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Lavoro precario in Italia
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Lavoro precario in Italia, Posted 07 Nëntor 2009, 09:38
Imazh

Precariato
Con il termine precariato si intende, generalmente, la condizione di quelle persone che vivono, involontariamente, in una situazione lavorativa che rileva, ontemporaneamente, due fattori di insicurezza:

1. mancanza di continuità del rapporto di lavoro e certezza sul futuro, e
2. mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura.

Con questo termine si intende fare altresì riferimento al cosiddetto lavoro nero e al fenomeno degenerativo dei contratti cosiddetti flessibili (part-time, contratti a termine, lavoro interinale, lavoro parasubordinato). Occorre rilevare che sebbene flessibilità e precariato siano due fenomeni solo indirettamente correlati, ma non sovrapponibili e assimilabili, si caratterizzano entrambi per l'espansione delle forme contrattuali atipiche.

All'interno degli schemi contrattuali c.d. flessibili, il precariato emerge quando si rilevano contemporaneamente più fattori discriminanti rispetto alla durata, alla copertura assicurativa, alla sicurezza sociale, ai diritti, all'assenza o meno dei meccanismi di anzianità e di Tfr, al quantum del compenso ed al trattamento previdenziale. Il precariato si connota soprattutto come compressione dei diritti del lavoratore dentro gli schemi del mercato del lavoro e limitazione, quando non violazione, dei diritti d'associazione sindacale. Soprattutto il precariato intacca la qualità della vita in termini di progettualità personale e sociale.

La presenza in Italia di redditi mediamente più bassi, sia in valore assoluto che in termini di potere d'acquisto [1], rispetto per es. agli altri paesi dell'Unione Europea pre-2004 o agli USA, che risulta solitamente ancora più accentuata proprio tra i lavoratori precari, comporta peraltro l'impossibilità di accumulare sufficienti risparmi per affrontare in sicurezza i periodi di disoccupazione e ricerca di nuovo lavoro successivi ad un mancato rinnovo del contratto (condizione invece abituale in quei paesi dove i redditi sono mediamente più alti soprattutto tra i lavoratori flessibili), esponendo quindi il lavoratore al rischio di dover accettare giocoforza lavori ancora più flessibili e meno renumerativi dei precedenti pur di avere un reddito con cui provvedere alla propria sussistenza, creando quindi una forma di retroazione che accentua ulteriormente l'insicurezza e gli altri problemi derivanti dalla precarietà.

Il tema del precariato è di difficile misurazione statistica a causa di vari elementi, primo fra tutti il fatto che nel momento in cui la flessibilità nel mercato del lavoro ha iniziato ad aumentare non erano ancora disponibili specifici strumenti di rilevazione che consentissero di valutare i possibili fenomeni degenerativi di questa realtà. È questa la valutazione da cui occorre partire per capire il motivo delle differenti opinioni e valutazioni sul fenomeno, anche perché non esiste ancora una definizione scientifica o pacifica di precariato che metta d'accordo le varie sensibilità.

In un contesto lavorativo come quello italiano, essere precari significa non poter mettere a frutto il proprio titolo di studio - che ai fini reddituali risulta del tutto ininfluente - significa dequalificare il proprio profilo personale. Significa soprattutto incrementare i profitti delle imprese e comprimere i redditi, senza per altro offrire i benefici della flessibilità.
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: Lavoro precario in Italia, Posted 07 Nëntor 2009, 09:48
I contratti a progetto (co.co.pro.) sono anche detti contratti di collaborazione per programma ed sono una tipologia di contratto di lavoro disciplinata dal D. Lgs. n. 276/2003, c.d. Legge Biagi. I co.co.pro. (contratti a progetto) definiscono il lavoratore non come un dipendente, ma un collaboratore autonomo. L’attività svolta dal collaboratore, infatti, deve essere legata alla realizzazione di un progetto (o programma di lavoro, o fasi di esso).

Forma dei contratti a progetto: I contratti di lavoro a progetto devono avere la forma scritta (al contrario delle co.co.co.) e devono definire:

* la durata determinata o determinabile del progetto;
* il contenuto del progetto o programma di lavoro (o delle fasi di esso);
* il corrispettivo (e i criteri per determinarlo);
* i tempi e le modalità del pagamento;
* la disciplina dei rimborsi spese;
* le modalità del coordinamento con il committente relative all’esecuzione, anche temporale della prestazione lavorativa;
* le eventuali misure per la tutela e la sicurezza del collaboratore a progetto.

La forma scritta è necessaria ai fini della prova, come stabilito dall’articolo 62 del decreto legislativo 276/93 poiché in caso di contenzioso relativo alla natura del contratto, è fondamentale per dimostrare l'esistenza o meno del progetto.
Nel caso in cui il progetto non esista in forma scritta, il tribunale può modificare il rapporto di lavoro da progetto in un contratto a tempo indeterminato.
Se invece il giudice verifica che il collaboratore a progetto svolge la propria attività senza autonomia e quindi è soggetto ad un tipo di rapporto equivalente a quello dei lavoratori subordinati, il tribunale può disporre la trasformazione del contratto a progetto nel tipo di contratto più idoneo all’attività svolta (ad esempio part-time, tempo de terminato, ecc).

Durata dei contratti a progetto: La legge Biagi non impone una durata massima dei contratti a progetto. I contratti a progetto devono avere una durata determinata o determinabile in base alle peculiarità del programma del progetto.

Rescissione dei contratti a progetto: I contratti a progetto possono essere rescissi dal datore di lavoro prima della scadenza per due motivi: per giusta causa e per eventuali causali, che il datore può richiedere di inserire nei contratti a progetto.
I contratti a progetto possono comprendere la clausola del preavviso, che una volta firmata dal collaboratore a progetto riconosce al datore di lavoro di interrompere il contratto dopo un semplice preavviso (art 67, comma 2. D.Lgs.276/03).
Inoltre, in caso di malattia o infortunio del collaboratore, il datore di lavoro può interrompere il contratti a progetto anche prima della sua scadenza.

Successione dei contratti a progetto: Lo stesso collaboratore può stipulare contratti di lavoro successivi aventi come oggetto un programma analogo o anche del tutto diverso. La legge non pone limiti alla successione di contratti a progetto.


***

Un esempio come deve essere un Contratto di lavoro a progetto

Tra la XXX in persona del legale rappresentante pro tempore, con sede in XXX, P.Iva XXX
e
il Sig XXX nato a XXX il XXX e residente a XXX Via XXX codice fiscale XXX

Premesse del contratto a progetto

La XXX opera nel campo del XXX e è titolare di un'azienda che svolge le seguenti attività XXX e che ha una struttura organizzativa articolata come segue XXX.
La XXX, all'interno dell'unità organizzativa XXX intende affidare, per l'implementazione del sistema XXX, il progetto (o la fase di lavoro) sotto analiticamente descritto ad un soggetto in possesso delle indispensabili conoscenze tecnico professionali da svolgere in autonomia.
Il Sig. XXX risulta essere in possesso delle competenze necessarie.
Il Sig. XXX intende accettare l'incarico propostogli.

Tutto ciò premesso le parti convengono e stipulano quanto segue:


Art. 1 del contratto a progetto: l'oggetto

La XXX conferisce al Sig. XXX l'incarico destinato alla realizzazione del seguente progetto, o fase lavorativa (esempio: realizzazione di sistemi informatici finalizzati a consentire la classificazione e la gestione dei siti internet, all'interno dei portali di XXX e realizzazione di procedure automatizzate volte ad assistere i "clienti" mediante invio automatico di documentazione, raccolta automatica di segnalazioni e lamentele e correlate procedure di riscontro. Il suddetto progetto sarà eseguito presso la sede di XXX ed utilizzando materiali e strumenti di proprietà della XXX).

Art. 2 del contratto a progetto: svolgimento del rapporto

Il Sig. XXX svolgerà la propria attività in modo autonomo, senza vincoli gerarchici e disciplinari e senza l'obbligo di presenza e di rispettare orari prestabiliti, salvo quanto previsto al punto seguente.

Art. 3 del contratto a progetto: il coordinamento

Fermo quanto sopra in ordine all'autonomia del Sig. XXX nello svolgimento dell'attività diretta alla realizzazione del progetto, il Sig. XXX si relazionerà al Sig. XXX della XXX quanto all'esecuzione del progetto stesso impegnandosi altresì a coordinarsi con l'unità organizzativa XXX per ottimizzare il risultato. Il Sig. XXX, avuto conto delle necessità di coordinamento di cui al presente articolo, s'impegna a espletare l'incarico preferibilmente durante gli orari d'ufficio e presso la sede della XXX

Art. 4 del contratto a progetto: la durata

La durata del progetto è di mesi XXX.con decorrenza dal XXX e scadenza il XXX. Ove il progetto sia compiutamente realizzato prima della data di scadenza il contratto a progetto si risolverà automaticamente per impossibilità sopravvenuta della prestazione fermo il diritto, per il Sig. XXX, di esigere l'intero corrispettivo. La realizzazione anzitempo del progetto dovrà essere attestata dalla committente.

Art. 5 del contratto a progetto: il compenso

Il compenso è fissato in Euro XXX che saranno corrisposti con cadenza mensile (o alla data di scadenza o di realizzazione del progetto)tenuto conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo.

Art. 6 del contratto a progetto: rimborsi spesa

La XXX rimborserà al Sig. XXX le spese sostenute nell'esecuzione del progetto dietro presentazione delle relative note giustificative.

Art. 7 del contratto a progetto: obbligo di non concorrenza e riservatezza

Il Sig. XXX, nel rispetto di quanto previsto dall'art. 64 del D.Lgs. n. 276/2003, si impegna a non svolgere attività in concorrenza con la XXX, né a diffondere notizie ed apprezzamenti attinenti ai programmi ed all'organizzazione di essi, né compiere, in qualsiasi modo, atti in pregiudizio della committente.

Art. 8 del contratto a progetto: diritto d'autore e di sfruttamento

Il Sig. XXX ha diritto di essere riconosciuto autore delle eventuali invenzioni fatte nello svolgimento del rapporto, ai sensi dell'art. 65 del D.Lgs. n. 276/2003, salvo il diritto di sfruttamento economico dell'invenzione stessa da parte di XXX.

Art. 9 del contratto a progetto: malattia gravidanza e infortuni

Il rapporto non si estingue in caso di (gravidanza), malattia e infortunio del collaboratore a progetto ma rimane sospeso, senza erogazione del corrispettivo. In caso di malattia e infortunio il rapporto non subirà alcuna proroga (salvo diversa previsione da inserire nel contratto) e la XXX può recedere dal contratto a progetto se la sospensione si protrae per un periodo superiore a un sesto della durata di cui all'art. 4.
(In caso di gravidanza, la durata del rapporto è prorogata per un periodo di centottanta giorni, salva più favorevole disposizione del contratto individuale).

Art. 10 del contratto a progetto: risoluzione (e/o recesso) anticipato

Le parti convengono che il contratto possa risolversi prima della scadenza pattuita, solo in caso di realizzazione del progetto (ed in tal caso rimane fermo il diritto a percepire l'integrale corrispettivo pattuito) o in presenza di giusta causa ed in tal caso, salvo il risarcimento del danno, il corrispettivo pattuito sarà proporzionalmente ridotto in relazione alla durata effettiva del rapporto. (Salvo che non sia espressamente previsto non è possibile recedere anticipatamente dal contratto a progetto. Inseriamo qui di seguito una clausola facoltativa in tal senso).
E' ammesso il recesso anticipato dal contratto a progetto, con proporzionale riduzione del corrispettivo pattuito, mediante comunicazione, da inoltrarsi con 15 giorni di preavviso, a mezzo di raccomandata a.r. o a mano.

Art. 11 del contratto a progetto: trattamento dei dati personali

Il Sig. XXX autorizza la XXX a trattare e comunicare a terzi i propri dati personali in relazione agli adempimenti normativi connessi con il presente contratto a progetto.

Art. 12 del contratto a progetto: disposizioni finali e rinvio alle disposizioni di legge

Il rapporto di lavoro, per tutto quanto non previsto nel presente contratto individuale, è disciplinato dagli articoli contenuti nel titolo VII (da 61 a 69) del D.Lgs. n. 276/2003;
La XXX provvede a trattenere dal compenso corrisposto le ritenute fiscali e previdenziali nei termini previsti dalla legislazione vigente.

Letto, approvato e sottoscritto
www.arealavoro.org
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: Lavoro precario in Italia, Posted 07 Nëntor 2009, 10:02
Il contratto a progetto

E' una collaborazione continuativa coordinata.

Il lavoratore assunto con un contratto a progetto ha la possibilità di gestire in autonomia il lavoro, organizzando le modalità, il tempo e il luogo dell'esecuzione; tuttavia, l'attività lavorativa deve comunque collegarsi all'organizzazione dell'impresa per la quale si è firmato il contratto.

Il termine "continuativa" indica invece che le prestazioni non sono occasionali ma hanno una durata nel tempo.

Il CO.CO.CO. non pone il vincolo dell'esclusività: il lavoratore può quindi firmare altri contratti di collaborazione. Tuttavia l'esclusività può essere prevista dal contratto.

Il contratto, così come stabilisce la riforma in vigore, deve essere stipulato per iscritto e deve specificare, oltre al progetto dettagliato, anche la durata, il compenso e i rimborsi spese.


Durata
La durata complessiva è stabilita in base al progetto e ai tempi di previsione per la sua realizzazione


Diritti e doveri
Per quanto riguarda i versamenti INPS, a partire dal 1996 i collaboratori coordinati e continuativi devono iscriversi all'apposita Gestione separata presso l'INPS.

Se in occasione di controlli da parte degli ispettori del lavoro (oppure su iniziativa del lavoratore che ricorre ad un giudice) il contratto viene giudicato non legato ad alcun tipo di progetto (ed assume quindi nel concreto le caratteristiche del lavoro subordinato), il datore di lavoro deve pagare circa il 63% in più rispetto al compenso previsto

L'8 gennaio 2004 il Ministero del Lavoro ha emanato la circolare n. 1/2004 che contiene precisazioni in merito alle nuove collaborazioni a progetto: oltre al requisito del progetto stesso, il contratto di co.co.co. ribadisce:

- l'autonomia del collaboratore

- la coordinazione con il committente

- l'irrilevanza del tempo impiegato per l'esecuzione della prestazione.


Vantaggi
- Autonomia lavorativa, in accordo con il datore di lavoro
- Il committente deve versare l'intero ammontare del contributo previdenziale, trattenendo la quota a carico del lavoratore dal suo compenso lordo
- Nel caso in cui il rapporto di lavoro non rispetti le caratteristiche elencate precedentemente, il rapporto stesso è considerato rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, e questo fin dalla data della sua costituzione. Questo tutela il lavoratore dallo svolgere mansioni non attinenti al profilo per il quale ci si è proposti.


Svantaggi

- Lavoro basato principalmente sulla realizzazione di progetti: al termine di questi, si può essere assunti per altri progetti, ma questa continuità non può essere garantita

- Il lavoratore deve invece occuparsi dell'iscrizione nella Gestione separata presso l'INPS, all'inizio dell'attività di collaborazione, utilizzando l'apposito modulo predisposto dall'INPS.

- Sempre il lavoratore è tenuto a comunicare la cessazione dell'attività entro 30 giorni dalla conclusione.


Normativa di riferimento (approfondimento)

Legge 342/2000 (Misure in materia fiscale)

Legge 30/2003 (Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro)

DLgs 276/2003 (Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003 n. 30)
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Antarësuar: 13 Shkurt 2009, 20:10
Re: Lavoro precario in Italia, Posted 07 Nëntor 2009, 22:30
Tirocinio o stage

Il tirocinio formativo (in lingua francese: stage, pronunciato stàʒ) indica un'esperienza in azienda di durata molto variabile, allo scopo principale di apprendimento e formazione. Spesso il termine viene erroneamente pronunciato con la dizione in lingua inglese (stéιdʒ), ma questo, sebbene sia molto comune, non è corretto poiché in inglese "stage" significa letteralmente "fase", "tappa" o "palcoscenico".

Nei paesi anglofoni è, infatti, chiamato internship ed è una modalità di assunzione riservata a studenti delle scuole superiori o universitari, o utilizzata in un ambito professionale. In quest'ultimo caso, l'internship corrisponde al tirocinio o praticantato italiano.

Gli stagisti sono studenti delle scuole superiori, dell'università o persone che intendono reinserirsi in un'attività lavorativa, cambiare lavoro o comunque acquisire competenze professionali.

Nel caso dello studente, lo stage può avere una funzione di orientamento nella scelta della facoltà universitaria, per capire se gli piace il lavoro che dovrà svolgere in futuro.

Possono offrire stage: aziende private, enti pubblici, organizzazioni no-profit.

In Francia
Se lo stage è obbligatorio, è meglio detto tirocinio o praticantato. In Francia, la retribuzione degli stage (obbligatori e non) è obbligatoria oltre i quattro mesi successivi di attività. La legge francese fissa la quota minima di retribuzione a 30% del salario orario minimo (SMIC).

In Francia, dove lo stagista viene nettamente distinto dal lavoratore, i contratti sono determinati dalla "concertazione" fra le organizzazioni industriali e tre associazioni di studenti (non sindacali) con la mediazione del Governo.

In Italia
Per gli stage (obbligatori e non) il pagamento di una somma per la prestazione lavorativa è facoltativo, mentre (diversamente dall'Italia) sono obbligatori i contributi previdenziali. In Italia, la copertura assicurativa antinfortunistica è l'unico onere di quelli a carico del datore di lavoro per i contratti di lavoro dipendente.

In Italia, il contratto di stage specifica gli obiettivi formativi che il periodo di stage si prefigge, la durata del rapporto, il nome del tutor interno all'azienda che seguirà lo stagista, la modalità con cui lo stage verrà condotto dall'azienda (cioè i compiti che l'azienda affiderà allo stagista e il modo con cui lo stagista verrà seguito nella loro espletazione), gli orari giornalieri in cui lo stagista sarà a disposizione dell'azienda, l'eventuale rimborso mensile previsto o le agevolazioni a cui lo stagista avrà diritto.

Secondo la legislazione italiana, lo stage non è in alcun modo considerabile come un rapporto di lavoro subordinato, questo spiega il motivo per cui non è obbligatoria la retribuzione degli stagisti (per legge essa è vietata e i soldi eventualmente percepiti dallo stagista vengono concessi a puro titolo di rimborso spese) e, di conseguenza, non esistono minimi contrattuali. Lo stagista non matura né ferie né permessi, né ha diritto a periodi di malattia. Periodi brevi di ferie o permessi possono essere concessi dal tutor previa richiesta dell'interessato. Non esiste nessun preavviso di fine rapporto da parte di ciascuno dei contraenti (cioè lo stage può essere terminato senza preavviso e senza motivazione sia da parte dell'azienda che da parte dello stagista), diversamente dai contratti di lavoro in cui il lavoratore che si licenzia o che viene licenziato deve dare o ricevere un preavviso di licenziamento secondo contratto, salvo diverse disposizioni contrattuali (vedasi, ad esempio, l'art. 25 lettera B del CCNL Metalmeccanico relativo ai casi in cui è ammesso il licenziamento senza preavviso). Inoltre lo stagista non ha diritto ai contributi previdenziali, ma solo al versamento dei contributi assicurativi contro gli infortuni sul lavoro.

Lo stage in Italia ha una durata massima di 6 mesi rinnovabili. In taluni casi, è possibile che la durata sia elevata a 12 mesi.

Esistono numerosi casi in cui i princìpi che regolano il rapporto di stage e che lo vedono esclusivamente come periodo di formazione all'interno dell'azienda (come prescriverebbe sia la legge sia il contratto di stage) vengono disattesi dall'azienda stessa, che tende ad approfittare degli stagisti utilizzandoli come manodopera a basso costo per lavori dequalificanti. Ciò spiega il motivo per cui molti stagisti si vedono insoddisfatti e tendono a terminare il rapporto appena trovata un'occupazione più stabile e meglio garantita come diritti.

Da parte dei lavoratori disoccupati è un modo per ottenere un'occupazione temporanea, in quanto per l'impresa è ancora più economica dei co.co.pro.

Nelle imprese con più di 20 dipendenti, il numero di stagisti non può superare il 10% del personale dipendente.

e intanto a noi ci fregano, prch non è coniderato un contratto di alvoro e poi nessuno lo considera come esperienza...
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: Lavoro precario in Italia, Posted 11 Nëntor 2009, 01:21
L'ultima beffa del lavoro precario
"Apri la partita Iva o ti licenzio"


ROMA - L'ultima frontiera della precarietà si chiama "partita Iva". Altro che indice dell'indomabile vitalità imprenditoriale. Questa è tutta un'altra storia che non riguarda neanche un po' le seducenti formule del capitalismo personale. Qui si parla di cocopro: collaboratori a progetto costretti a diventare titolari di "partita Iva" per non perdere il lavoro, anche se precario.

Difficile stimare quanti siano i lavoratori in transizione verso l'imprenditoria forzata. Nessuno l'ha fatto, ma non ci si sbaglia se si ipotizzano decine di migliaia di persone. Si vedrà meglio quando l'Inps renderà pubblici i numeri sui nuovi iscritti al Fondo Gestione Separata. Lì, dati del 2007, le "partite Iva" di professionisti non iscritti ad albi o associazioni erano circa 250 mila, 30 mila in più in un solo anno. Reddito medio intorno ai 15 mila euro, poco più di mille al mese. Dai web designer ai grafici pubblicitari; dai redattori delle grandi case editrici ai lobbysti, fino all'antica, tradizionale, segretaria, imprenditrice di se stessa però. Tutti rigorosamente a mono-committenza, cioè fornitori di una sola azienda. Insomma, false "partite iva".

Di certo questo è un altro capitolo della via italiana alla flessibilità, in cui con il concorso della Grande Recessione, l'obiettivo principale di molte aziende è quello di tagliare i costi per provare a sopravvivere.
Il fenomeno non è nuovo, va detto, ma con la crisi è riaffiorato dovunque, nel ricco settentrione terziarizzato come nella indolente area del lavoro para-pubblico romano. Ed è un fenomeno che spinge una categoria già debole ai livelli più bassi della scala della precarietà. "Le partite Iva diventano sostitutive dei cocopro", commenta Patrizio Di Nicola, sociologo alla Sapienza di Roma, tra i più attenti studiosi dell'universo magmatico del lavoro precario. Questa è la verità.

A compiere il percorso da atipico a "libero professionista", senza più nemmeno un accenno di diritti e di tutele, è ancora la generazione dei trentenni, l'ala marginale del mercato del lavoro.
Eppure questo pezzo di knowledge worker, lavoratori della conoscenza, intellettuali moderni, flessibili e innovativi, avrebbe dovuto rappresentare l'avanguardia di una sorta di neo- borghesia in una società post-industriale. Questa, a sua volta, avrebbe dovuto spingere verso un incremento della produttività e arrestare il nostro declino, sfruttando le nuove tecnologie. La realtà è stata diversa e si è tradotta soprattutto in un progressivo e malcelato tradimento nei confronti di una generazione di giovani professionisti.

A quella generazione appartiene anche Astrid D'Eredità, archeologa, tarantina di nascita, romana di adozione. Racconta che da piccola provava quasi invidia per chi possedeva la tessera di Metro, il grande supermercato all'ingrosso per i professionisti, gli imprenditori, le partite Iva, appunto.
Quei capannoni blu con scritta in giallo a lettere maiuscole erano - per lei - il simbolo delle libertà di impresa, del dinamismo aziendale, dell'individualismo contro il pigro tran tran dell'impiego fisso. Entrare o meno al Metro faceva la differenza. Era uno spartiacque quasi di classe sociale, certo di modelli culturali. "Ora - dice - ho la partita Iva, ma non sono mai entrata al Metro". Ecco. Lei aveva un contratto di collaborazione finché lavorava in Puglia, poi a Roma ha scoperto che senza partita Iva non si fa nulla nel suo settore. Si deve essere "imprenditori di se stessi", come si diceva agli albori della flessibilità. Racconta: "La frase tipica che ti rivolgono è questa: ovviamente bisogna che lei si apra una partita Iva... ". E si comincia: non più dipendenti o para-dipendenti, bensì fornitori. Sulla carta. Perché nei fatti non cambia nulla: stesso stipendio (ma senza contributi), stesso orario, stesso vincolo di subordinazione. In alcuni contratti l'ipocrisia rompe ogni indugio e precisa a scanso di equivoci: "Il fornitore non avrà i benefici previsti per i dipendenti, inclusi assicurazioni, pensione, assistenza e altri benefit riservati agli impiegati". E ancora: "Le suddette attività hanno carattere professionale autonomo e non potranno mai essere configurate come rapporti di lavoro subordinato o di collaborazione".

Osserva Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil: "Sono due le motivazioni principali che spingono in questa direzione: il costo per le aziende che si riduce all'osso e, poi, la totale liberà d'azione sulle partite Iva che possono essere lasciate a casa, prima, e riprese, poco dopo".
L'Italia è la patria del lavoro autonomo: il 27% dell'occupazione complessiva, il triplo rispetto alla Danimarca e il Lussemburgo, il doppio rispetto alla Germania, la Gran Bretagna, la Francia e l'Olanda. Ci supera solo la Grecia. Tutto questo, tra l'altro, ha aiutato anche l'anomalia delle partite Iva. Si calcola, per esempio, che con le partite Iva le aziende risparmino circa il 25% rispetto a un contratto di collaborazione e oltre il 33% rispetto a un contratto di dipendenza.

Carla S., 31 anni, pubblicitaria genovese ha provato a resistere perché non ha mai ambito a far parte del celebrato universo delle partite Iva. Da tre anni lavora in una delle più grande agenzie pubblicitarie del capoluogo ligure. Prima cocopro rinnovato, quindi contratto a termine. Poi la crisi arriva in azienda. Il consulente del lavoro suggerisce al titolare di ricorrere ai contratti di apprendistato. Ma Carla, che comunque tornerebbe indietro all'inizio della sua carriera, è troppo "vecchia" per l'apprendistato perché ha appena superato la soglia dei trent'anni. "Sono una classica bambocciona, vivo con i miei genitori. Ma non potrei fare altrimenti con 1.100 euro al mese".
Anche per questo all'inizio ha detto no alla partita Iva e, in questo caso, al lavoro a casa. Poi ha quasi accettato, ha aperto una trattativa, ha chiesto il doppio per le spese che dovrà sostenere. Le hanno replicato che lo stipendio resta uguale e che dovrà anche formare le due nuove apprendiste. A Carla, come succede spesso, l'azienda ha proposto di aiutarla nel tenere la contabilità. Queste sono le aziende "più illuminate", come le ha chiamate Andrea Bajani nel suo cinico racconto "Mi spezzo ma non m'impiego", uscito qualche anno fa per Einaudi.

Anche ad Andrea Brutti, trentenne consulente ambientale, hanno imposto di diventare "imprenditore", dopo anni di contratti di collaborazione a progetto. "C'è un problema di costi", mi dissero. Per un po' ha fatto anche il doppiolavorista con partita Iva: un po' lobbysta per una associazione ambientalista un po' impiegato in un'altra. Poi ha dovuto mollare il secondo lavoro perché gli orari erano incompatibili. Nemmeno un contratto a tempo determinato è ormai un'alternativa. "Con 800 euro al mese per 35 ore di presenza a settimana non mi conviene". Questa è la trappola della partita Iva.

Infine c'è Federico D., manager di 39 anni, trasformato in pochi frettolosi minuti in partita Iva, dopo otto anni da dirigente in una multinazionale di servizi ospedalieri. "Era un venerdì pomeriggio quando venni chiamato dal mio capo. Ho una notizia cattiva e una buona, mi disse velocemente. La cattiva è che il tuo contratto si trasforma in consulenza, la buona è che il trattamento netto migliora. Poi mi mise in mano la lettera di licenziamento". Ma cos'è cambiato? "Nulla. Stesso orario, stesso ufficio, stesso lavoro. Ma per l'azienda io non sono più un costo, bensì un investimento". Una finzione.
ROBERTO MANIA
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