitterrand, uno dei figli dell’ex Presidente, a due anni di prigione con la condizionale più una maxi multa da tre cento settanta cinque mila euro.

“E’ stato un accanimento giudiziario inammissibile” è la reazione di Mitterrand. “Dovuto tra l’altro al fatto che mi chiamo come mi chiamo” ha aggiunto.

L’Angolagate risale al periodo novanta tre novantotto. Mitterrand e Chirac i Presidenti in carica. Per un giro d’affari pari a sette cento novanta tre milioni di dollari, armi dell’ex Unione Sovietica vennero vendute in Agola, dov’era in corso la guerra civile in cui il Paese africano era appena ripiombato dopo una breve parentesi di pace.
Euronews
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Re: La mafia mondiale, Posted 08 Nëntor 2009, 13:37
ZIVKOVIC, LA JUGOIMPORT E I TRAFFICI D'ARMI CON L'IRAQ

ImazhImazh
Zoran Zivkovic e il trafico di armi in Iraq


Il nuovo primo ministro della Serbia, Zoran Zivkovic, è stato per anni ai vertici della Jugoimport, un'azienda che commercia in armi, è stata coinvolta in traffici con l'Iraq e il cui vertice assomiglia a una vera e propria cupola politico-affaristica-militare

Tre giorni fa, il 19 marzo, uno scarno comunicato dell'agenzia Beta rendeva noto che il neoeletto primo ministro della Serbia, Zoran Zivkovic, si era dimesso dalle sue cariche di membro del consiglio di amministrazione rispettivamente dell'Industria del Tabacco di Nis (DIN) e della Jugoimport SDPR. La motivazione data è che tali cariche non sono conciliabili con la funzione di premier. Le dimissioni dalla DIN a sole due settimane dall'avvio della procedura con cui il governo guidato dallo stesso Zivkovic privatizzerà l'appetibile azienda (i principali candidati al suo acquisto sono Philip Morris e British American Tobacco) non sono certo una garanzia sufficiente a escludere un approccio "insider". Tuttavia, è il nome della Jugoimport a riportare alla memoria i fatti più imbarazzanti, che legano il neopremier a traffici d'armi con l'Iraq, alla lobby degli armamenti e a una vera e propria cupola politico-affaristica-militare.

LA JUGOIMPORT E L'IRAQ

La Jugoimport è stata per 50 anni un vero e proprio gigante dell'economia jugoslava. Questa azienda statale (controllata dal Ministero della Difesa federale), ha avuto infatti fino ad anni recentissimi il monopolio sul commercio di armamenti del paese. Secondo le parole del suo ex direttore, il gen. Jovan Cekovic, il suo giro d'affari fino al 2002 è stato di circa 23 miliardi di dollari, dei quali 16-17 miliardi sono attribuibili a esportazioni. Secondo altre stime non ufficiali, il suo giro d'affari annuo attuale sarebbe di circa 3 miliardi di dollari e il suo profitto netto di 750 milioni di dollari. La Jugoimport ha inoltre la facoltà di gestire in proprio i profitti realizzati, che non è tenuta a versare al Ministero della Difesa. Il suo salto di qualità l'azienda lo ha fatto negli anni '80, quando il conflitto tra Iran e Iraq le ha aperto la possibilità di concludere lucrosi accordi con Bagdad. Ma il suo più grande affare (legale) la Jugoimport lo ha realizzato nel 1990 con il Kuwait, vendendo a tale paese carri armati per 500 milioni di dollari. A partire dagli anni '90, molti ex dipendenti della Jugoimport, perlopiù militari, hanno abbandonato l'azienda per costituire proprie società di commercio d'armi con volumi d'affari di decine di milioni di dollari. La Jugoimport collabora con alcune di esse. Viste le cifre in gioco, non sorprende che del suo consiglio di amministrazione abbiano sempre fatto parte importanti esponenti dell'esercito e politici - sotto Milosevic sono stati consiglieri di Jugoimport, tra gli altri, l'ex presidente jugoslavo Zoran Lilic e l'ex capo di stato maggiore Nebojsa Pavkovic, oltre a numerosi fedeli di Mira Markovic.

Verso la metà dell'ottobre scorso forze della SFOR hanno perquisito la fabbrica di armi Orao, nella Republika Srpska, sequestrando una serie di documenti che comprovavano la vendita di pezzi di aerei e altre apparecchiature militari all'Iraq e alla Liberia, in violazione dell'embargo ONU. Delle esportazioni illegali verso l'Iraq, secondo la documentazione, si occupava direttamente la Jugoimport. Dalla documentazione sequestrata, risultava inoltre che fino all'estate scorsa tecnici della Jugoimport erano impegnati in Iraq in operazioni di smantellamento e occultamento di apparecchiature militari. Nelle settimane successive allo scoppio dello scandalo è stata intercettata in Croazia una nave montenegrina, abitualmente utilizzata dalla Jugoimport, carica di propellenti alla nitrocellulosa e nitroglicerina inviati dall'azienda serba all'Iraq, sotto la falsa etichettatura di carbone attivo. Nel contempo è emerso anche che nel 1999 la Jugoimport era stata incaricata di coordinare le attività della Jugoslavia nell'ambito del programma ONU "Oil for Food", destinato all'Iraq: un fatto strano, perché l'azienda jugoslava si occupa esclusivamente di commercio d'armi e non di generi di prima necessità.

Banja Luka ha reagito prontamente allo scandalo, aprendo una commissione di inchiesta e accertando la veridicità dei fatti, tanto che il ministro della difesa e il capo dell'esercito della Republika Srpska sono stati costretti a dimettersi (il presente articolo non si occupa dei dettagli dello scandalo Orao-Jugoimport-Iraq, che potete trovare nei due esaustivi testi: International Crisis Group, "Arming Saddam: the Yugoslav Connection", http://www.crisisweb.org; e Tom Cooper, "The Orao Deal", in The ACIG Journal, http://www.acig.org/artman/publish/article_15.shtml). La reazione di Belgrado è stata invece ben diversa.

CHI DIRIGE LA JUGOIMPORT

A partire dal 1994 il colosso jugoslavo del commercio di armamenti è stato diretto da un militare, il gen. Jovan Cekovic, uno dei tanti fedelissimi di Milosevic convertitosi al nuovo corso di Djindjic e Kostunica. Dopo la caduta di Milosevic la carica di Cekovic è stata confermata dalle nuove autorità della DOS e il dirigente è stato promosso generale colonnello con un decreto speciale dell'allora presidente Kostunica. Ma l'aspetto più sconcertante è quello della composizione del consiglio di amministrazione dell'azienda, del quale allo scoppio dello scandalo facevano parte, oltre al ministro della difesa federale Velibor Radojevic e al primo ministro federale Dragisa Pesic, anche il ministro degli interni serbo Mihajlovic, il capo di stato maggiore dell'esercito jugoslavo Branko Krga, e l'allora ministro degli interni federale, e oggi premier serbo, Zoran Zivkovic. Mihajlovic, Krga e Zivkovic sono le tre persone che in questo momento, dopo l'omicidio di Djindjic e in assenza di istituzioni stabili, concentrano nelle proprie mani quasi tutto il potere nel paese, un potere straordinario grazie allo stato d'emergenza.

Mihajlovic è addirittura presidente del consiglio di amministrazione della Jugoimport. Non si capiscono i motivi per cui gli è stata attribuita questa importante carica, visto che la Jugoimport è sempre stata un'azienda federale, mentre Mihajlovic è ministro degli interni della Serbia: la sua carica nell'azienda ha evidentemente motivazioni prettamente politiche. Dusan Mihajlovic è stato alleato di Milosevic negli anni '90 e, oltre avere dimostrato ultimamente tutta la sua inettitudine come responsabile degli interni, è anche un imprenditore. E' infatti proprietario e direttore generale della società Lutra, che commercia in petrolio e "generi vari". La Lutra è stata una delle società che ha dovuto pagare la tassa sui "profitti extra", prevista da una legge speciale per ricuperare in modo indolore parte delle ricchezze accumulate illegalmente dagli accoliti di Milosevic. Nel dicembre scorso, inoltre, la Lutra è stata accusata dal quotidiano scandalistico "Nacional" di essere direttamente coinvolta nei traffici d'armi con l'Iraq, al quale avrebbe venduto pezzi per radar.

Branko Krga è stato nominato da Kostunica capo di stato maggiore dell'esercito ad interim nel giugno del 2001, in seguito alla rimozione del suo predecessore Nebojsa Pavkovic, "punito" per essere passato dalla parte di Djindjic e avere abbandonato il suo precedente protettore, cioè lo stesso Kostunica. Krga ha lavorato per lunghi anni come caposezione nella direzione dei servizi segreti dell'esercito e nel 1999, durante la guerra del Kosovo, è stato consigliere di Slobodan Milosevic per le questioni relative ai servizi segreti. Successivamente è stato promosso capo dei servizi di informazione dell'esercito. Secondo fonti serbe gode di ottimi rapporti con la Russia e l'Occidente e sarebbe uno dei generali che avrebbero convinto Pavkovic a non fare intervenire l'esercito il 5 ottobre del 2000.

Zoran Zivkovic è sempre stato l'uomo forte del DS a Nis, città della quale è stato per anni sindaco. Anche lui ha origini "imprenditoriali": nel 1988, cioè nel pieno della transizione politico-mafiosa al capitalismo di Milosevic, entra nel business con un'azienda, la Tehnomeding, che verso la metà degli anni '90 fallisce lasciando un buco finanziario che causa dissesti ad altre aziende di Nis. Negli ultimi anni, oltre a fare parte dei consigli di amministrazione di DIN e Jugoimport, è stato ministro degli interni federale, carica che ha rivestito senza registrare alcun successo nella lotta contro la criminalità politica, economica e mafiosa. Vista la sua carica istituzionale, si può dedurre che sia tra i responsabili dell'insabbiamento delle indagini sui responsabili della vicenda dei "camion frigoriferi" con i quali i cadaveri di centinaia di albanesi massacrati in Kosovo sono stati portati in Serbia e sepolti in fosse comuni.

LE "INDAGINI"

In un primo tempo gli Stati Uniti hanno esercitato forti pressioni su Belgrado affinché il caso dei traffici di armamenti con l'Iraq venisse chiarito e i responsabili individuati. A inizio novembre una delegazione di Washington si è recata a Belgrado per svolgere indagini sul caso. La prima reazione del governo jugoslavo è stata quella di rimuovere dai loro incarichi due persone: il viceministro della difesa incaricato dei controlli sulle operazioni di vendita della Jugoimport e, soprattutto, il direttore Cekovic. Immediatamente dopo la sua rimozione, tuttavia, Cekovic è stato nominato consulente della Jugoimport, per poi essere completamente allontanato dall'azienda solo in un secondo tempo, dietro pressioni USA. Il suo posto è stato rilevato da Stevan Nikcevic, il quale altri non è se non il vice di Zoran Zivkovic al ministero degli interni federali. Nikcevic è stato alto funzionario dei servizi segreti di Belgrado sotto Milosevic ed è stato accusato di avere fatto parte, come tale, del gruppo incaricato di seguire Slavko Curuvija, il noto giornalista assassinato dal regime durante i bombardamenti del 1999: il fratello dello stesso Curuvija a tutt'oggi ritiene Nikcevic, che nega, uno dei responsabili dell'omicidio.

Tuttavia, non solo l'ex direttore Cekovic, ma anche molti membri del consiglio di amministrazione erano da ritenersi responsabili. Infatti, tutte le operazioni dell'azienda dovevano passare per l'approvazione scritta del consiglio di amministrazione: nessuno dei membri di quest'ultimo, secondo le parole di Cekovic, ha mai avuto da ridire sulle operazioni di vendita. Che un affare di dimensioni come quelle della vendita all'Iraq sia passato inosservato al consiglio di amministrazione, e sopratutto ai due ministri degli interni, appare poco credibile e sarebbe comunque una testimonianza della loro totale inaffidabilità.

Il governo federale ha costituito il 29 ottobre scorso una commissione incaricata di indagare sul caso della vendita illegale di armamenti all'Iraq. Della commissione di inchiesta facevano parte Velibor Radojevic e Zoran Zivkovic, i quali hanno quindi indagato su se stessi! La commissione ha terminato le sue indagini in meno di dieci giorni. E' stato Zivkovic a riferirne i risultati alla stampa il 18 novembre: "la Commissione", ha spiegato Zivkovic, "non ha indagato sulla Jugoimport, ma sul Ministero della Difesa... Siamo giunti ad alcune decisioni, come la sospensione di tutti i protocolli di cooperazione con i paesi sotto sanzioni ONU. Ci sono state irregolarità nell'emissione di permessi per il commercio di armi e apparecchiature militari. E' chiaro che le armi erano destinate all'Iraq... Non è compito della Commissione decidere chi è colpevole. La Commissione non può giudicare" ("Blic", 18 novembre 2002). Da parte sua Dusan Mihajlovic ha annunciato l'apertura immediata di un'inchiesta a livello della repubblica, con la quale sarebbero stati esaminati tutti i documenti e i contratti firmati dalla Jugoimport. Inutile dirlo, fino al momento in cui scriviamo Mihajlovic non ha avviato alcuna inchiesta. Tutto finisce qui: Mihajlovic, Radojevic e Zivkovic, nella veste di giudici, hanno assolto Mihajlovic, Radojevic e Zivkovic nella veste di indagati! Da notare infine che gli Stati Uniti, pur nel clima di caccia internazionale alle streghe che ha contraddistinto i preparativi alla guerra contro l'Iraq, si sono accontentati di questa "non indagine" e non hanno più esercitato alcuna pressione. Anzi, il 18 dicembre scorso l'attuale direttore della Jugoimport, ed ex uomo di Milosevic, Stevan Nikcevic, si è recato in visita ufficiale negli Stati Uniti per avviare una cooperazione tra l'azienda e la parte americana.

Il caso è chiuso e fino a oggi non è stato più aperto. E' da escludersi che venga riaperto ora o in un prossimo futuro, dato che gli stessi Mihajlovic, Zivkovic (e Krga) sono i principali protagonisti della difesa degli "interessi dello stato" contro i criminali. Vale la pena a tale proposito citare per esteso cosa scrive l'International Crisis Group riguardo al contesto in cui è scoppiato lo scandalo: "si è verificato nel momento in cui era imminente un passaggio di poteri dal livello federale a quello delle due repubbliche. Gli esiti di questa trasformazione sono ancora incerti, sia per i militari che per i commercianti d'armi. Poiché è sicuro che le repubbliche avranno più voce in capitolo nelle future operazioni del complesso militare-industriale, lo stato maggiore dell'esercito e il Ministero della Difesa sembrano avere scatenato una guerra burocratica su chi controllerà i profitti del commercio d'armi. Dato che i commercianti d'armi e i loro associati cercano alleati che li aiutino nella nuova situazione fluida, le vecchie alleanze sembrano disintegrarsi rapidamente. Quelle nuove che verranno create si baseranno sull'abilità dimostrata dai singoli politici nel proteggere i flussi finanziari". E il 5 novembre, in pieno scandalo, Djindjic annunciava che il governo della Serbia stava avviando misure per rimuovere il blocco alle esportazioni di armi delle sei maggiori società di produzione, specificando che tali società nel 2001 hanno raddoppiato o addirittura triplicato la loro produzione e ora danno lavoro a 100.000 persone, con esportazioni per 100 milioni di dollari.

CONCLUSIONE

Nel clima di artificiale unità nazionale creatosi in Serbia dopo l'omicidio di Djindjic, nessuno osa più dire una parola critica su personaggi come Mihajlovic, Zivkovic e Krga. La vicenda Jugoimport comporta per tutti e tre una forte ricattibilità, perché essere stati pubblicamente coinvolti in un documentato traffico d'armi con l'Iraq è oggi indubbiamente ad altissimo rischio politico. Gli USA, comunque, non hanno sollevato obiezioni all'ascesa al potere di Zivkovic: nell'instabilità mondiale causata dalla guerra sarebbe evidentemente pericoloso aprire un altro fronte, anche solo a livello diplomatico, in un paese esplosivo come la Serbia. Meno spiegabile appare invece il fatto che l'inverno scorso non abbiano insistito per l'individuazione dei responsabili dei traffici.

A nostro parere, tuttavia, l'elemento più sconcertante della vicenda non sta nel link con l'Iraq. Il caso della Jugoimport è soprattutto un esempio lampante di come gli attuali tre maggiori responsabili della lotta contro i criminali in Serbia siano allo stesso tempo tra i maggiori responsabili dell'inazione contro tale criminalità negli ultimi anni (in particolare i due ministri degli interni Mihajlovic e Zivkovic) e facciano parte di una cupola politica collegata ai vertici militari, dedita a uno dei più odiosi traffici, quello di armi, per un giro d'affari da capogiro.

Le parole più efficaci su tutto questo le ha scritte il settimanale serbo-bosniaco "Reporter" in tempi non sospetti, il 29 ottobre scorso: "E' incredibile, paradossale, assurdo e anche irresponsabile che due ministri dell'interno, quello federale e quello della Serbia, Zoran Zivkovic e Dusan Mihajlovic, che fanno entrambi parte del consiglio di amministrazione della Jugoimport, non sappiano nulla delle attività di tale azienda. Le armi, le munizioni e la loro circolazione sono di importanza vitale per la sicurezza nazionale. Se dobbiamo ammettere che non sanno niente di tali fatti, ci si può domandare allora cosa ne sappiano dei traffici di sigarette, petrolio e droga, o della tratta di esseri umani. Perché il traffico illecito d'armi significa che la mafia si è costituita in stato nello stato. E poiché le rotte del traffico di sigarette e di droga sono quelle che aprono la strada al traffico d'armi, il crimine organizzato è l'inizio dell'introduzione del terrorismo organizzato sul territorio di un paese". Parole che rendono superfluo ogni altro commento.
Andrea Ferrario
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Re: La mafia mondiale, Posted 08 Nëntor 2009, 16:52
FDA ammette che è sbagliato in merito alla sicurezza del mercurio in otturazioni dentarie.

Dovremmo ancora avere fiducia a i loro di Thimerosal?

Ricordo, scienza rottame è stato utilizzato per giustificare il fatto che le sigarette erano al sicuro, anche nel 1990, quando sappiamo che causano il cancro.

Il piombo è stato chiamato completamente sicuro l'Istituto Mellon essere nella nostra benzina e di vernice, tra molte altre cose.

L'Istituto Mellon ha anche detto che meothelioma non è stato causato da amianto.

Ci sono un paio di volte in cui la scienza stessa era solo sbagliata, pianura sbagliato, e si precipitò società in cose senza considerare gli effetti collaterali, effetti a lungo termine o qualsiasi altra cosa.

Il mercurio è una delle sostanze più tossiche del pianeta. Se non dovrebbe essere in nostri denti, in qualsiasi quantità, cosa ti fa pensare importo QUALUNQUE è sicuro in un vaccino, come additivo? Il piombo è a rischio a qualsiasi livello, infatti, neurotossine la maggior parte sono trattati in questo modo, con preoccupazione completa per tenere lontano dal nostro corpo in qualsiasi quantità.

Dr. Maurice Hilleman conferma che Cancro e L'Aids vengono da i vaccini
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Re: La mafia mondiale, Posted 13 Nëntor 2009, 00:38
Inventori di malattie: per vendere farmaci a persone sane

Imazh


«Il nostro sogno è inventare farmaci per gente sana»: la frase, attribuita ad Henry Gadsen, direttore generale della multinazionale farmaceutica Merck, riassume la filosofia del “Disease mongering”, ovvero: la scienza (mostruosa) degli “inventori di malattie” che creano patologie a tavolino per poi vendere più farmaci. L’argomento, delicatissimo, è stato affrontato il 9 ottobre a Genova, a poche settimane dalla storica sentenza di patteggiamento siglata dalla multinazionale farmaceutica Pfitzer. L’azienda sborserà 2,3 miliardi di dollari: la sanzione punisce la spregiudicatezza degli informatori scientifici e la corruzione dei medici al fine di aumentare le prescrizioni.

Se n’è parlato al forum genovese promosso dalla rivista “Diagnosi & Terapia” e dall’associazione “Giù le mani dai bambini”, con il Comune di Genova e con il disease-mongering-2patrocinio di Provincia, Regione Liguria e Ordine dei Medici. Introdotti da una sintesi del recente documentario di RaiTre “Inventori di malattie”, i relatori hanno esaminato la pratica del “disease mongering”, la raffinata tecnica di marketing che prevede l’invenzione a tavolino di malattie al fine di vendere “blockbuster” farmaceutici come il Ritalin, il Prozac, il Tamiflu ed altre molecole sempre più presenti negli armadietti dei medicinali di ogni famiglia della penisola, che è – per numeri assoluti – il quinto mercato farmaceutico al mondo.

Bambini troppo agitati e distratti? E’ la sindrome Adhd. Che secondo Stefano Scoglio, esperto nutrizionista e ricercatore, «è una case history di marketing su cui dobbiamo interrogarci, come denuncia il documentario di RaiTre», visto l’abuso di psicofarmaci a cui si ricorre sistematicamente. «Siamo ad oltre 20 milioni di ricette di metanfetamine all’anno, con un giro di affari da miliardi di dollari». Per Scoglio esistono prodotti di origine naturale, di comprovata efficacia e con bassissimi profili di rischio. «Ma dato che non sono brevettabili e quindi non si può ‘proteggere’ l’investimento, nessuno fa ricerca su queste molecole, penalizzando i piccoli pazienti: perché allora non ci pensa il ministero della salute?».

Per l’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, ora presidente della fondazione “Università Verde”, il ruolo di controllo delle associazioni rappresentative della società civile è riconosciuto e accettato dalle istituzioni pubbliche di molti paesi del mondo, tranne in Italia, dove è ancora visto con diffidenza». Le ‘lobby bianche’ devono mettersi in rete e fare fronte comune: «Le multinazionali del farmaco hanno strutture di pr e marketing efficientissime e sono presenti costantemente nei corridoi delle istituzioni che contano. Chi ambisce a disease-mongering-1contrastare queste pratiche di business troppo aggressive deve imparare ad organizzarsi».

«Questi prodotti salvano vite ed hanno allungato le aspettative di esistenza dell’uomo nell’ultimo secolo», ammette Enrico Nonnis, di “Psichiatria Democratica”, ma parlare oggi di marketing farmaceutico invadente è come scoprire l’acqua calda. «E’ mai possibile che solamente il sollevare questi argomenti eticamente sensibili susciti reazioni forti e contrarie?».

Per non parlare del “Disordine disforico da deficit ansiogeno da consunzione di attenzione sociale”: «Una finta malattia, con tanto di farmaco fittizio per curarla e sito internet per promozionarla», inventata provocatoriamente da un suo collega medico. «La verità – aggiunge Nonnis – è che noi medici siamo così bombardati di informazioni che a volte non possiamo più distinguere tra quello che è marketing e quello che è vera scienza».

«La salute è un’industria, fa gola a molti, e la pressione delle aziende farmaceutiche è certamente forte», riconosce Alberto Ferrando, pediatra e vicepresidente dell’Ordine dei Medici. «Ogni approccio terapeutico dev’essere diverso dall’altro. Ora le sirene dell’industria cercano di rivolgersi non solo più al medico, ma direttamente ai malati. Il “disease mongering” esiste, eccome, e a volte noi medici neppure conosciamo questi meccanismi: ai colleghi più giovani disease-mongering-3ricordo che non esiste solo la scienza medica, c’è anche una scienza del marketing».

Il sistema è «inquinato» alla base, avverte Federico Mereta, medico e giornalista. «Invece di intervenire per curare, pare che a volte l’obiettivo sia quello di creare surrettiziamente malessere, al fine di proporre poi soluzioni pronte per risolverlo, possibilmente che rendano molto denaro». Emilia Costa, docente di psichiatria alla Sapienza di Roma, la chiama «complessa ed articolata strategia per il condizionamento del mercato della salute». La professoressa la definisce «un’ipnosi dolce, che mira a convincere gli individui circa l’utilità incondizionata del farmaco. Non è più il dottore che cura il paziente, ma il farmaco: noi medici siamo diventati esclusivamente distributori di ricette?».

Distributori, in molti casi, “complici” dell’industria farmaceutica. «Tre quarti dei colleghi che hanno redatto il Dsm (il catalogo diagnostico delle malattie mentali), hanno rapporti finanziari con le case farmaceutiche», accusa Paolo Roberti di Sarsina, dirigente di psichiatria ed esperto del Consiglio Superiore di Sanità. Non è tutto: «Più del 90% della ricerca scientifica è finanziato dall’industria, e oltre la metà del budget dell’Agenzia Europea del Farmaco è garantito dai produttori». Quello che il sanitario auspica è «una pandemia, certo: ma di consapevolezza».

Il problema non sono le industrie, che spingono alla follia sulle leve del marketing per svuotare i magazzini di vaccini contro l’influenza A: il problema sono gli Stati che ne acquistano decine di milioni di dosi, accusa Franco De Luca, medico e autore del libro “Bambini e (troppe) medicine” (Il Leone Verde edizioni). «Cosa possiamo fare noi medici? Dare segnali chiari: rinunciare ad omaggi e regalie, privilegiare corsi di formazione non sponsorizzati dalle industrie, dichiarare sempre – se esistono – i legami finanziari con i produttori, richiedere a gran voce la pubblicazione delle ricerche scientifiche sui farmaci».

Luca Poma, giornalista e portavoce di “Giù le Mani dai Bambini”, è divenuto famoso per la battaglia contro l’abuso di psicofarmaci sui piccoli pazienti. «Un recente rapporto di Business Insights, una delle più note riviste destinate ai dirigenti del settore pharma – afferma Poma – dice che la capacità di “creare mercati per nuove malattie si traduce in vendite” e che “una delle migliori strategie consiste nel cambiare il modo in cui la gente percepisce i propri disturbi”». Vie d’uscita? Agire sui pazienti, informarli, metterli in guardia. Perché «gli anni futuri saranno i testimoni privilegiati della creazione di malattie patrocinate dalle industrie»
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Re: La mafia mondiale, Posted 13 Nëntor 2009, 18:28
Knezevic accusa Djukanovic: 2,3 miliardi di marchi riciclati tra il Montenegro e la Svizzera

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Milo Djukanovic


Podgorica - In un'intervista rilasciata per il quotidano Vjesti, Ratko Knezevic lancia una dura accusa nei confronti del Primo Ministro Milo Djukanovic, dicendosi convinto che dietro l'assassinio del giornalista croato Ivo Pukanic vi è il "cartello delle sigarette", vecchio impero di Djukanovic-Subotic. Knezevic, che ha anche rilasciato una dichiarazine nell'ambito dell'inchiesta della Direzione italiana per l'Anti-mafia sul contrabbando di sigarette e il riciclaggio di denaro tra Montenegro-Italia-Svizzera, spiega come il denaro della criminalità organizzata è stata trasferita sui conti delle banche svizzere, per essere poi reinvestiti in Montenegro o in altre attività criminali.
Dicendosi preoccupato per la sua stessa vita, Knezevic decide di esporsi sui media e di parlare dell'Affare Djukanovic, entrando così a far parte del coro delle grandi rivelazioni dopo anni di silenzio, come hanno fatto lo stesso Subotic e Joca Amsterdam. L'omicidio di Pukanic dà ancora materiale di discussione, ma il vero problema non è la morte del direttore del giornale croato, bensì la destabilizzazione dell'equilibrio politico in Montenegro. Spiega, dunque, che tra il 1999 e il 2000 sono stati riciclati circa 2,3 miliardi di marchi, passando attraverso le società Codex del Lichtenstein e la cipriota Dulwich gestito - come già spiegato dalla procura di Bari - da Djukanovic e Cane Subotic. Tuttavia, il percorso dei soldi non si è fermato lì, in quanto parla dell'esistenza di altri tre conti che sono stati, secondo le loro parole, sotto il controllo Djukanovic. Si tratta di conti in una piccola banca di Chiasso, la Banca Svizzera italiana, nella UBS Bank di Cugy (vicino Zurigo) e di un conto di risparmio presso la UBS di Lugano.

Contrabbando e riciclaggio: Djukanovic immune ma non innocente
Il nucleo investigativo anti-mafia di Bari (Dda) ha chiesto il rinvio a giudizio per 14 persone, di cui circa la metà di origine serba e montenegrina, e stretti collaboratori di Milo Djukanovic. Per il Premier del Montenegro è invece prossima la richiesta di archiviazione.

I segreti bancari svizzeri e la verità sulla storia dei Balcani

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UBS Bank


La UBS Bank è stata tra le prime banche a subire la crisi speculativa dei subprimes, proprio perché eccessivamente esposte con il suo portafoglio di titoli, ed oggi sta crollando in una voragine che trascinerà con essa anche il famoso segreto bancario svizzero. Il dipartimento di Giustizia americano ha chiesto però la banca svizzera UBS riveli l'identità di altri 52 mila clienti americani che possiedono dei conti cifrati illegali. Un caso che potrebbe divenire un pericoloso precedente. Cosa succederebbe, infatti, se si cominciasse a chiedere alla Svizzera di rivelare i conti cifrati che hanno consentito il riciclaggio del denaro dei traffici illegali e del finanziamento al terrorismo o della stessa guerra in Bosnia o in Kosovo?

Branch bancarie e riciclaggio: il fulcro delle mafie locali
Esiste sempre un forte legame tra i gangster che fanno del traffico e del contrabbando la loro piccola colonia, e la gente che lotta per il "bene" della democrazia e dello Stato. Le mafie locali non rappresentano né il punto di origine né di arrivo delle grandi operazioni criminali che mettono in ginocchio le piccole economie e spesso interi Stati, ma semplicemente delle pedine all'interno di un disegno più grande.

Trading e fondazioni: il cerchio si chiude
Le organizzazioni umanitarie che innescano scandali e destabilizzazioni dei Governi, spesso non sono nient'altro che un tassello di grandi operazioni riciclaggio internazionale o di truffa finanziaria. Esiste dunque uno stretto collegamento tra un’organizzazione senza scopo di lucro e le entità economiche o politiche, costituito proprio da operazioni finanziarie come i programmi di Trading. Conoscere certi meccanismi consente così di capire il vero scopo delle tante organizzazioni che affollano i programmi di sviluppo di aree regionali in difficoltà, come quella dei Balcani, e che spesso portano avanti anche dei programmi politici e di propaganda.

La pulizia etnica del Kosovo premiata con un Nobel

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Martti Ahtisaari

Martti Ahtisaari è stato premiato con il Nobel per la Pace per le sue attività di mediatore nel cosiddetto Kosovo “multi-etnico”. Così, con un paradosso assurdo, mentre i media di tutto il mondo non hanno riconosciuto la vittoria della Serbia all’interno dell’Assemblea Generale dell’ONU contro la sceneggiata dell’indipendenza del Kosovo ma soprattutto contro gli Stati Uniti - sostenuti solo da un manipolo di piccoli Paesi - viene conferito un Premio Nobel per la pace a Martti Ahtisaari, già sfiduciato dalla maggioranza in sede Onu.

Energia e collaterali: il ricatto delle Banche
L’andamento di petrolio ed energia ormai è costantemente monitorato da fondi di investimento e gruppi bancari che fanno da registi all’interno e dietro le quinte del mercato finanziario, manipolando informazioni, titoli e società. I grandi traders della finanza internazionale da tempo ormai hanno affondato i loro tentacoli sui meccanismi del mercato, acquistando titoli delle società che sfruttano giacimenti e fonti di energia, per poi immetterli in strani giri finanziari volti a dissimulare le capitalizzazioni.

Telekom Serbia: una storia ancora da chiarire
Torna il caso Telekom Serbia, all'indomani della riapertura del processo per diffamazione contro le illazioni del faccendiere Igor Marini nei confronti di personaggi di spicco. Vi sono infatti ancora molti particolari, volutamente ignorati in maniera tale che l'opinione pubblica si accanisse nei confronti di personaggi inutili e insignificanti. E' stata costituita una commissione di inchiesta per indagare sulle assurde rivelazioni di un faccendiere, in maniera tale da insabbiare la vera inchiesta, che avrebbe dovuto interessare l'origine e la destinazione di rilevanti somme di danaro transitate sui conti correnti di grandi Banche d'affari.

Djukanovic si dichiara innocente dinanzi ai giudici di Bari
Terminato, dopo 5 ore l'interrogatorio di Milo Djukanovic dinanzi ai Pubblici Ministeri di Bari. Al termine dell'interrogatorio, il legale del Premier del Montenegrino Enrico Tuccillo, dichiara alla stampa, in difesa di Djukanovic, che "la concessione delle licenze di importazione delle sigaretta era necessaria per la sopravvivenza del Montenegro".

Enormi giacimenti di petrolio in Albania?

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La Gustavson Associates LLC


La Gustavson Associates LLC afferma che "le riserve di petrolio rinvenute in Albania sono molto più grandi di quanto si pensasse sino ad ora", con un giacimento sotterraneo di 3 trilioni di metri cubi di riserve di gas naturale. Giacimenti che offrirebbero un rendimento di oltre 32 miliardi di dollari.

L' amarezza di Carla del Ponte prima dell'esilio argentino

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Carla del Ponte


Carla del Ponte lascia il Tribunale Internazionale dell'Aja con le ennesime dichiarazioni di amarezza e astio nei confronti della Serbia. Attacca in maniera dura i rappresentanti diplomatici italiani per il sostegno offerto a Belgrado nel processo di integrazione della UE.
Carla del Ponte, procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell'Aja, a partire dal gennaio del 2008 diventerà ambasciatrice svizzera in Argentina. La notizia giunge inaspettatamente, e soprattutto dopo che era stato più volte ribadito che Carla del Ponte non avrebbe lasciato la sua "carriera da Procuratore".

Lo Stato all'interno dello Stato
Il Kosovo è oggi al centro di accese trattative diplomatiche, turbate da inquietanti episodi di terrorismo e propaganda che creano un clima particolarmente teso. Da Wolfgang Ischinger giunge la proposta di intensificare le trattative bilaterali tra Belgrado e Pristina con l'intermediazione della Troika, senza accennare alla possibilità di una conferenza internazionale. Si aspetta dunque che Serbia e Kosovo giungano ad un accordo, strettamente monitorato dalle Nazioni Unite e della stessa Unione Europa, fermo restando che non è stato escluso che il Kosovo possa proclamare autonomamente la propria Indipendenza, lasciando alle entità sovranazionali il potere di riconoscerlo come Stato.

Un grande conflitto di interesse al Tribunale dell'Aja

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Radovan Karadzic


Arrestato il figlio di Radovan Karadzic da parte della polizia serba, come dimostrazione dell'impegno della Serbia nelle indagini e nelle ricerche dei "criminali di guerra". La notizia dell'arresto giunge, tra l'altro, dopo la decisione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di prorogare la nomina di Carla del Ponte come Procuratore del Tribunale dell'Aja sino alla fine dell'anno. Viene così rilanciata la crisi balcanica, per costruire un nuovo ricatto nei confronti della Serbia per l'Indipendenza del Kosovo, mentre si inaspriscono le critiche dell'Onu nei confronti dell'Iran. Una risoluzione dell'Onu favorevole all'Iran corrisponderà poi ad un impegno a dichiarare l'Indipendenza del Kosovo, per sottrarlo alla Serbia e metterlo nelle mani occidentali: questo perché sono entrambe delle regioni strategiche interessate da gasdotti e rete di infrastrutture.
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La mafia mondiale, Posted 14 Nëntor 2009, 01:38
La Svizzera è un stato mafioso

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Muammar Gheddafi


"La Confederazione deve essere divisa fra italiani, tedeschi e francesi", sostiene il Colonnello che il 22 settembre aprirà l'assemblea generale dell'Onu di cui la Libia sarà presidente di turno. Il dittatore non perdona a Berna l'arresto del figlio Hannibal e di sua moglie

TRIPOLI, 3 settembre 2009 - Gheddafi non si ferma più. Dopo avere appena festeggiato il quarantesimo anniversario del golpe che gli permise di prendere il potere, il dittatore libico va oltre. «Bisogna abolire la Svizzera e dividerla tra Italia, Francia e Germania".

Il colonnello intende presentare la sua iniziativa durante l'Assemblea generale delle Nazioni Unite - di cui la Libia è presidente di turno - che si aprirà il 22 settembre a New York. Secondo quanto sostiene il tabloid britannico «Daily Mail», il colonnello avrebbe già parlato della sua idea durante il G8 dell'Aquila nel luglio scorso, quando descrisse la Svizzera come «una mafia mondiale e non uno stato».

La Confederazione, ha spiegato, «è formata da una comunità italiana che dovrebbe tornare in Italia, una comunità tedesca che dovrebbe tornare in Germania e una terza comunità francese che dovrebbe tornare in Francia». Le parole di Gheddafi sono state definite una campagna unilaterale contro gli interessi svizzeri dal ministero degli Esteri di Berna, mentre nei giorni scorsi la deputata Christa Markwalder aveva detto: «Siamo preoccupati che la Libia usi la sua presidenza di turno dell'Assemblea generale per danneggiare la reputazione svizzera».

I rapporti tra Tripoli e Berna sono precipitati lo scorso anno, dopo l'arresto a Ginevra di uno dei figli del colonnello, Hannibal, e della moglie, accusati di maltrattamenti nei confronti dei loro domestici. Un arresto per il quale la Svizzera si è scusata nei giorni scorsi, dopo una serie di rappresaglie economiche e commerciali e dopo il fermo di due cittadini svizzeri in Libia, per oltre un anno 'ostaggiò a Tripoli con il divieto di lasciare il Paese.
http://quotidianonet.ilsole24ore.com
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La mafia mondiale, Posted 14 Nëntor 2009, 14:52
Il 'signor Tamiflu, sempre più ricco grazie all'antivirale più usato contro la febbre suina virus H1N1.


Imazh
Norbert Bischofberger

Imazh
Tamiflu

Norbert Bischofberger, 55 anni, era a capo del team di ricerca che creò il farmaco. La sua busta paga ammonta a 450 mila sterline l'anno, ma lievita di milioni grazie a stock option e bonus.
Ennesimo caso di pandemia, ennesimo caso di panico generale per un'influenza, ennesimo caso di allarme mondiale. E per l'ennesima volta si parla di possibile contagio mondiale, ennesima allarme da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità morti per l'influenza.
Ma analizziamo meglio questo virus. Vediamo effettivamente cos'è:

"Il virus noto come H1N1 ha subito una mutazione nel passaggio dai maiali agli esseri umani ed è comparso per la prima volta circa due mesi fa nel sud degli Stati Uniti; anche se è diverso da quello dell'influeza aviaria, che è molto più aggressivo, non è detto che i vaccini disponibili finora risultino efficaci."

La carne di maiale non trasmette l’influenza suina, si trasmette come la normale influenza mediante contatti diretti quali tosse, starnuti, baci. (ora a meno che non abbiate un stretta relazione con un maiale, ci dormiate insieme, vi baciate, e vi fate starnutire in faccia potete stare tranquilli!!!)

Ma quali sono le origini di questa influenza?

Si chiama Smithfield Food, ed è il più grande produttore di insaccati da supermercato del nordamerica. Smithfield ha un enorme stabilimento di maiali nello stato del VeraCruz in Messico, Granjas Carroll, da dove pare questa epidemia abbia avuto origine.

Secondo i residenti, le materie organiche e fecali prodotte dall'industria non vengono adeguatamente trattate, creando inquinamento nell'aria e nelle acque della regione. I residenti hanno a lungo protestato per gli odori fetidi nell'aria e nell'acqua, e per gli sciami di mosche che infestano le paludi di rifiuti. Lamentano anche disturbi respiratori. Ora, con il 30% della popolazione colpita dall'influenza, i cittadini chiedono a gran voce un'ispezione dello stabilimento industriale.

Secondo studi l'origine della diffusione del virus sono proprio i nugoli di mosche che sciamano intorno al produttore di wurstel, e precisamente nelle paludi formatasi per lo scarico noncurante degli escrementi dei maiali sul territorio.

A questo punto mi chiedo come mai non si sia mai sentita questa verità. Forse perchè non coviene a nessuno? Forse perchè si renderebbe poco credibile che tale mosche o tali feci possano arrivare dal Messico fino all'Europa? Forse perchè se fosse così si venderebbero meno medicinali? Forse perchè la vera preoccupazione dell'OMS non è combattere una possibile pandemia quato quella di far vendere più farmaci possibili?
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Re: La mafia mondiale, Posted 19 Nëntor 2009, 09:16
L’acqua non è più un bene comune

Imazh


Sulla liberalizzazione, o per meglio dire privatizzazione, del sistema idrico il governo ricorre addirittura alla fiducia. Non esiste certamente un problema di numeri, ma sicuramente un problema di coscienza. Ed allora si tratta di una fiducia che sa più di sfiducia, sfiducia nei confronti di quei deputati che come la quasi totalità degli italiani è assolutamente contrario a questa liberalizzazione.

“L’acqua è un bene comune, il suo utilizzo deve rispondere a criteri di utilità pubblica. Obbligare la privatizzazione del servizio idrico, pertanto, vuol dire intraprendere la strada sbagliata. La maggior parte delle esperienze di privatizzazione di questo servizio, infatti, non hanno portato al miglioramento della qualità della risorsa, né alla diminuzione dei consumi e dei costi per i cittadini”. Così Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente ha commentato la fiducia del Governo sul decreto Salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa la liberalizzazione di quello idrico.

“Questa legge costituisce l’ennesimo attacco agli enti locali, Regioni e Comuni – ha aggiunto Cogliati Dezza – che saranno privati della possibilità di amministrare il proprio territorio, anche nella gestione di un bene primario come l’acqua, aprendo la strada ad una speculazione privata soprattutto a discapito dei cittadini. Una decisione come questa, inoltre, non tiene conto delle buone esperienze di gestione pubblica, mettendo tutti sullo stesso piano con gravi conseguenze sulla qualità del servizio offerto ai cittadini. Non si capisce, infatti, perché aziende pubbliche che, ancora oggi, garantiscono la qualità del servizio e tariffe contenute debbano ora essere obbligate a trasferire quote importanti dell’azienda a privati o addirittura a riaffidare la gestione ad altri”.
“Proseguire sulla strada della privatizzazione vuol dire che entro i prossimi quindici anni il 65% del servizio idrico dell’Europa e del Nord America sarà gestito da sole tre multinazionali. Gli interventi normativi che occorrono al nostro Paese per ripristinare su tutto il territorio nazionale un servizio idrico efficiente ed evitare speculazioni economiche e disservizi sono altri– ha concluso Cogliati Dezza -. Occorre, infatti, trovare forme innovative per rendere protagoniste le comunità locali nella partecipazione alla gestione dei servizi idrici, per vigilare sull’applicazione di un esercizio trasparente ed equo, dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. Su questi aspetti sarebbe fondamentale intraprendere scelte distinte e puntuali in base alle esigenze territoriali e non generiche, come quelle proposte dal testo di legge in questione, per evitare casi di cattiva gestione o la prevalenza di logiche di profitto a discapito della qualità del servizio e della risorsa, come le perdite idriche e la mancanza di investimenti”.

In teoria l’acqua è un bene pubblico, e tranne alcuni talebani del privato, nessuno mette in dubbio il principio. Ma qui finisce la parte facile e cominciano i problemi. Il suo consumo, infatti, non può essere gratis perché portarla fino al rubinetto costa, e parecchio. L’acqua deve essere prelevata, analizzata, controllata, in alcuni casi opportunamente trattata per renderla bevibile. Poi va trasportata per chilometri e chilometri con acquedotti che devono essere
mantenuti, sistemi di pompaggio e distribuzione che consumano energia e che a loro volta costano. Costa perfino farsela pagare l’acqua, perché ci vogliono
i contatori, una struttura per la fatturazione dei consumi e un sistema di riscossione. Una volta utilizzata per bere, per far da mangiare, per le pulizie o per
tutti gli altri usi consentiti, l’acqua deve essere se possibile recuperata, di nuovo trattata e poi ancora distribuita alle industrie.
E chi paga? I cittadini-contribuenti consumatori con una tariffa che in teoria dovrebbe coprire i costi di gestione. Ma siccome spesso i gestori dell’acqua sono soggetti pubblici, comuni in particolare, assai riluttanti ad adeguare (leggi: aumentare) le tariffe per rapportarle ai costi, in quanto si tratta di un’operazione assai poco popolare, ecco che l’affare si complica. Ma senza tariffe adeguate non ci sono quattrini a sufficienza per gli investimenti, e senza investimenti gli acquedotti e le strutture per distribuire l’acqua si deteriorano.
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