Nasce l'idea partendo dalla voglia estroversa di un incontro culturale tra l' Albania e l' Italia. Qui potete conoscervi meglio e chiedere tutto ciò che siete interessati su l' Abania e i albanesi. Benvenuti tra noi.
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La Mafia italiana di oggi...
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 31 Tetor 2009, 09:01
Enzo Palmesano: un giornalista minacciato dalla camorra. Cacciato per le sue inchieste scomode

Imazh
Enzo Palmesano

“La camorra mi vuole uccidere”. E' il giornalista Enzo Palmesano, già direttore responsabile de Il Roma, a denunciare tramite una lettera spedita ad Articolo 21, la minaccia che il potente clan dei Casalesi ha messo in essere, vietando di fatto di farlo lavorare. Il suo stile, il suo impegno nello scoprire gli intrecci tra la camorra e le istituzioni, gli hannoprocurato un allontanamento da tutte le redazioni locali.

D'altronde chi vuole pubblicare le sue inchieste scomode? “ I giornali locali mi hanno censurato e cacciato – scrive Palmisano nella lettera che pubblichiamo – e gli articoli che non potevo pubblicare diventavano formali denunce alla magistratura e comunicati stampa”.

Un tempo un giornalista con le sue caratteristiche avrebbe avuto le porte spalancate, in un'epoca dove si premiava il giornalismo d'inchiesta e di ricerca. Cosa sta accadendo al nostro giornalismo, diventato miope, anche in un periodo di crisi che coinvolge pure l'editoria, e che dovrebbe dimostrare più qualità al servizio del lettore?

Ad onor del vero dovremmo ricordare anche quei giornalisti, che nel silenzio delle redazioni e senza clamori, vengono ostacolati, censurati e anche allontanati, solo perché “scomodi” ad un sistema politico che vive con fastidio la libertà d'informazione.

Recepiamo l'appello di Articolo21 e pubblichiamo integralmente la denuncia di un collega che oltre a sentirsi solo e senza lavoro, la camorra ha minacciato di colpire anche i suoi familiari.

Ecco la lettera:

Nel giornalismo sono importanti i fatti, ma anche i tempi e - direbbe Leonardo Sciascia - il "contesto". E così è di fondamentale rilevanza tenere presenti i tempi e il "contesto" del tentativo di bruciare la mia autovettura - attentato sventato dopo che già l'avevano cosparsa con la benzina - verificatosi a poche ore dalla conferenza stampa relativa agli arresti effettuati il 23 febbraio 2009, nell'ambito dell'inchiesta sul clan Lubrano-Ligato di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta. Nell'occasione dell'incontro con i giornalisti, il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, il pubblico ministero Giovanni Conzo e il comandante provinciale dei carabinieri di Caserta, colonnello Carmelo Burgio, mi avevano espresso stima e sottolineato il ruolo che avevano avuto le mie pericolose e credo efficaci inchieste giornalistiche nella battaglia anti-camorra.

E quando i giornali locali mi censuravano o mi cacciavano, gli articoli che non potevo pubblicare diventavano formali denunce alla magistratura e comunicati stampa. Una stima, quella di Roberti, Conzo e Burgio che ricambio ampiamente.

Voglio sottolineare, però, che le parole più importanti e interessanti di quella conferenza stampa sono state non le attestazioni di stima nei miei confronti ma quelle riguardanti l'analisi lucidissima del "caso Pignataro Maggiore" fatta dal dottor Giovanni Conzo, che si è avvalso tra l'altro delle investigazioni dei carabinieri della Stazione di Pignataro Maggiore, con il comandante maresciallo Antonio di Siena e il vicecomandante maresciallo Raffaele Gallo, un presidio in territorio di guerra. Conzo ha spiegato che i boss pignataresi sono la testa di ponte della mafia siciliana, dei "corleonesi" di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dai quali la cosca Lubrano-Ligato, tramite i Nuvoletta di Marano di Napoli, è andata a scuola di mafia; e il "clan del casalesi" ha poi appreso il modo di agire mafioso dai boss di Pignataro Maggiore, città tristemente nota come "la Svizzera delle cosche", capitale della "camorra imprenditrice".

Se non si studia la storia dei mafiosi pignataresi, non si capisce la storia della mafia casalese, casertana e campana. Ciò che distingue i grandi magistrati da quelli pur bravi e "normali" non sono le intercettazioni, le perquisizioni e quant'altro, ma - come si direbbe in sociologia - il "paradigma interpretativo", l'intelligenza dell'ipotesi investigativa. Il dottor Giovanni Conzo, nell'analizzare la mafia pignatarese, ha dimostrato di essere uno straordinario facitore di "paradigmi interpretativi", confermati dalle concrete azioni investigative, dalle prove insomma.

Quindici arresti, una cinquantina di indagati. Ma ho motivo di credere che vi siano altre indagini in pieno sviluppo, se si tiene presente che - per esempio - le pressioni contro la mia attività giornalistica emerse sono relative a molti anni fa. E poi c'è l'intreccio tra politica, affari e camorra che non ancora è stato colpito dalle inchieste; sono certo che emergeranno anche in sede giudiziaria fatti di enorme rilevanza, già denunciati nelle mie investigazioni giornalistiche.

Un "dettaglio" per capire l'importanza dell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia appena conclusa: la famiglia Lubrano è stata investita dall'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, e sembra ovvio; ma quasi nessuna sa che il defunto boss Vincenzo Lubrano - amico di Totò Riina e consuocero di Lorenzo Nuvoletta -, pur condannato all'ergastolo per l'omicidio Imposimato, non fu mai condannato invece per associazione mafiosa. Come dire: a Pignataro Maggiore "la mafia non esiste". Intervistato da un quotidiano locale, Vincenzo Lubrano "suggerì" proprio un titolo del genere: "A Pignataro la camorra non esiste". Dove la mafia e i mafiosi - con il loro bagaglio di connivenze nella politica, nelle Istituzioni e nel mondo degli affari -, per definizione, "non esistono", è molto difficile, complesso e pericoloso scrivere il contrario.

Non a caso, Pignataro Maggiore è la città campana dopo più numerose sono state le intimidazioni e le pressioni politiche, editoriali e imprenditoriali ai danni dei giornalisti, una tremenda campagna di isolamento, delegittimazione e di imbavagliamento che non ha pari. Che spettacolo, quando i boss e i politici ordinano, gli editori e i direttori dei giornali eseguono: "Baciamo le mani, don Vincenzo".

"Sembra di stare in Sicilia", mi ha detto un collega, dopo il tentativo di bruciare la mia autovettura avvenuto nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2009; aggiungo che sembra di stare in un film sulla mafia ambientato in Sicilia. E' un pezzo di Sicilia mafiosa, Pignataro Maggiore, dove svernarono da latitanti Luciano Liggio e Totò Riina, che partecipò al banchetto per il matrimonio di Gaetano Lubrano (morto per malattia nel 1989) con Giuseppina Orlando, cugina dei fratelli Nuvoletta. Quel Gaetano Lubrano (fratello di "don" Vincenzo), boss di storica importanza, "consigliere" della famiglia Nuvoletta, il quale partecipò alla macabra riunione nella quale fu deciso di uccidere il giornalista Giancarlo Siani. Dalle intercettazioni ambientali è emerso che il capocosca Vincenzo Lubrano parlava sempre e rabbiosamente di due giornalisti "che scassavano 'o cazzo": di Giancarlo Siani, che già la famiglia Nuvoletta-Lubrano aveva assassinato, e del miracolosamente sopravvissuto Enzo Palmesano, eliminato chirurgicamente da una manovra a tenaglia di giornalisti proni, editori compiacenti, politici convergenti e boss mafiosi autori di "proposte che non si possono rifiutare".

Io non posso più scrivere sulla stampa locale casertana, non posso pubblicare le mie inchieste sugli intrecci tra politica, affari e camorra, io - per i padroni e i padrini - devo morire; per un giornalista investigativo non poter pubblicare le proprie inchieste è come morire. Qualora avvenisse la mia eliminazione fisica, pericolo che non mi nascondo e che ritengo concreto e attuale, essa è stata preceduta dalla più completa e devastante eliminazione professionale.

Io sono un giornalista professionista, vivo di giornalismo, ma nella mia terra non ho mai potuto lavorare per portare la pagnotta a casa. Non posso lavorare io ma nemmeno i miei familiari: la camorra non vuole. Mi hanno fatto il vuoto intorno, terra bruciata. Nel corso dell'inchiesta del dottor Giovanni Conzo è emerso, inoltre, che il clan Lubrano-Ligato impose - oltre che la fine della mia collaborazione con il quotidiano locale "Corriere di Caserta", qui con convergenti pressioni politiche locali e nazionali - il licenziamento di mio figlio Massimiliano ad un imprenditore edile pignatarese. Mio figlio avrebbe voluto continuare a lavorare per pagarsi le vacanze, ma il boss Pietro Ligato (ora arrestato per l'omicidio del padre del collaboratore di giustizia Antonio Abbate), accompagnato dall'attuale "pentito" Giuseppe Pettrone, chiese ed ottenne l'immediato licenziamento di Massimiliano, per sua sventura figlio del giornalista Enzo Palmesano. E' questo il clima in cui vivo nella "Svizzera dei clan" con mia moglie e i miei tre figli. Non so che cosa ci riserverà il destino, nel quale comunque ho speranza. Non posso, comunque, fare a nessuno il favore - come avrebbero voluto "don" Vincenzo Lubrano e gli amici degli amici - di smettere di "scassare 'o cazzo".

(Enzo Palmesano)

Enzo Palmesano è nato a Pignataro Maggiore (Ce), nel 1958. Giornalista professionista dal 1985 è stato capo del servizio politico del “Secolo d’Italia” e direttore responsabile del “Roma”. Come direttore del “Roma” trasformò il quotidiano fondato da Achille Lauro da giornale populista, in un giornale attento alle inchieste sui poteri economici, capace di denunciare le alleanze politica-camorra. Orientando la propria priorità giornalistica nello scardinare il corso dell’imprenditoria criminale. Dopo pochi mesi, fu rimosso dall’incarico.

Troppi politici ed imprenditori denunciati, troppe inchieste scomode per un giornale che doveva nel piano di Alleanza Nazionale, raccogliere intorno a se un nugolo di palazzinari e di simpatizzanti di partito. Palmesano ha subito un ostracismo nel mondo del giornalismo. Il suo nome è anche legato al documento più importante della storia della destra degli ultimi anni, “l’Emendamento Palmesano” ovvero la condanna dell’antisemitismo, dell’antisionismo e delle leggi razziali. All’iniziativa, approvata al congresso di Fiuggi il 27 gennaio 1995, ha fatto seguito la più completa e dura emarginazione dal partito di Alleanza Nazionale.
http://www.articolo21.info/
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Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 31 Tetor 2009, 09:06
Roberto Saviano minacciato di morte

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Roberto Saviano e la sua scorta

Da tempo gira con una scorta di sette carabinieri, ma ora la minaccia è seria. Ci sono date, modi e luoghi. In autostrada, lo faranno saltare in aria da lontano con un telecomando, lui e la sua scorta. Prima di Natale, tanto per non farci sentire l’atmosfera di festa.

Roberto Saviano, scrittore e giornalista sotto scrota per aver denunciato i crimini e gli affari della Camorrsavianoa nel libro Gomorra, che ora è un film candidato agli Oscar e uno spettacolo teatrale, è a rischio serio. Lo ha confessato un pentito e lo conferma il vice capo della polizia Nicola Cavaliere. I casalesi, il clan che lui attacca nel suo libro, lo vogliono uccidere sul serio perché il suo libro è troppo famoso.

Ora bisogna vedere se la scorta terrà, se verrà rinforzata, se tutto il paese resisterà attorno a Saviano.

Preferiremmo (io almeno) che Veltroni tacesse e che parlasse qualcun altro del governo, per dire come e quando potenziare la difesa dello scrittore e come contrastare la camorra. Davvero però.
Lucinda George
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Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 31 Tetor 2009, 09:19
Mafia - MINACCE DI MORTE AL GIORNALISTA SANDRO RUOTOLO

Imazh
Sandro Ruotolo

Una lettera anonima con minacce di morte è arrivata a casa del giornalista Sandro Ruotolo, uno dei più stretti collaboratori di Michele Santoro nel programma tv Annozero. Le minacce, sulle quali sta indagando la Digos di Roma, riguardano anche la famiglia di Ruotolo. Secondo gli inquirenti non si tratterebbe dell’opera di un mitomane: da alcuni dettagli della lettera si evince che il giornalista, che negli ultimi giorni è stato impegnato a Palermo per un’inchiesta sulla mafia che dovrebbe andare in onda nel programma di Raidue, è stato pedinato e sorvegliato. Nella stessa missiva, inoltre, si fa riferimento ad una lista di obiettivi in cui Ruotolo sarebbe il secondo: la lista non comprenderebbe altre persone legate ad Annozero.

«Continuerò a fare il giornalista con la schiena dritta. Mi fido degli investigatori, quello che loro dicono mi va bene, sono dei professionisti – ha dichiarato il giornalista – L’unica cosa che posso sicuramente affermare è che continuerò a fare il giornalista con la schiena dritta, queste cose non mi fermano».
Giancarlo Padula
www.ternimagazine.it
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Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 31 Tetor 2009, 09:32
Grasso: trattativa Stato-mafia salvò la vita a molti ministri. Violante: papello bufala

Imazh
Piero Grasso

Il procuratore antimafia: forse via D'Amelio legata a trattativa
Idv e Udc: affermazioni gravi, fuori i nomi. Vizzini: io vittima

«La trattativa tra Stato e mafia ha salvato la vita a molti ministri» ha detto il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, in un'intervista a "La Stampa" commentando la vicenda del "papello". «Per la verità - dice Grasso - le indagini precedenti avevano in qualche modo accertato l'esistenza di un tentativo di Cosa nostra di entrare in contatto col potere politico. E' processuale il contatto degli ufficiali del Ros, Mori e De Donno, con Vito Ciancimino. Ed è processualmente accertato che alla mafia, in cambio della resa dei vertici, fu offerto "un ottimo trattamento per i familiari", un "ottimo trattamento carcerario" e una sorta di "giusta valutazione delle responsabilità"».

Secondo Grasso tutto questo «lascia intuire il meccanismo che Riina ripete ogni volta, che vuole in qualche modo dare vitalità a una trattativa che risulta difficoltosa. Le proposte del Ros, infatti, sembrano minime a Ciancimino che, a sua volta, si rifiuta di trasmetterle a Riina, anche per timore di ritorsione nei suoi confronti, e perciò suggerisce di 'congelarè tutto e prendere tempo. Le indagini ci diranno poi che Riina, invece, opta per accelerare i tempi e vara la fase operativa per compiere un attentato nei miei confronti. Progetto che sfuma per un disguido tecnico e anche perché in quel momento viene catturato».

Grasso: forse via D'Amelio serviva a riscaldare la trattativa. «Anche via D'Amelio - aveva detto Grasso nell'intervista - potrebbe essere stata fatta per "riscaldare" la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Martelli, Andreotti, Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste.

In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici». Grasso cita le carte processuali e anche di un "papellino" comparso poco tempo prima del "papello": «Potrebbe essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al colonnello Mori che nega l'episodio, da uno strano collaboratore dei servizi che chiedeva l'abolizione dell'ergastolo per i capimafia Luciano Liggio, Giovanbattista Pullarà, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. Anche quelle richieste ovviamente finirono nel nulla perchéirrealizzabili».

Di Pietro: è gravissimo, Grasso riferisca alla Commissione antimafia. «Se c'è stata una trattativa tra Stato e mafia si aprano i cassetti e si tirino fuori i nomi - dice Antonio Di Pietro - Chiediamo alla Commissione antimafia un'immediata audizione del procuratore Grasso, affinché chiarisca le preoccupanti affermazioni riportate oggi nell'intervista. E' gravissimo che nel nostro Paese ci sia stata una struttura parallela all'interno delle istituzioni che abbia gestito gli affari con le cosche mafiose.

Le zone d'ombra, le trattative sottobanco non appartengono ad uno Stato di diritto». Secondo il leader dell' Idv, «lo scenario che si sta aprendo su questa vicenda delle stragi è inquietante, soprattutto adesso che ad ammettere l'esistenza di una trattativa tra mafia e Stato è il procuratore antimafia. Grasso, tra l'altro, ha affermato che questa sarebbe stata portata avanti nell'interesse dell' incolumità personale di alcuni politici di alto rango di allora, a cominciare da Andreotti, lo stesso che una sentenza definitiva ha, nel frattempo, accertato di avere avuto rapporti con la mafia, anche se impossibili da valutare penalmente perché prescritti. Non possiamo credere che a tenere le fila della trattativa tra mafia e Stato fossero soltanto gli ufficiali dei Ros».

Di Pietro chiede di «conoscere i nomi dei politici che hanno gestito i contatti con Cosa nostra, gli uomini chiave che prendevano le decisioni» e di «sapere anche qual è il prezzo che lo Stato ha dovuto pagare. Tra l'altro vorremmo capire se i magistrati più esposti erano stati avvisati e tutelati e, nel caso, se l'insufficiente tutela sia stata una conseguenza del diniego e dissenso dei magistrati alla trattativa».

Violante: quel "papello" è una bufala. «Quel documento pubblicato è una bufala: dico quello pubblicato, perché altri magari no» ha detto Luciano Violante, ex presidente della Camera, rispondendo ai giornalisti sulla questione del "papello" alla base di una presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra. Secondo Violante si tratta di una bufala perché nel documento «si fa riferimento a cose come il 41 bis o la dissociazione, che è un tema che verrà fuori molto tempo dopo» e occorre, quindi, «capire perché è uscito quel documento che è fasullo e che cosa voleva dire. Ho l'impressione che il documento che la magistratura ha in mano sia diverso da quello pubblicato. Sta ai magistrati capire cosa è successo: sta a noi spingere senza interpretazioni di parte, perché la verità venga fuori».

Vizzini: io vittima, Grasso lo precisi. «Sono certo - dice il senatore Carlo Vizzini (Pdl) - che il procuratore Piero Grasso, che è stato a lungo procuratore capo a Palermo, intenda riferirsi alla mia persona esclusivamente come minacciato di morte, e non come possibile trattativista, e lo invito su questo punto a precisare il suo pensiero. Allora come oggi sono oggetto di gravi minacce, ma sono sempre andato diritto per la mia strada come dimostrato dalle mie proposte concrete. Lo Stato deve sempre garantire i suoi cittadini e non i suoi politici. Proverei profondo disprezzo per chiunque avesse trattato con la mafia.

Personalmente avrei preferito 100 volte essere ucciso piuttosto che ci fosse stata una trattativa con i mafiosi che, come ho sempre sostenuto, devono morire poveri e in galera con il carcere duro. Se davvero, come oggi sembra, c'è stata una trattativa tra Stato e mafia, è stato compiuto un misfatto gravissimo che rappresenta ancora oggi una notte buia nella storia della nostra Repubblica. Chiunque vi abbia partecipato deve pagare senza riguardo alcuno. Oggi, grazie alla mia iniziativa, invece di trattare, i mafiosi moriranno in carcere poveri con il nuovo 41 bis da me proposto e approvato in Parlamento».

D'Alia (Udc): Grasso riferisca alla Commissione antimafia. «Le dichiarazioni del procuratore antimafia Grasso sulla trattativa e le stragi, sono troppo gravi ed importanti per essere mero oggetto di dichiarazioni stampa domenicali - dice Gianpiero D'Alia, Udc, componente della Commissione antimafia - Ormai i fatti e le dichiarazioni rese dai protagonisti di questa brutta pagina di storia italiana sono oggetto di dispute giornalistiche che non fanno bene alla verità. E' indispensabile che la Commissione antimafia acceleri i tempi d'esame della vicenda stragi definendo un calendario di audizioni dei tanti che sanno e che solo oggi cominciano a ricordare».

Licandro (Pdci): i politici che sapevano parlino. «Si fa sempre più forte la sensazione che si voglia tenere fuori la politica da tutta questa vicenda - dice Orazio Licandro, della segreteria nazionale del Pdci - Se c'è stata una trattativa tra mafia e Stato è ora che chi sa parli. Non si può continuare ad essere omertosi. Che siano stati solo i carabinieri del Ros a condurre le trattative è una mezza verità. E' ora di conoscere chi nel mondo politico sapeva e ha partecipato a questa sconceria e cosa abbia comportato per lo Stato questa trattativa. L'ora del silenzio è scaduta».

Associazione Via Georgofili: drammatiche conseguenze. «E' stata drammatica la conseguenza per noi, quando la mafia ha deciso che non poteva uccidere coloro che dovevano dare risposte alle sue richieste, come Calogero Mannino, Martelli, Andreotti e quant'altri. Doveva cambiare strategia, Cosa nostra, e si è orientata sulle stragi terroristiche eversive, che hanno visto coinvolti i nostri parenti»: lo afferma Giovanna Maggiani Chelli, dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili.

«L'analisi del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è chiara e senza giri di parole e non possiamo non comprendere l'uomo delle istituzioni - osserva Maggiani Chelli - tuttavia noi abbiamo perso i figli il 27 maggio 1993 in via dei Georgofili, e il nostro ragionamento è diverso: in questo Paese, mentre alcuni settori dello Stato trattavano con uomini pericolosissimi come Salvatore Riina, poco si è pensato alle conseguenze di quella trattativa e questo non è perdonabile a nessuno, soprattutto a coloro che sapevano, prima delle stragi del 1993, della trattativa in corso, e solo ora parlano perché la coperta è troppo corta».
http://www.ilmessaggero.it
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Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 31 Tetor 2009, 09:46
INTERVISTA a Rosaria CAPACCHIONE giornalista de "Il Mattino", minacciata di morte dalla camorra

Imazh
Rosaria Capacchione

“Nessuno ci dice di fare gli eroi. Dobbiamo fare i cittadini”
“Non più e non solo vendette efferate, morti ammazzati per strada, faide di paese: il nuovo volto della criminalità organizzata campana, la nuova forma del potere mafioso, ha il colore dei soldi, si radica nei corridoi di palazzo, si nasconde e prolifera dietro cifre a molti zeri e l’anonimato delle operazioni finanziarie. I boss – Michele Zagaria, Francesco Bidognetti, Antonio Iovine, Francesco Schiavone – sono diventati manager. Da Casal di Principe hanno risalito lo stivale, attraversando l’Umbria delle aziende agricole, la Toscana degli alberghi, l’Emilia Romagna dei locali notturni, fino alla Milano di Piazza Affari. Un impero – quello dei Casalesi – che ha esteso le sue attività al settore degli immobili, dei supermercati, dell’Alta Velocità, intrecciando sempre più i propri affari con la vita della società civile e con le grandi opere del nostro Paese”. Questa è la ricostruzione fatta da una giornalista, Rosaria Capacchione, minacciata dalla camorra per il suo quotidiano lavoro. Vive sotto scorta dal 13 marzo 2008. Nel suo libro ‘L’Oro della Camorra’, presentato in Molise lo scorso 30 maggio, la cronista de ‘Il Mattino’ descrive “la scalata di una potenza sotterranea capace di muovere centinaia di migliaia di euro in contanti e tirare i fili di settori chiave dell’economia italiana”.

Il tuo libro è stato trovato sul comodino di un boss dopo un’irruzione delle forze dell’Ordine. La tua importante opera ha colpito i clan?

“E’ stato trovato sul comodino di Giuseppe Setola, killer ferocissimo. Non so cosa abbia capito del libro. Certamente ci sarà rimasto male perché è stato citato solo una volta, solo in una nota. Ho preferito occuparmi delle strategie di lungo respiro. Il primo libro di mafia che ho letto è stato ‘Il treno del sole’ nel 1970, scritto da Reggiani. Parlava di una famiglia siciliana che va a Torino a cercare lavoro, quando un loro amico sindacalista viene ucciso dalla mafia. A Torino questa famiglia trova la mafia. Nel 1970 si parlava del traffico di droga fatto dai calabresi e dai siciliani con il sud della Francia. Con i ragazzini che venivano utilizzati per trasportare la droga nella fodera dei cappotti. Già nel 1970 la mafia era ben radicata nel nord Italia. Ma perché mai le mafie devono porsi il problema del confine geografico? Questo problema se lo pone solo Umberto Bossi”.

“L’Oro della Camorra” affronta il problema criminalità in tutti i suoi aspetti.

“Ho voluto offrire documenti verificati fino alla fine. Non faccio la portavoce delle Procure. Faccio la giornalista. Scrivo quello che voglio nei limiti della correttezza dell’informazione che deve essere sempre puntuale, precisa, obiettiva e verificata. Questa è stata l’operazione che ho voluto fare”

Quali sono gli strumenti dei cittadini per difendersi da questa criminalità?

“La mia cultura antimafia nasce dalla mia famiglia che mi ha messo a disposizione la possibilità di leggere quello che volevo e dallo studio dell’educazione civica. Non ho fatto un corso di vita antimafia. Nessuno ci dice di fare gli eroi. Dobbiamo fare i cittadini. Esigo i miei diritti e in cambio do il mio dovere di cittadino. Il germe delle mafie è il piacere dato al posto del diritto, spacciato per privilegio. È molto più semplice avere il lavoro dal camorrista, è molto più semplice avere una richiesta di risarcimento danni fatta dal camorrista. In questa catena non dobbiamo aspettare che iniziano altri a far valere i propri diritti. Senza aspettare che qualcuno lo faccia prima di noi”.

Il governo crede di risolvere i problemi della sicurezza con l’istituzione delle ronde. Tu cosa ne pensi?

“La mia difesa tocca alla polizia, ai carabinieri, ai magistrati. Un governo che osa proporre una cosa anticostituzionale come la ronda, quando la Costituzione impone che la sicurezza sia assegnata in via esclusiva alle forze dell’ordine, ha in testa un’altra cosa. Confonde la sicurezza con la legge. La sicurezza la garantisce ottimamente la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta. Non a caso nei paesi di mafia e di camorra non si ruba e non si uccide. Loro garantiscono la sicurezza privata ai cittadini in cambio del silenzio, della protezione omertosa. Io non la voglio. Io voglio mettere l’allarme fuori la porta. Voglio subire il furto della catenina che non vale niente. La ronda non la voglio. Voglio che loro paghino lo stipendio ai poliziotti e ai carabinieri, voglio che diano strumenti ai poliziotti e ai carabinieri. Che restituiscano il maltolto ai poliziotti e ai carabinieri. Questo devono fare. Tutto il resto è incostituzionale. Cominciamo a fare ricorsi di incostituzionalità su queste norme. Cominciamo a denunciarli quando ci vengono ad insultare e ad offendere con la storia degli immigrati. Possiamo fare finta di non sapere che così è nato il nazismo?

Come è possibile fare la lotta contro le mafie dal Parlamento Europeo?

“In Italia abbiamo una legislazione avanzata sulle organizzazioni criminali. E’ il solo Paese, grazie alla morte di molte persone, dove sono state approvate leggi importanti per la lotta alle mafie. Si è creata la sensibilità europea quando c’è stata la strage di Duisburg. I morti sono utili per far aprire gli occhi a persone che abitano in luoghi dove in genere ci sono solo i fenomeni economici criminali, quelli che passano sotto traccia. La strage ha aperto gli occhi ai tedeschi. In Germania non c’erano gli strumenti per combattere la mafia, per sequestrare i beni della ‘ndrangheta. Qualcosa ha creato qualche imbarazzo anche alla Spagna. Tutte le attività turistiche lungo le coste sono quasi tutte controllate dalla camorra. I camorristi che vivono là sono proprietari di importanti attività commerciali. In questa situazione è l’Europa che deve intervenire. Prima che si appropriano dell’economia europea è importante avere una legislazione allargata a tutti i Paesi membri”.
Intervista pubblicata sul mensile molisano "Il Ponte", luglio 2009
Paolo De Chiara
Il Mattino
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Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 31 Tetor 2009, 10:20
La strage di Castelvolturno dal Clan de Casalesi - Camorra

Imazh
Uccisione dei 6 imigranti africani

La Strage di Castelvolturno o Strage di San Gennaro sono le definizioni attribuite dai mass media italiani ad una strage di Camorra causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi facente riferimento a Giuseppe Setola, avvenuta la sera di giovedì 18 settembre 2008, che ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi, titolare di una sala giochi a Baia Verde e sei immigrati africani, vittime innocenti della strage: Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo; Jeemes Alex della Liberia; che si trovavano presso la sartoria "Ob Ob exotic fashions" a Varcaturo, in due operazioni distinte da parte dello stesso gruppo di fuoco.

Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente la strage, è emerso che nessuno degli immigrati, tutti giovanissimi, il più “anziano” aveva poco più di trent'anni, era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana", la quale, poco lontano da lì, all'ex hotel Zagarella, gestisce la piazza dello spaccio e il giro di prostituzione di ragazze africane per conto della potente camorra locale.

Il massacro degli immigrati, attuato con modalità inedite, causò il giorno successivo una sommossa della comunità immigrata contro la criminalità organizzata e contro le autorità, chiedendo che gli assassini venissero assicurati alla giustizia,[4] un episodio unico nell'intera storia d'Italia. Per fronteggiare la delicata situazione che si era determinata furono immediamatamente predisposti dei provvedimenti urgenti varati dal Ministero dell'Interno e dal Ministero della Difesa sulla lotta alla criminalità organizzata casertana e all'immigrazione clandestina.

Tra gli immigrati che si trovavano all'interno della sartoria, uno di essi Joseph Ayimbora, un cittadino ghanese che abitava a Castelvolturno da otto anni, sopravvissuto nonostante la mitragliata di colpi che lo ha centrato alle gambe ed all'addome, fingendosi morto, riuscì ad avere il tempo di guardare in faccia chi gli aveva sparato ed altre due persone. In seguito la sua testimonianza è stata decisiva per riconoscere, tra le foto segnaletiche sottopostegli dagli inquirenti, Alfonso Cesarano che sarebbe dovuto rimanere a casa ai domiciliari a pochi metri dal luogo del massacro.
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 31 Tetor 2009, 13:03

Ecco come uccide la Camorra

NAPOLI, 31 OTT - ''Sono l'uomo del film, mai fatto il palo, ed ora ho paura''. L'uomo di 39 anni che si vede nel video choc non ci sta. Nel filmato diffuso dalla Procura della Repubblica , era davanti al bar del quartiere della Sanita', e puo' sembrare fiancheggiatore del killer che ha ucciso Mariano Bacioterracino. ''Aiutatemi a uscire da questa follia - dice in un'intervista- stavo prendendo una boccata d'aria''. Intanto al vaglio degli inquirenti ci sono le prime segnalazioni.

31 Ott 11:06
ANSA
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Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 05 Nëntor 2009, 12:36
’Ndrangheta padrona dell’Expo La procura: «Cantieri sono cosa loro»

Imazh

Con gli occhi all’Expo2015 e le mani sui cantieri: gli affari della ‘Ndrangheta a Milano vanno a gonfie vele. Anche perché nel tessuto imprenditoriale, economico e istituzionale del capoluogo lombardo, le cosche calabresi trovano validi fiancheggiatori. Anche all’interno dello stesso palazzo di Giustizia. È illuminante il quadro emerso ieri con la maxi operazione «Parco Sud», condotta dalla Dia milanese contro le famiglie Barbaro e Papalia, cosche arrivateda Platì, Reggio Calabria, ormai trent’anni fa per radicarsi nell’hinterland sud di Milano.
Diciassette ordinanze di custodia cautelare, cinquanta perquisizioni, sequestri per cinque milioni di euro e 48 persone indagate - tra questi imprenditori e funzionari comunali - perché ritenute, a vario titolo, affiliate ad associazioni per delinquere di stampo mafioso. Un’operazione che chiude due anni di indagini, che hanno accertato traffici di armi e droga, oltre a numerosi episodi estorsivi e intimidatori adanno degli imprenditori chenonsi piegavano ai clan. Tutto è cominciato con l’osservazione delle attività di movimento terra nel Parco Sud, una vasta area verde sulla quale diversi immobiliaristi hanno intenti speculativi.

EXPO È proprio il movimento terra - risorsa tipica della ‘ndrangheta, che controlla i subappalti nell’edilizia - a preoccupare il procuratore capo di Milano, Manlio Minale, quando fa riferimentoall’Expo 2015. Perché «il punto che favorisce l’infiltrazione mafiosa è proprio la mancanza nei contratti d’appalto della voce sul movimento terra». Un business che, assieme al settore dello smaltimento dei materiali, rappresenta la porta d’ingresso delle cosche negli appalti. Anche perché, spiega Minale, «non c’è la necessità della certificazione antimafia ». Occore quindi rivedere le norme che regolano il settore, «la cui consegna - dice il magistrato - non può essere lasciata alla direzione dei lavori sui cantieri». L’allarme è alto, anche se non sono emersi finora riferimenti diretti all’Expo. Si è fatta luce invece sull’inquinamento mafioso nei cantieri della linea ferroviaria Milano-Mortara e della Tav, «cosa loro» per la procura che ha accertato la presenza di soggetti vicini alla cosca Barbaro-Papalia, tra l’altro già emersa con un’inchiesta del luglio 2008. CONNIVENZE Con l’operazione condotta dalla Dia di Milano, dal Gico della Gdf e dai carabinieri, e coordinata dal procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini e daipmMario Venditti, Alessandra Dolci e Paolo Storari, sono finite in carcere 9 persone, tra cui un geometra, Achille Frontini, storico perito del Tribunale di Milano, che avrebbe pilotato un’asta giudiziaria per assegnare un terreno a prezzo modico alla cosca. Cinque persone sono state raggiunte dalle ordinanze in carcere emesse dal Gip Giuseppe Gennari. Tra loro il presunto boss Domenico Barbaro, 72 anni detto «L’Australiano» e i figli Salvatore e Rosario, arrestati nel 2008.
Tre persone invece sono latitanti, tra queste Domenico Papalia, figlio del boss della ‘ndrangheta in Lombardia Antonio, detenuto col carcere duro. Sono indagate anche 48 persone, tra cui addetti di uffici tecnici comunali che avrebbero favorito la cosca nelle pratiche edili. Un sistema di connivenze tra ambienti istituzionali, imprenditoriali e mafiosi, che allarma. «L’imprenditoria sana - ha commentato ilpmIlda Boccassini - deve capire che bisogna stare con lo Stato, non contro. Che non può accettare le violenze delle mafie per propri tornaconti personali».
Giuseppe Vespo
Unità
04 novembre 2009
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Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 11 Nëntor 2009, 00:55
Nicola Cosentino, Forza Italia e la Camorra, patto per un disastro ambientale.
Camorra, l'accusa a Cosentino: riceveva sostegno elettorale dai Casalesi

Imazh
Nicola Cosentino


Il sottosegretario Pdl: Voglio capire da cosa devo difendermi. Ghedini: accuse inconsistenti. Fini: «Non è più candidabile»
ROMA (10 novembre) - «A questo punto voglio leggere le carte. Voglio capire da cosa mi devo difendere». Lo dichiara il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e per cui ieri il gip di Napoli Raffaele Piccirillo ha chiesto alla Camera dei deputati l'autorizzazione per eseguire l'ordinanza di custodia cautelare. Cosentino, coordinatore del Pdl in Campania e considerato in pole position per correre come Governatore alla prossime regionali, quindi, in un colloquio con "La Stampa" aggiunge: «È complicata la storia, perché la mia candidatura nasce dal territorio. Certo, bisognerà riflettere. Voglio prima capire le accuse che mi vengono contestate».

Nicola Cosentino «contribuiva, sin dagli anni '90 a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista facente capo alle famiglie di Bidognetti e Schiavone». Lo si afferma nel capo di imputazione per concorso esterno in associazione mafiosa emesso dal gip. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere, che si compone di 351 pagine, è stata trasmessa poco dopo mezzogiorno alla Camera per l'autorizzazione all'esecuzione. Da tale sodalizio Consentino «riceveva puntuale sostegno elettorale in occasione alle elezioni a cui Cosentino. partecipava quale candidato diventando consigliere provinciale di Caserta nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e, quindi, assumendo gli incarichi politici prima di vice coordinatore e poi di coordinatore del partito di Forza Italia in Campania, anche dopo aver terminato il mandato parlamentare del 2001». Cosentino avrebbe in particolare «garantito il permanere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa, amministrazioni pubbliche e comunali».

Nel capo di imputazione trasmesso oggi si fa riferimento, inoltre, a «indebite pressioni nei confronti di enti prefettizi per incidere, come nel caso della Eco4 spa (società che operava nel settore dei rifiuti, ndr) nelle procedure dirette al rilascio delle certificazioni antimafia». Cosentino è anche accusato di aver cercato e cogestito «monopoli d'impresa, quali l'Eco4 spa e nella quale Cosentino esercitava, in posizioni sovraordinata a Giuseppe Vitiello, Michele Orsi (ucciso poi in un agguato di camorra, ndr), e Sergio Orsi, il reale potere direttivo e di gestione, così consentendo lo stabile reimpiego dei proventi illeciti, sfruttando delle attività di impresa per scopi elettorali, anche mediante l'assunzione di personale e per diverse utilità».

Ghedini: accuse incredibili e inconsistenti. «Nicola Cosentino ha sempre svolto con passione ed onestà l'attività politica. Le accuse mosse appaiono tanto più incredibili ed inconsistenti solo ad osservare che da moltissimo tempo sono annunciati, a mezzo stampa, indagini e provvedimenti nei suoi confronti, al solo evidente fine di screditarlo ed impedire una fisiologica ed ottima candidatura alla guida della regione Campania». Così Niccolò Ghedini (Pdl) interviene in una nota a difesa del sottosegretario Cosentino sul quale pende una richiesta di custodia cautelare. «La richiesta di custodia cautelare nei suoi confronti - spiega - appare, poi, davvero incredibile poichè non è dato comprendere come possano sussistere nei suoi confronti le esigenze previste dal cpp, visti anche i numerosissimi e reiterati annunci in tal senso che si prospettano da mesi. Sicuramente sarà dimostrata l'estraneità e l'inconsistenza delle accuse mosse all'onorevole Cosentino ma, ancora una volta, le oggettive interferenze tra indagini e politica si appalesano in modo conclamato».

La Russa: Cosentino faccia un passo indietro. L'annunciato arrivo della richiesta di una misura cautelare da parte della magistratura napoletana, impone al sottosegretario Nicola Cosentino di fare un passo indietro rispetto alla candidatura per la presidenza della regione Campania alle prossime regionali. Lo ha detto in un'intervista al «Corriere della Sera» il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa. Secondo La Russa l'imminente recapito alla Camera del provvedimento non guasta il clima che precede l'incontro tra Fini e Berlusconi. «Direi di no. Tutto questo era annunciato e, da avvocato e da collega, aggiungo che una richiesta non implica alcuna responsa­bilità. Tuttavia, ahimè per lui, tutto questo comporterà un passo indietro alle regionali per motivi di opportunità. Ed è meglio che la richiesta sia arrivata ora così lui può con­centrarsi sulla sua difesa».

Fini, candidatura Cosentino non è più possibile. «Non ne ho parlato con il presidente del Consiglio Berlusconi ma credo che non sia più nel novero delle cose possibili». Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini riferendosi alla ventilata possibilità per Cosentino di correre per la presidenza della Campania alle prossime regionali.
http://www.ilgazzettino.it
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 12 Nëntor 2009, 09:47
Assassinati: Ufficialmente suicidati

Imazh

Le persone che portano alla luce verità scomode non sono minimamente tutelate e corrono pericoli a tutti i livelli, nella completa indifferenza delle istituzioni che anzi le crocifiggono con tali procedure impedendo loro una vita normale.
Vorrei citare alcune strane morti di uomini " suicidati ", all’ombra dei servizi, spesso nell'imminenza di una deposizione. Ne cito alcuni in quanto la lista è lunga, non menzionerò quelli “scomparsi” sperando un giorno di ritrovarli vivi.

Il Colonnello Renzo Rocca. Morì il 27 giugno del 1968, nel suo ufficio a Roma, ufficialmente si è sparato. Nel suo ufficio si precipitarono, prima ancora della polizia, ufficiali del SID e della Divisione Affari Generali e Riservati del Ministero dell'Interno. Il Magistrato incaricato di indagare, Pesce, non credeva al suicidio e venne rimosso dall'incarico.

Il Maresciallo Vincenzo Li Causi. Comandava il Centro Scorpione di Trapani. Era in contatto con il Gladiatore Nino Arconte,fu ucciso da un proiettile "vagante" durante la missione IBIS in Somalia.

Il Colonnello Mario Ferraro. Ufficiale del SISMI, fu trovato impiccato in casa a Roma. Era un uomo molto alto, "si impiccò" al portasciugamani del bagno...in ginocchio. Era il 16 luglio del 1995. Anche sul luogo della sua morte, prima della polizia, si precipitano ufficiali dei servizi. La sua compagna e i magistrati non credono al suicidio. I magistrati rubricano l'ipotesi di istigazione al suicidio, contro ignoti, in quella di omicidio. L'inchiesta si chiude come suicidio.
Il Generale Enrico Mino, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri. Muore il 31 ottobre del 1977, l'elicottero su cui viaggiava esplode in volo.

Il Generale Antonino Anzà. Generale di corpo d'armata, in servizio al SID, viene trovato morto nella sua abitazione, per un colpo al cuore esploso dalla sua pistola. Ufficialmente: suicidio.

Il Generale Giogio Manes, Vice-comandante dell'Arma, beve un caffè in ufficio, e muore dieci minuti dopo. Infarto?
Il Generale Carlo Ciglieri. Aveva ricevuto un rapporto dal Generale Manes sulla fuga di notizie in merito al "Piano Solo". Esce di strada con la sua macchina, il 27 aprile 1969.
Di seguito la lista dei personaggi passati a “miglior vita” erano tutti pertinenti al caso Ustica.
- Maresciallo Zummarelli, travolto da una Honda 600 nel periodo in cui era impegnato nelle indagini sul Mig libico. Poco tempo prima aveva confidato ad un amico giornalista, Gaetano Sconzo, di temere per la propria vita
- Maresciallo Antonio Muzio, ucciso con tre colpi di pistola nell'addome mentre si trovava nella sua casa di Pizzo Calabro, il quale aveva lavorato all'aeroporto di Lamezia Terme: "uno scalo direttamente coinvolto nella vicenda del Mig libico, del suo recupero sulla Sila e della sua restituzione a Gheddafi"
–Colonnello Sandro Marcucci, precipitato col suo Piper il 2 febbraio 1992 sulle Alpi Apuane. L' "Europeo" riporta: "L'aereo brucia, va in fumo, c'è chi giura di aver visto l'aereo perdere stranamente quota e all'improvviso". "Poi, mistero nel mistero, nella bara viene ritrovato un pezzo del motore: è tutto fuso, tranne un tubicino di gomma. Il fuoco ha sciolto il metallo ma non la gomma. Ma chi l'ha nascosto nelle sue spoglie?" .
Il quotidiano "Il Tirreno" parla di un'intervista in cui, appena cinque giorni prima della sua morte, il colonnello Marcucci aveva duramente attaccato, accusandolo di corruzione, il generale dell'Aeronautica Zeno Tascio, comandante dell'aeroporto di Pisa dal 1976 al 1979, responsabile dei servizi segreti dell'Aeronautica all'epoca del disastro di Ustica, e oggi inquisito nell'inchiesta del DC9. "Le caratteristiche delle bruciature, riscontrate sui reperti del piccolo velivolo e sulla persona del colonnello Marcucci, hanno alimentato il sospetto di sabotaggio. La magistratura sta ancora indagando sulla possibilità che il Piper sia precipitato per lo scoppio di un ordigno al fosforo collocato sotto il pannello dei comandi"
– Ivo Nutarelli e Mario Naldini morti insieme a Giorgio Alessio, capitani della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori nella tragedia di Ramstein (Germania). In quella circostanza si sono contati fra i civili ben 51 morti e 400 feriti. L'ipotesi della collisione in volo sembra poco fondata: da un filmato risulta la presenza sospetta, su una terrazza, di due persone non identificate che, rimanendo appartate, maneggiano un telecomando; l'incidente pare sia avvenuto proprio sulla loro perpendicolare, in corrispondenza della loro posizione. Il fatto che i capitani Nutarelli e Naldini dovessero comparire davanti al giudice pochi giorni dopo perché erano in possesso di qualche importante informazione circa il disastro di Ustica - i giudici volevano infatti chiedere loro il motivo per cui, la notte del disastro, si erano levati in volo ed erano stati costretti a rientrare. Nella tragedia di Ramstein lo scoppio e la fiammata si sono verificati dopo che le due pattuglie si erano incrociate, escludendo l'ipotesi della collisione e sorge il sospetto che l'incidente sia stato in realtà un attentato per ridurli al silenzio.
– Capitano Maurizio Gari, controllore di volo nel centro radar di Poggio Ballone, stroncato all'età di 32 anni da un misterioso e non verificato infarto.
– Maresciallo Alberto Dettori, dello stesso centro radar,sarà trovato appeso ad un albero.
-Maresciallo Antonio Pagliara morto in un incidente stradale
– Colonnello Giorgio Teoldi, comandante dell'Aeroporto Militare di Grosseto morto in un incidente stradale .
–Giorgio Furetti, Sindaco di Grosseto, poco tempo dopo aver manifestato l'intenzione di volere raccontare ai giudici una circostanza appresa indirettamente muore anche lui. Investito da un motorino.
- Generale Licio Giorgieri , morto in un attentato terroristico, comandante del Registro Aeronautico Italiano
- Michele Landi, il 4 aprile 2002 - consulente informatico per l'omicidio D'Antona e delle procure di Roma e Palermo, confessa agli amici di essere a conoscenza di novità su Ustica: suicidio per impiccagione.
L'ultimo, poco più di un anno fa: Adamo Bove, ex poliziotto e responsabile della security governance di Telecom Italia, saltato giù da un viadotto della Tangenziale di Napoli il 21 luglio 2006 .
La lista delle morti sospette è molto lunga. Forse troppo lunga per sostenere la tesi delle coincidenze, non ho mai creduto alle coincidenze, ho sempre sostenuto quello che diceva George Orwell “ chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”.
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