Nasce l'idea partendo dalla voglia estroversa di un incontro culturale tra l' Albania e l' Italia. Qui potete conoscervi meglio e chiedere tutto ciò che siete interessati su l' Abania e i albanesi. Benvenuti tra noi.
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La Mafia italiana di oggi...
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La Mafia italiana di oggi..., Posted 18 Tetor 2009, 11:09
Mafia - Stato e il papello di Riina: "dovete cercare a Milano" (da Il Caffè - parte 1)


Intrecci tra mafia e politica Il papello di Riina Parte 2


Intrecci tra mafia e politica Il papello di Riina Parte 3
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La Mafia Italiana..., Posted 18 Tetor 2009, 11:14
Silvio Berlusconi fra calcio e mafia

CENSURATO DALLE TV ITALIANE!GUARDALO TUTTO,ILLUMINANTE 1/5


CENSURATO DALLE TV ITALIANE!GUARDALO TUTTO,ILLUMINANTE!2/5


CENSURATO DALLE TV ITALIANE!GUARDALO TUTTO,ILLUMINANTE!3/5


CENSURATO DALLE TV ITALIANE!GUARDALO TUTTO,ILLUMINANTE!4/5


CENSURATO DALLE TV ITALIANE!GUARDALO TUTTO,ILLUMINANTE!5/5


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Mafia chiede Tv a Silvio - Travaglio (AnnoZero 08/10/2009)


CIANCIMINO sulla lettera di Provenzano a Berlusconi e sul papello - annozero
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Re: La Mafia Italiana..., Posted 20 Tetor 2009, 17:15
Trattativa stato-mafia: le memorie degli smemorati
Imazh

All’interno dell’inchiesta sulla trattativa stato-mafia emergono varie categorie, categorie non legate alla mafia vecchio stampo, quella che nell’immaginario comune sta alla porta con la coppola e la lupara, ma legate allo Stato. Gli smemorati non sono mafiosi, ma tutti parte delle istituzioni. Comunque questo oggi interessa poco agli italiani che sono tutti intenti a dire “stop all’invasione islamica”, senza curarsi di dire, almeno una volta, “stop all’invasione mafiosa”.

Questa della trattativa si rivela una storia di smemorati e, possiamo dirlo senza nessuna remora, bugiardi. Non che si scopra l’America dicendo questo, perchè quando un fatto dopo 17 anni non viene, o meglio, non si vuole che venga ricostruito, è perchè qualcuno ha mentito e continua a mentire, e coloro che hanno mentito e mentono hanno avuto la possibilità di far fuori, non fisicamente, dopo le stragi, personaggi chiave della questione e riportare ai fasti i bugiardi o presunti tali.

La storia della trattativa è rimasta sopita nel tempo. Dopo le prime ipotesi, venute a galla col processo e la condanna di Bruno Contrada a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo Contrada, all’epoca di Via D’Amelio dirigente del SISDE, i servizi segreti italiani, quella trattativa scomparve e nessuno ne parlò più, la “trattativa” sembrava chiudersi lì.

Poi, Giovanni Brusca, da pentito, il 13 gennaio del 1998 parla per primo del ‘papello’: Brusca, interrogato durante le indagini sulla strage di Firenze del ‘93, riferì della trattativa tra mafia e Stato intavolata subito dopo la strage di Capaci. In quel periodo però, nessuno ritrova la memoria negli ambienti politici, nonostante in quelli giornalistici, che spesso arrivano alle verità per primi, alcuni passaggi e personaggi li avesse già ricostruiti alla perfezione.

Recentemente la riapertura delle indagini sulle stragi, le deposizioni di Ciancimino Jr. ed alcune inchieste giornalistiche accurate, come lo è stata quella di Sandro Ruotolo per Annozero, hanno fatto tornare la memoria a tanti che si sono ricordati di essere stati informati della trattativa, addirittura se ne è ricordato il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, a cui andrebbe posto qualche domanda d’obbligo.

Torna la memoria di recente a Luciano Violante, Claudio Martelli, ministro di grazia e giustizia al tempo delle stragi, poi dimessosi perchè raggiunto dalla maxi inchiesta di tangentopoli, Liliana Ferraro, collaboratrice di Martelli, la quale, depose la sua verità già nel 2002 davanti al pm fiorentino Che Iazzi, mentre indagava sulle stragi del ‘93. Per non parlare poi delle ricostruzioni degli appuntamenti contenuti nell’agenda rossa di Paolo Borsellino, fatta sparire subito dopo l’attentato. Risulta da capire chi abbia veramente incontrato a Roma prima di morire e tornare sconvolto dalla capitale nel suo ultimo interrogatorio al pentito Gaspare Mutolo.

Ci sono Mario Mori e Giuseppe de Donno, i due poliziotti che per primi intavolarono la trattativa: rimane da capire se lo fecero di spontanea iniziativa per arrestare qualche latitante, come emerge dagli interrogatori di Mario Mori, o se lo fecero con appoggi dalla politica, salvando, di fatto, con la trattativa, la vita a qualche ministro, come dice Piero Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia, anch’egli smemorato che ritrova la memoria.

Non è finita, perchè se Grasso sostiene che molti ministri all’epoca si trovavano nel mirino di Cosa Nostra, e furono salvati dalla ‘trattativa’, allora la versione di Mori, dove la trattativa, di fatto non andò mai in porto, ha delle falle non rivelate dal generale, il quale sostiene che il dialogo con Don Vito Ciancimino iniziò dopo le stragi, oppure Grasso omette dei particolari che dovrebbe rivelare davanti ai pm competenti.

Mori proprio oggi ha sostenuto che non ci fu nessuna trattativa “e questa in particolare che implicava una resa vergognosa dello stato a una banda di criminali assassini sarebbe stata impensabile”. Mario Mori dovrebbe sapere benissimo che oggi, in Italia, l’organizzazione mafiosa, non è più solamente una banda di criminali assassini, ma porta il buon abito dell’imprenditoria, della Milano da bere e dei colletti bianchi, dovrebbe saperlo l’oggi prefetto della repubblica Mario Mori, nominato insieme a De Donno nel pool dei quattro “super-saggi” contro il crimine negli appalti in vista dell’Expo di Milano.

Intanto prosegue e si completa l’invasione mafiosa, ma gli italiani non se ne accorgono.
Autore | Luca Rinaldi del 20 ottobre 2009
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Re: La Mafia Italiana..., Posted 21 Tetor 2009, 17:52
Presidente del Senato Renato SCHIFANI E' AMICO DEI MAFIOSI ?

Imazh



Già nel 2002 Franco Giustolisi e Marco Lillo si occuparono su L'espresso di Renato Schifani, ex democristiano, consigliere comunale a Palermo, poi capo dei senatori di Forza Italia e per anni volto tv del Berlusconi pensiero. Tra le sue azioni parlamentari si ricorda la legge o lodo Schifani, che sospese temporaneamente i processi in corso contro le più alte cariche dello Stato (fu utilizzata da Berlusconi stesso, allora premier), dichiarata poi inconstituzionale. Ma anche la battaglia vinta per il carcere duro ai mafiosi. Da ieri Schifani è il nuovo presidente del Senato. Ha avuto subito parole di grande equilibrio e ricevuto molteplici applausi. Certo è che come seconda carica dello Stato la maggioranza non ha scelto Pera o Pisanu, ma un uomo dal profilo marcatamente berlusconiano. Si tratta di un omaggio alla Sicilia, senza ministri nel governo, di un passo della Forza Italia dura verso il Quirinale, ma anche di un premio ad un senatore per la cieca fedeltà al capo. Solo che una democrazia non funziona coi cattivi esempi. E una legislatura non inizia bene con un tale passo. Di seguito l'articolo di Giustolisi e Lillo.



Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori forzisti è fatto così. «È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra», ha detto a un settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani». Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività affaristica». Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla. Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour appena diventò ministro «decise in primo luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora». Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo. Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio. Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo, «non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi.



Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento...».



Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.



Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».



Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.



Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».



La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.



All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontade, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.
MARCO TRAVAGLIO
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Re: La Mafia Italiana..., Posted 21 Tetor 2009, 18:04
MAFIA: 4 SENATORI SICILIANI INDAGATI PER TESORO CIANCIMINO
PALERMO

- La procura della Repubblica ha inviato avvisi di garanzia a quattro senatori siciliani perché ritenuti coinvolti nell'inchiesta sul tesoro accumulato illecitamente da Vito Ciancimino. Sono Carlo Vizzini (Pdl), Saverio Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola (Udc). I pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo accusano i parlamentari di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, aggravato dall'avere agevolato la mafia. L'inchiesta è scaturita - come ricorda oggi il Corriere della Sera - dalle più recenti dichiarazioni dell'ultimogenito di Ciancimino, Massimo, già condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi di carcere per riciclaggio dei soldi del padre.

Ciancimino avrebbe rivelato di avere utilizzato somme di un conto corrente svizzero riconducibile al padre per pagare politici che avrebbero facilitato l'aggiudicazione di appalti per la concessione del gas ad una impresa di cui il padre era socio occulto. Di questi pagamenti si sarebbe occupato il tributarista Gianni Lapis, condannato anche lui nel processo per riciclaggio. Il denaro prelevato dal conto svizzero da un altro imputato condannato, l'avvocato romano Giorgio Ghiron, sarebbe stato distribuito a Vizzini e, attraverso Cintola, a Romano e Cuffaro. Gli avvisi di garanzia sono stati notificati agli indagati che si trovavano a Palermo e a Roma. Per martedì sono fissati gli interrogatori.

Secondo l'accusa il denaro proveniente da un conto svizzero in cui affluiva parte del tesoro illecito di Vito Ciancimino, veniva distribuito ai capi partito o ai capi corrente, che poi avevano il compito di agevolare l'aggiudicazione degli appalti e la concessione dei lavori per la metanizzazione nei vari paesi dell'isola. A riscontro delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sarebbero parziali ammissioni del tributarista Lapis, ma anche documenti, intercettazioni ambientali e telefoniche che per essere contestate ai senatori indagati, dovranno prima essere trasmesse al Parlamento insieme alla richiesta di utilizzazione.

VIZZINI, ESTRANEO MA MI DIMETTO DA COMMISSIONE ANTIMAFIA
''Ho ricevuto un'informazione di garanzia per corruzione con l'aggravante dell'art. 7 in relazione alle vicende del cosiddetto 'Gruppo Gas' (Ciancimino-Lapis)''. Lo dichiara il senatore del PdL, Carlo Vizzini, presidente della Commissione Affari costituzionali. ''Ho la serenita' - ha aggiunto Vizzini in una nota - di chi sa di essere estraneo ad ipotesi di reato e di potere compiutamente rispondere ai magistrati. Adesso si potra' fare luce sulle verita', mettendo fine al lungo e spesso velenoso chiacchiericcio che negli ultimi mesi mi ha accompagnato. Ho gia' detto e non ripeto quali sono stati i miei rapporti e quali le persone mai conosciute, anche presentando formale denuncia''. ''Vivo, tuttavia, l'amarezza di trovarmi in questa condizione -ha aggiunto - dopo avere contrastato con forza la mafia, i mafiosi ed i comitati d'affari. Ma proprio per questo devo essere rigoroso e coerente con me stesso e dunque ho immediatamente rassegnato le mie dimissioni dalla commissione parlamentare Antimafia, riservandomi di assumere altre decisioni dopo che saro' stato sentito dai magistrati. Ho sempre messo nel conto che la lotta alla mafia avrebbe scatenato risentimenti gravi di cui ho avuto percezione anche di recente, ma sono certo - ha concluso Vizzini - che c'e' una sede nella quale si puo' essere tutelati dalla infamia ed a questa adesso mi affido''.
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Re: La Mafia Italiana..., Posted 21 Tetor 2009, 18:13
La mafia trattò solo con alcuni ''pezzi'' dello Stato?

Continuano le rivelazioni di quella che si annuncia un'indagine ancora lunga e complessa

Imazh
Il Generale Mario Mori


Il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, ieri, durante il processo a suo carico per favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, ha rilasciato una serie di dichiarazioni spontanee sulla scottante questione della presunta trattativa tra mafia e istituzioni intercossa all'inizio degli anni '90; trattativa che tramite il "papello", consegnato in fotocopia nei giorni scorsi ai magistrati di Palermo e Caltanissetta da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia, Vito, avrebbe dovuto mettere fine alla stagione delle stragi (LEGGI).
Il prefetto Mori ha confermato d'avere più volte incontrato Vito Ciancimino, ma ha negato con forza l'esistenza di una trattativa, come invece ha confermato più volte da Massimo Ciancimino. Insomma, secondo Mori, non esisterebbe alcun 'papello' scritto dal capomafia Totò Riina.
"La esplicitazione del mio rapporto con Vito Ciancimino rappresenta la dimostrazione dell'inesistenza, almeno per quanto riguarda il Ros, di una trattativa con Cosa nostra che avrebbe costituito secondo i pm il contesto della condotta di favoreggiamento di cui sono accusato e questa in modo particolare perché implicava la resa vergognosa dello stato a una banda di volgari assassini presuppone il più rispettoso rispetto del segreto", ha detto Mori nelle sue dichiarazioni. [La memoria di Mario Mori (LiveSicilia.it - Pdf)]

Oggi, Massimo Ciancimino parlando ai microfoni di "Radio anch'io" ha detto: "Sono d'accordo con il generale Mori quando dice che lo Stato non trattò con la mafia, perché per me lo Stato è rappresentato da persone come i giudici Falcone e Borsellino, o l'onorevole Martelli e tanti altri che hanno saputo della trattativa e non hanno voluto trattare. Non parlerei con i giudici se sapessi che lo Stato tratta con la mafia. Bisogna, invece, capire chi sono i singoli soggetti che hanno avviato la trattativa con Cosa nostra". "Ci sono tanti soggetti che oggi dovrebbero fare uno sforzo in più nel ricordare quei periodi, e avere più memoria - ha continuato Ciancimino jr -. Io continuo ad andare avanti a parlare con i magistrati, persone serie come il dottor Lari, Ingroia o Di Matteo, ma la mia posizione non è facile. Il messaggio che viene inviato è che io sia alla ricerca di un'impunità, ma non è così". "Sono preoccupato - ha detto ancora - la mia vita è cambiata. Sono più isolato, gente che prima mi invitava adesso non lo fa più, ma vado avanti. Mentre altri che prima mi guardavano come il demonio adesso invece ascoltano quello che ho da dire".
E per Massimo Ciancimino, il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica di Bologna ha aumentato le misure di protezione a sua tutela. Ciancimino aveva lamentato carenze nelle misure di protezione come l'assenza di un'auto blindata che era stato costretto a comprare a sue spese. Domenica, poi, gli agenti della sua scorta avevano identificato due persone sospette e armate davanti alla casa bolognese di Ciancimino, poi rivelatisi due carabinieri. Un episodio definito inquietante dal figlio dell'ex sindaco che il giorno successivo avrebbe dovuto fare rivelazioni ai pm sul ruolo dei carabinieri del Ros nella cosiddetta trattativa. Ciancimino ha annunciato anche l'intenzione di tutelare la propria immagine dai "continui attacchi diffamatori a cui è sottoposta in un momento tanto delicato".

Il riferimento è ad un articolo apparso sul quotidiano "Italia Oggi" in cui si parla di prelievi di denaro non giustificati e compensi da amministratore incassati anche senza l'autorizzazione dell'assemblea da parte del figlio dell'ex sindaco. Ciancimino avrebbe attinto a oltre 320mila euro dalle casse della Pentamax. La società, fino agli inizi del 2008 era amministrata da lui e ora è in amministrazione giudiziaria. Le quote della azienda sono state affidate al custode giudiziario, nominato dal tribunale Gaetano Cappellano Seminara. Gli illeciti prelievi emergerebbero dal bilancio redatto dall'amministratore giudiziario della società, Giovanni Balsamo. "Denuncerò - ha detto Ciancimino - chi ha leso la mia reputazione e ho intenzione di sollecitare accertamenti sulla gestione attuale della società".

Ai microfoni di "Radio anch'io" stamane hanno parlato anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, e l'on. Luciano Violante che, ricordiamo, negli anni riguardanti la presunta trattativa e la presunta redazione del "papello" era presidente della Commissione nazionale antimafia.
Salvatore Borsellino ha detto: "Ritengo che Paolo sia stato ucciso perché si è messo di traverso rispetto a questi movimenti. Nel momento in cui gli è stata prospettata l'ipotesi di una trattativa - ha aggiunto - lui si è opposto. Una cosa del genere non l'avrebbe mai potuta accettare, deve essere stato veramente disgustato da questa azione che era in corso da parte di pezzi dello Stato". E non ha dubbi sulle cause che portarono alla morte di Paolo: "Avrebbe sicuramente denunciato il tutto all'opinione pubblica, se non avesse potuto fermare il meccanismo in altra maniera. Per questo è diventato indispensabile eliminarlo". Poi ha avuto parole di apprezzamento per lo sviluppo delle indagini: "Oggi tante cose stanno venendo fuori grazie a magistrati coraggiosi che stanno facendo bene il loro lavoro".



Luciano Violante, invece ha voluto rispondere alle dichiarazioni spontanee di Mori: "Non concordo con la ricostruzione di Mori - ha affermato Violante - ma la memoria a distanza di 17 anni gioca brutti scherzi". A non convincere l'ex numero uno dell'Antimafia sarebbero le date riportate dal ex comandante dei Ros: "Sostiene che lo avrei convocato il 20 ottobre del '92 per parlare del rapporto mafia-politica redatto dal Ros. Non è vero. La commissione Antimafia decise di esaminare questo rapporto dopo l'emissione dei mandati di cattura, cioè dopo il 21 ottobre. La decisione di occuparci di questi argomenti è del 26 ottobre. La comunicazione alla commissione l'ho fatta due giorni dopo".
Violante ha detto ancora: "Quando il generale Mori venne a propormi un incontro riservato con Vito Ciancimino non si parlava di trattativa, quindi la mia opinione fu che quell'incontro facesse riferimento ai processi per la confisca dei beni di Ciancimino". Dopo la deposizione di martedì al processo che vede imputato il generale Mario Mori per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, l'ex Presidente della Commissione nazionale antimafia è tornato ha ribadire che, "successivamente, dopo il 21 ottobre del '92, l'idea era che Ciancimino volesse parlarmi dei rapporti tra esponenti andreottiani e la mafia. Quindi, la questione trattativa viene fuori quando viene pubblicato un articolo di stampa". E "a quel punto alzai il telefono e chiamai la Procura di Palermo - ha detto - per dire 'se vi interessa sentirla è questa la verità. E questo è tutto". Ma, precisa, "non sono d'accordo con la ricostruzione che fa il generale Mori" nelle sue dichiarazioni spontanee. Inoltre, prosegue Violante, "ci sono delle cose irragionevoli che sono accadute, come quando dopo l'arresto del boss Salvatore Riina la sua casa non fu perquisita e i mafiosi ebbero la possibilità di smontarla tutta, portando via persino le mattonelle alle pareti, questo senza che nessuno se ne accorgesse. Pure quando si becca anche il più piccolo spacciatore, si effettua la perquisizione della sua abitazione".
Insomma, particolari che non tornano, in un'indagine che si annuncia ancora lunga e complessa.

E sono proprio i particolari, i dettagli che in questa indagine potranno dare una quadro certo di quello che avvenne all'ombra dei terribili assassinii dei giudici Falcone e Borsellino. Dettagli che dovranno essere osservati e valutati bene nella lettera con la quale Vito Ciancimino ribadiva nel 1992 la propria disponibilità ad essere ascoltato dall'Antimafia rimuovendo la condizione, espressa in una richiesta analoga nei mesi precedenti, di essere ascoltato dalla Commissione alla presenza degli organi di informazione.
"Il 'delitto Lima' non può essere liquidato con ipotesi semplicistiche sul suo movente. L'omicidio dell'on. Lima è di quelli che vanno oltre la persona della vittima e puntano in alto, un avvertimento, come si suol dire. Sono stato, per molti anni, testimone e in parte protagonista di un certo contesto politico. Sono convinto che questo delitto faccia parte di un disegno più vasto. Un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose. Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di codesta Commissione Antimafia se vorrà ascoltarmi". E' questo uno dei passaggi della missiva di due pagine, di cui l'Adnkronos è in possesso. La lettera è datata Palermo 26 ottobre 1992 e porta in calce la firma dell'ex sindaco del capoluogo siciliano. Ciancimino avrebbe così acconsentito ad essere ascoltato dall'organismo parlamentare, allora presieduto da Luciano Violante, anche in seduta segreta, senza l'accesso diretto dei media ai lavori della riunione.
"Non avendo ottenuto la diretta televisiva - scrive Ciancimino - ritenni di dovere rinunziare all'audizione. Continuo a ritenere che sarebbe giusto offrire alla pubblica opinione la possibilità di un giudizio non mediato ma oggi, dopo le clamorose iniziative giudiziarie della settimana scorsa, non ne faccio - della diretta televisiva - una 'condicio sine qua non'. Lascio alla Commissione Antimafia la valutazione del problema''.
"La Commissione parlamentare Antimafia, prima versione, senza mai ascoltarmi, nonostante da me sollecitata sin dal 1970 - scrive Ciancimino in apertura della lettera - mi ha condannato 'irrevocabilmente' e le sue 'sentenze' sono diventate la 'prova' delle mie presunte colpe, davanti alla pubblica opinione e alla magistratura". "Il 27 luglio 1990 - sottolinea - mi misi a disposizione della Commissione Antimafia su richiesta del suo presidente on. Chiaromonte, per essere ascoltato. Chiesi però che l'audizione avvenisse pubblicamente ed in diretta televisiva, non per fare spettacolo, ma perché volevo che l'opinione pubblica potesse giudicarmi direttamente e non per interposta persona, cioè per il tramite dei giornalisti a volte imprecisi, spesso sintetici e superficiali e quasi sempre obbedienti al sistema politico-finanziario interessato non alla verita' ma alla difesa di certe posizioni. Non avendo ottenuto la diretta televisiva, ritenni il dovere di rinunziare all'audizione". Ciancimino chiede, dunque, di essere ascoltato dall'Antimafia anche senza la diretta televisiva perché questa non costituisce "una 'condicio sine qua non'".
La Commissione Antimafia, riunitasi ieri a Palazzo San Macuto, ha deciso di desecretare, dopo una proposta di Raffaele Lauro (Pdl), ed inviare questa lettera alla Procura di Caltanissetta. La Commissione ha anche deciso di mettere a disposizione del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari un elenco di "ulteriori documenti riferibili direttamente o indirettamente a Ciancimino".


Imazh
Antonio di Pietro

Di Pietro: "Qualcuno in alto ha occultato tutto" - "Oggi, in commissione Antimafia, abbiamo messo le mani su un documento che dimostra in modo inequivocabile che, negli anni '92,' 93 e '94, un pezzo di Stato e importanti uomini politici hanno occultato la possibilità di conoscere e far conoscere al Paese le ragioni per cui in quegli anni ci furono le stragi di mafia". Anche Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, componente dell'Antimafia, è intervenuto sulla questione della trattativa tra Stato e Cosa nostra.
"Una questione politica e morale grossa come una casa che deve essere affrontata e risolta e riguarda i motivi per cui la Commissione parlamentare Antimafia, in quegli anni, non ritenne di ascoltare Vito Ciancimino che ne aveva fatto espressa richiesta, addirittura con una lettera scritta, nella quale testualmente affermava: 'l'omicidio dell'onorevole Lima e di quelli che vanno oltre la persona della vittima e puntano in alto, un avvertimento, come si suol dire. Sono stato, per molti anni, testimone ed in parte protagonista di un certo contesto politico. Sono convinto che questo delitto faccia parte di un disegno più vasto, un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose". Insomma, prosegue Di Pietro, "Ciancimino era a conoscenza di fatti e circostanze che riguardavano le stragi di mafia di quell'epoca (Falcone e Borsellino compresi) e degli oscuri rapporti tra mafia e Stato e voleva informarne la Commissione. Nonostante ciò, la Commissione antimafia, dopo aver pure deliberato, il 6 luglio '93, di ascoltare Ciancimino, poi se ne è guardata bene dal farlo. Evidentemente qualcuno in alto, molto in alto, (come alludeva Ciancimino), non voleva che si conoscesse la verità ed ha lasciato così che prima proseguissero le stragi e poi che si instaurasse un'immorale trattativa tra Stato e mafia. Per questa ragione oggi ho chiesto l'audizione urgente dell'allora presidente della Commissione antimafia, l'onorevole Luciano Violante, affinchè renda note le ragioni per cui la commissione non ha ottemperato all'audizione di Ciancimino. Audizione che la stessa Commissione aveva disposto".
Scritto: http://www.guidasicilia.it
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La Mafia Italiana..., Posted 22 Tetor 2009, 13:38
Tra mafia e Stato
Imazh


Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l'arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi
E' la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: "Eh! Finalmente si sono fatti sotto". Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: "Ah, ci ho fatto un papello così..." e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l'aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del "papello" Brusca le ricorda così: "Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino".

L'uomo che uccise Giovanni Falcone - di cui "L'espresso" anticipa il contenuto dei verbali inediti - sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell'Interno, il politico che avrebbe "coperto" inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l'allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L'ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: "Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell'Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative".

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al "papello", le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell'Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre '92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché "Mancino aveva preso questa posizione". E quella è la prima e l'ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell'arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.


Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi "facili facili", come l'uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell'incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell'eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell'allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi - e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del "papello" - è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: "Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha "bluffato" con Riina e questi se ne è reso conto, l'ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato". In quel periodo c'erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: "Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?". "Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo", commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: "O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa".
Lirio Abbate
L'espresso
(21 ottobre 2009)
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La Mafia Italiana..., Posted 23 Tetor 2009, 19:10
Imazh

Forse sarò e sono ripetitivo ma non si può tacere di fronte a certe dichiarazioni: l’avete sentito Bossi? Dietro alle vicende di Berlusconi sulle Escort c’è la mafia......

Io capisco tutto, capisco anche che la Lega senza Berlusconi non esisterebbe neanche ma certe parole vanno e andrebbero pesate....

Caro Bossi, ti rammento io la memoria, ecco ciò che dicevi il 27 ottobre nel 1998 sul tuo quotidiano ufficiale La Padania, buona lettura:

A Palermo hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi. La verità è che se cade Berlusconi cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi.

Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega: il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore è palermitano. «La Fininvest è nata da Cosa Nostra». Lo tengono in piedi perché rappresenta i loro interessi al Nord, è il loro "figlio di buona donna"

Brescia
La guerra è aperta da tempo. Ma ora entra in campo l’artiglieria pesante. E se alle accuse di mafia che da tempo Bossi lancia contro Berlusconi, il Cavaliere risponde col silenzio, adesso il Senatur ha deciso di alzare il tiro.
«Tanto per essere chiari, per far capire alla gente», replica ad un congressista che aveva criticato la «politica dell’insulto» del segretario leghista. L’attacco di Umberto Bossi a Silvio Berlusconi, è durissimo. Il segretario della Lega Nord nel corso del suo intervento al Congresso straordinario del Carroccio, ha più volte dato del "mafioso" a Berlusconi. Da tempo il leader leghista, durante gli innumerevoli comizi, aveva indicato nel Cavaliere «l’uomo di Cosa Nostra». Al congresso, la tesi è diventata ufficiale. «L’uomo di Cosa Nostra» viene citato decine e decine di volte. E con lui tutte le aziende che fanno capo al leader di Forza Italia. L’anomalia italiana è lì: se ne devono convincere in primo luogo tutti i delegati, poi l’opinione pubblica.

«La Fininvest - ha affermato Bossi - ha qualcosa come trentotto holding, di cui sedici occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano. E a Palermo hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi. La verità è che se cade Berlusconi cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi».

Se l’ex-Capo dello Stato Francesco Cossiga negli ultimi due giorni è andato giù durissimo nei confronti del Cavaliere, Bossi non è certo stato da meno. Anzi, ha alzato il tiro, entrando anche nei dettagli, quando ha parlato della Banca Rasini, delle holding occultate, della nascita della prima tv berlusconiana, del partito degli azzurri. «Un palermitano - ha affermato Bossi - è a capo di Forza Italia. Perché Forza Italia è stata creata da Marcello Dell’Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord».

Eppoi ancora, come in un crescendo: «Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord»; «Silvio è uomo della P2, cioè del progetto Italia»; «La Banca Rasini è la banca di Cosa Nostra a Milano»; «Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì»; «Berlusconi parla meneghino ma nel cuore è un palermitano».«L’uomo di Cosa Nostra»: Bossi, nelle tre ore d’intervento, ha indicato spesso il disegno dietro il palco in cui era raffigurato alle spalle di Berlusconi, un sicario siculo con lupara e coppola.Dopo aver ricordato i molti «giovani del Nord morti per droga», Bossi ha aggiunto: «Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che "pecunia non olet". C’è denaro buono che ha odore di sudore, e c’è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Ecco il punto».

Dario Campolo
http://www.agoravox.it - http://www.padania.com
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Antarësuar: 27 Janar 2009, 01:10
Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 23 Tetor 2009, 19:42
STRUTTURE E REGOLE DI "COSA NOSTRA"

Imazh

I) Il primo mafioso pentito che parlò dell'organizzazione della mafia, nel '73, è stato Leonardo Vitale, che però venne considerato pazzo, nonostante le molte piste che fornì ai giudici. Molti criminali da lui accusati furono prosciolti. Solo lui fu condannato. Appena uscito dal carcere, dopo aver scontato la pena, nell'84, fu assassinato a colpi di pistola mentre tornava a casa dalla messa domenicale.

II) La sua testimonianza venne confermata dal primo boss mafioso che collaborò con la giustizia: Tommaso Buscetta, estradato nell'84 dal Brasile, dove si era rifugiato per sfuggire alla guerra di mafia, scatenata per il controllo dell'organizzazione. Gli erano già stati uccisi due figli, il fratello, il genero, il nipote e tutti gli uomini di cui si fidava.

III) Contemporaneamente a Buscetta, decide di parlare un altro boss mafioso, Salvatore Contorno, dopo essere stato arrestato nell'82. Contorno era scampato fortunosamente a un attentato ed era perseguitato ferocemente dalla mafia vincente di Giuseppe (Pippo) Calò. Gli avevano ucciso tutti i parenti e gli amici allo scopo di farlo venire allo scoperto, ma inutilmente.

IV) La sua testimonianza coincide con quella di Buscetta, ma nessuno dei due si dichiara "pentito". Sono uomini sconfitti, colpiti negli affetti più cari, perseguitati e braccati, ma senza crisi di coscienza. Parlano per vendicarsi. In tal modo, comunque, hanno per la prima volta infranto il muro dell'omertà. Sono infatti stati loro che hanno permesso di ricostruire con precisione i meccanismi di funzionamento della mafia. Oggi si trovano negli USA, protetti dalla polizia americana.

V) I mafiosi chiamano la propria organizzazione "Cosa Nostra". Sono divisi in "famiglie" e ciascuna famiglia ha un capo, detto "rappresentante", eletto da tutti gli "uomini d'onore", assistito da un vice-capo e uno o più "consiglieri". In ogni famiglia gli uomini d'onore (o "soldati") sono coordinati, a gruppi di dieci, da un "capodecina". Tre famiglie costituiscono un "mandamento" e i capi-mandamento (anch'essi eletti) fanno parte della "Commissione", che è il massimo organismo dirigente di Cosa Nostra. Capo della Commissione nell'80 era Michele Greco, detto il "papa", arrestato nell'86 e condannato all'ergastolo come mandante dell'assassinio del giudice Chinnici e del generale Dalla Chiesa. La Commissione prende le decisioni più importanti, risolve i contrasti tra le famiglie, espelle gli uomini inaffidabili, controlla tutti gli omicidi. Di recente è nato a Palermo un Consiglio interprovinciale.

VI) Per diventare uomini d'onore bisogna dar prova di coraggio (sino a uccidere), non essere imparentati con forze dell'ordine, non tradire il proprio coniuge né divorziare, ecc. Il candidato, prima di essere accettato, viene tenuto sotto controllo, frequentato dai mafiosi, poi viene condotto in un luogo solitario, dove alla presenza di almeno 3 testimoni, presta il giuramento di fedeltà. Prende in mano un'immagine sacra, si punge un dito e la bagna col suo sangue, poi le dà fuoco e la palleggia tra le mani finché il santino si riduce in cenere. Nel frattempo pronuncia la formula di rito, che si conclude con le parole: "Le mie carni debbono bruciare come questa santina se non manterrò fede al giuramento". Dopo questa cerimonia conoscerà tanti più segreti e traffici della mafia quanto più elevato sarà il suo grado.

VII) Ogni uomo d'onore è tenuto al silenzio, cioè a non fare troppe domande, a non comunicare ad estranei la sua appartenenza alla mafia; né deve avere rapporti con polizia o giudici. Solo in caso di furto d'auto può rivolgersi alla giustizia, denunciando però il furto non il suo autore, per evitare d'essere coinvolto in reati eventualmente commessi con l'auto rubata. Quando vengono rubate cose di sua proprietà, pur senza che ciò abbia nulla a che vedere con la sua attività mafiosa, egli non può reclamare giustizia.

VIII) Quando parla di fatti riguardanti Cosa Nostra con altri mafiosi ha sempre l'obbligo di dire la verità. Chi mente ("tragediaturi") può essere espulso ("posato") o ucciso (Contorno ha parlato anche di "bastonature"). Non può comunque andarsene da solo. Quando è espulso deve continuare a tacere sulla mafia e non può più avere alcun rapporto con gli altri mafiosi. Per evitare che altri vengano a sapere fatti che solo i mafiosi devono conoscere, si usa un codice verbale e gestuale (p. es. quando "A" vuol dire a"B" che "C" è fidato, dice "Chistu è 'a stissa cosa").

IX) Uomo d'onore si resta fino all'espulsione o alla morte. Quand'egli è in carcere, Cosa Nostra si preoccupa di fornire assistenza ai familiari e di pagare gli avvocati. Se l'arrestato è un capo-famiglia, viene sostituito dal suo vice, finché resta in carcere, ma non per questo perde il potere.

X) Alcune di queste regole non sono più così rigide come negli anni '60 e '70. Responsabile di ciò è stato il gruppo dei Corleonesi di Luciano Liggio, che ha assunto le direzioni di Cosa Nostra nell'ultimo decennio e che ha indotto Buscetta e Contorno a parlare. Naturalmente continuano a valere le due leggi fondamentali: omertà e obbedienza assoluta ai superiori.

XI) Il più grande processo contro degli imputati mafiosi (474) è stato quello di Palermo nell'86. Per la prima volta è stata spezzata una lunga tradizione di impunità, mettendo sotto accusa non solo i singoli, ma l'intera organizzazione.

MAFIA: QUADRO GENERALE

I) Una delle caratteristiche principali della odierna mafia è quella di non avere più dei confini geografici particolari in cui muoversi. Da tempo (sicuramente dal momento in cui sono iniziati i traffici legati agli stupefacenti), la mafia è diventato un problema nazionale e internazionale. Non solo, ma essa oggi minaccia settori, attività e persone che fino a qualche decennio fa si ritenevano fuori dal suo raggio d'azione (oggi persino un insegnante o un pensionato rischia di pagare il "pizzo").

II) Lo dimostra il fatto che all'aumento del suo potere economico-finanziario è aumentata la gravità dei suoi delitti. In Italia i morti più importanti in questi ultimi 15 anni sono stati: il capitano dei carabinieri Basile, l'on. Pio La Torre, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, i giudici Costa, Chinnici e Terranova, il vicequestore Giuliano, il generale e prefetto Dalla Chiesa. Alcuni dei mandanti e assassini di queste persone sono stati identificati solo nell'ultimo maxiprocesso di Palermo (vedi però la recente scarcerazione provvisoria di 41 imputati).

III) Come si è giunti a tutto questo? Le cause storiche sono note a tutti: la mafia si è impadronita con la forza e l'inganno del plurisecolare sentimento di ribellione del popolo siciliano nei confronti di ogni forma di potere statale. Un sentimento alimentato dalla lunga catena di torti e soprusi compiuti dai diversi dominatori dell'isola. All'inizio la mafia cercò di difendere questo sentimento, poi se ne è servita. La mafia così è diventata il modo d'emanciparsi economicamente della borghesia meridionale impedita nel suo sviluppo dall'Unità d'Italia, la quale avvenne all'insegna dell'alleanza tra la borghesia industriale del Nord e i ceti agrari latifondisti del Sud.

IV) E' da molti anni che l'immagine del capo-mafioso con la coppola storta, la doppietta a tracolla, i baffi e basettoni, non ha più alcun riscontro. Oggi il boss mafioso è un affarista, un imprenditore, un industriale, un uomo legato a banche, agenzie finanziarie, borsa, ecc. Veste alla moda, vive nel lusso, manda i figli all'Università, ha l'auto di grossa cilindrata, possiede grandi alberghi, ville con piscina. Spesso non fa una vita pubblica vera e propria, in quanto si occupa personalmente solo delle decisioni di maggiore rilevanza. Per il resto si serve d'intermediari, attraverso i quali dirige i grandi affari criminosi (racket, traffici, estorsioni, appalti, delitti...), e partecipa a consigli d'amministrazione di banche, grandi società, ecc. Con queste e altre attività può riciclare il denaro "sporco" investendolo in borsa, acquistando azioni, fondando società e imprese. Alle elezioni politiche manovra grossi pacchetti di voti, influisce sulle nomine politiche, ottiene grossi finanziamenti pubblici.

V) La mafia ha smesso di funzionare come organizzazione meramente parassitaria e ha cominciato a influire sulla produzione economica. Ciò è stato reso possibile dalla rapida accumulazione di capitali realizzata a partire dalla seconda metà degli anni '70, con il commercio mondiale dell'eroina. I profitti qui sono enormi poiché è molto grande il dislivello fra il prezzo d'acquisto della materia prima e il prezzo di vendita del prodotto. La mafia siciliana controlla il commercio dell'eroina in tutta l'Europa occidentale e del mercato USA controlla almeno il 30%. In Italia solo con l'eroina realizza un fatturato annuale sui 50 mila miliardi.

VI) La mafia si è sviluppata soprattutto dal dopoguerra ad oggi. Pur continuando con i soliti sistemi delle estorsioni, dell'usura, dell'omertà, degli omicidi, ecc., essa dal dopoguerra ha cominciato a gestire nuovi settori commerciali: l'edilizia, i lavori pubblici, gli appalti statali o degli enti locali, ecc. La grande occasione tuttavia le è stata offerta dalla droga (ultimamente anche dal commercio delle armi).

VII) L'aumento del suo potere economico fa paura a certi settori economici statali. Usando metodi illegali o illeciti, l'imprenditore mafioso è più concorrenziale di quello tradizionale. Di qui i tentativi dello Stato di arginare l'espandersi del potere mafioso. Di qui però la reazione violenta della mafia, che negli ultimi anni ha ucciso personaggi di grande rilievo pubblico, mostrando di non temere affatto i poteri dello Stato. Forte della sua autonomia economica la mafia si fa "Stato nello Stato", dotandosi di un personale politico alle sue dirette dipendenze, cioè non costretto a compromessi, intese e mediazioni con uomini dello Stato.

VIII) E' difficile catturare un capo-mafia, sia per l'omertà che vige nell'organizzazione e che essa impone al suo esterno, sia perché le attività illecite vengono svolte da intermediari. Non dimentichiamo che il maxiprocesso è stato possibile solo in virtù delle rivelazioni dei due boss Buscetta e Contorno. Tuttavia, nell'82, con la legge La Torre, è possibile eseguire indagini bancarie e patrimoniali sul presunto mafioso, sui suoi complici e sui familiari, al fine di sequestrarne i beni con provenienza ingiustificata. Va però detto che il capo-mafia può anche avvalersi di giudici, funzionari di polizia, politici, avvocati, ecc. in grado di proteggerlo.

IX) Palermo è una città ricchissima: almeno 20 persone sono in grado di firmare su due piedi un assegno di 30 miliardi (vedi però il recente D.L. no 2/1991, secondo cui non si possono emettere assegni trasferibili superiori ai 20 milioni). E' tra le città dove si vendono più gioielli, più motociclette di grossa cilindrata, macchine tipo BMW e Jaguar. I costruttori non hanno bisogno di mutui. I consumi sono altissimi. Le imposte spesso evase. Tuttavia c'è anche un basso reddito medio pro-capite. Ci sono i quartieri poveri, dove la mortalità infantile è del 20 per mille (e qui abitano 44.000 persone). 80.000 giovani sono senza lavoro, sottoposti alle lusinghe della mafia.

LA LOTTA CONTRO LA MAFIA

I) Come si combatte oggi la mafia? La segreteria telefonica della Confesercenti (091-225508) assicura l'anonimato a chiunque voglia denunciare per telefono casi di mafia. Centinaia di commercianti, dopo un anno, hanno ammesso d'essere taglieggiati da boss mafiosi e squadre di picciotti: non solo tangenti pagate in silenzio per anni, temendo lo "sgarro", ma anche incendi e bombe. In genere, i commercianti telefonano in seguito a una rapina, soprattutto se non vedono arrivare subito la polizia. La Confesercenti pubblicherà presto questo "Romanzo del pizzo".

II) Alcuni esempi: "Sono il titolare di un'azienda di pratiche automobilistiche. Ho rapporti assurdi con l'UFF. della Motorizzazione. Gli impiegati di quell'UFF. sono soci di altre agenzie e mandano avanti solo gli incartamenti dei loro soci. Cioè s'immatricola un camion per gli "amici" dall'oggi al domani, mentre gli altri aspettano settimane. Alla fine perdo tutti i clienti".
- "Sono un farmacista. Ho subìto 4 rapine, poi mi è arrivata una telefonata anonima. Mi hanno costretto ad assumere un ex-detenuto che mi fa da guardia".
- "Mi costringono a pagare in base al no delle vetrine -centomila a vetrina- e in base ai mq. del negozio".
- "Prima mi hanno detto: Diventiamo soci al 30%. Poi mi hanno alzato il prezzo. Alla fine si sono impadroniti di tutto".
- Un commerciante va in banca perché ha problemi economici seri. Non ottiene nulla perché non ha garanzie sicure da offrire. Si affida a usurai, pagando (a Palermo) il 12,50% al mese! Se non paga, l'usuraio gli porta un suo amico e gli impone di prenderlo come socio. Poi il socio, col tempo, s'impadronisce di tutta l'impresa, che così diventa mafiosa.
- Il 70% dei negozi di Palermo è stato assalito almeno una volta da rapinatori con pistola in pugno. Il 25% ha subìto sino a 4 assalti. Assai difficilmente ci si rivolge alla polizia.

III) Altro modo di combattere la mafia: la Confesercenti siciliana sta progettando una convenzione fra Regione e Unipol. Il commerciante a rischio stipulerà un contratto con la compagnia di assicurazione e la Regione pagherà il 40% delle rate. Se la mafia danneggerà cose, persone, immobili, l'Assicurazione si farà carico del risarcimento.

IV) Perché la mafia è sempre così fortemente concorrenziale? 1) Ti impone di acquistare un prodotto piuttosto che un altro; 2) ti obbliga a rifornirti presso una ditta piuttosto che un'altra (ad es. a Palermo la mafia gestisce quasi tutta la grande distribuzione); 3) i negozi mafiosi aprono senza licenza; 4) compaiono grandi catene alimentari che strozzano i piccoli esercizi; 5) nei pressi di un negozio c'è un abusivo che vende la stessa merce a prezzi molto più bassi; e così via.

V) Come fa la mafia ad aggiudicarsi gli appalti pubblici (scuole, strade, ponti, ecc.)? Utilizza i suoi collegamenti col mondo politico. Quando si svolge la gara d'appalto, si presentano diverse imprese e ciascuna fa un'offerta (cioè il prezzo per il quale eseguirà i lavori). L'amministrazione che ha bandìto il concorso confronta le varie offerte con il suo preventivo e aggiudica l'appalto alla ditta che si è avvicinata di più. L'offerta cioè non deve essere né troppo alta (perché verrebbe a costare troppo allo Stato), né troppo bassa (perché non sarebbe credibile). L'impresa mafiosa può vincere in tre modi: o conosce già l'offerta-base, o ha convinto con le minacce tutte le altre ditte a ritirarsi, oppure corrompe qualche membro della commissione appaltatrice. Ottenuto l'appalto, l'impresa mafiosa in genere evita di rispettare i tempi previsti per l'edificazione, perché così, dovendo ricevere i finanziamenti man mano che costruisce, può speculare anche sull'aumento dei prezzi dei materiali.

VI) Buscetta ha detto che fino al 1978 le attività principali della mafia erano state, in campagna: il furto di bestiame (abigeato), la sofisticazione del vino, la truffa ai danni della CEE nel commercio dei prodotti agricoli; in città: l'edilizia e gli appalti di opere pubbliche.
- Verso la fine degli anni '70 è entrata in gioco l'eroina. La mafia però è sempre stata interessata anche al contrabbando di sigarette (che in un primo tempo organizzava insieme alla camorra). Il principale protagonista del passaggio dal contrabbando delle sigarette al traffico di eroina è stato Nunzio La Mattina.
- I primi fornitori di morfina-base (poi trasformata in eroina nei laboratori di Palermo) sono stati i Turchi. Negli anni '80 Cosa Nostra acquistava anche eroina purissima direttamente dalla Thailandia, per rivenderla negli USA. Il principale intermediario tra Estremoriente e Italia è stato per anni Koh Bak Kin. Chi invece controlla ancora oggi tutta la zona del "Triangolo d'oro" nel Sudest asiatico è Kun Sa (pseudonimo di Chan Chi Fu). I pagamenti venivano effettuati tramite banche svizzere con denaro proveniente soprattutto dagli USA. A tutt'oggi sono ancora le famiglie palermitane a detenere il monopolio dei rapporti con i boss americani.
- Negli anni '80 l'eroina era controllata a Palermo da Michele Greco e altri boss, a Trapani dai Corleonesi di Liggio. Le famiglie Catanesi invece controllavano il traffico di hashish e svolgevano attività di supporto nel trasporto via mare della morfina-base destinata a Palermo. A tale scopo utilizzavano i vecchi canali del contrabbando di sigarette.
- Molti percorsi, tappe e protagonisti di questo traffico sono stati individuati dalla polizia, perché, essendo costretta la mafia a utilizzare come corrieri uomini non strettamente legati a Cosa Nostra, questi intermediari, una volta arrestati, hanno quasi sempre parlato.

VII) Il giudice istruttore Giovanni Falcone, quand'era a Palermo, svolse un'intensa attività contro la mafia. Firmò numerosi rinvii a giudizio per bancarotta fraudolenta, mettendo fine a una tradizionale impunità riconosciuta a questo tipo di reato. Falcone era il braccio destro di Chinnici. Quando contribuì al blitz contro il clan Spatola-Inzerillo-Di Maggio, la sua vita cambiò completamente. Per riuscire a incriminare i mafiosi dovette seguire i tortuosi giri di centinaia di assegni, spulciando gli archivi delle banche. Non appena ebbe in mano i fascicoli più scottanti, fu costretto a chiedere la scorta e l'auto corazzata, cominciò ad armarsi, trasferì la sua segretaria in un'altra stanza, fece costruire nel suo ufficio un basamento di cemento sul quale venne installata una grande cassaforte per custodire i fascicoli. Già Chinnici aveva fatto mettere i vetri antiproiettile alle finestre. La vita privata di Falcone era stata completamente annullata da 30 agenti e carabinieri addetti alla scorta. Quando si spostava per andare da casa al suo ufficio blindato, la polizia bloccava il traffico cittadino per farlo passare. Falcone fu il primo a individuare all'interno della mafia un triplice livello di affari: quelli leciti, quelli illeciti e quelli politico-finanziari (quest'ultimi per dirigere il processo di riciclaggio degli enormi flussi di denaro sporco).

APPUNTI SUL CONCETTO DI MAFIA

[ I ]

In senso molto generale la mafia è un modo di una parte del Sud di riprendersi con la forza e l'inganno quanto il Nord gli ha tolto dall'unità d'Italia ad oggi. E' una reazione illegale ad un'azione non meno illegale.

In genere però si ha l'impressione che sia il Sud a sfruttare il Nord (vedi ad es. le tantissime pensioni per i presunti invalidi civili, le ingentissime sovvenzioni per i terremotati, gli investimenti fasulli di quella che una volta si chiamava "Cassa per il Mezzogiorno", per non parlare dei concorsi pubblici truccati, anche in ruoli di alta responsabilità, e via dicendo). Ma se esaminassimo le cose da un punto di vista strettamente economico, cercando di capire il meccanismo di dipendenza coloniale che lega il Sud al Nord, vedremmo che quest'ultimo, dall'unificazione nazionale ad oggi, si è servito del Mezzogiorno come di un'area ove piazzare le proprie merci industriali, ove reperire forza-lavoro e materie prime a buon mercato. In questo senso sarebbe opportuno rileggersi le opere di Nicola Zitara, Francesco Tassone, Paolo Cinanni, Emilio Sereni, senza dimenticare i famosi "Quaderni calabresi".

Il Sud ha pagato l'unificazione nazionale col sottosviluppo, cioè con l'impossibilità di uscire dall'arretratezza economica: è diventato una "colonia interna" per il Nord capitalistico. Queste cose le Leghe non vogliono assolutamente ammetterle.

Il Sud ha cercato di opporsi a questa logica di sfruttamento ed espropriazione col brigantaggio e le lotte contadine per la fine del latifondo. Poi, dopo la repressione cruenta di questa opposizione, non gli è rimasto altro che l'emigrazione. La mafia è anche una diretta conseguenza del fallimento di questi tentativi di sopravvivenza e di resistenza al colonialismo.

La mafia potrà essere vinta solo quando i meridionali comprenderanno ch'essa non costituisce affatto un'alternativa allo Stato, ovvero quando comprenderanno che può esistere un'alternativa in positivo allo sfascio dello Stato.

[ II ]

La mafia è l'altra faccia dello Stato nel Mezzogiorno e ovunque si possano fare affari coi soldi sporchi del narcotraffico, degli appalti, dei seguestri di persona, ecc.

La mafia serve allo Stato per controllare nel Sud quelle contraddizioni emerse con l'unità d'Italia. In questo senso la mafia da "prodotto" di quelle contraddizioni è diventata "strumento" dello Stato per controllarle. Oggi però il problema maggiore che lo Stato deve affrontare è quello relativo al fatto che la mafia sta dilagando a livello nazionale, superando i confini in cui lo stesso Stato, tacitamente, l'aveva circoscritta (confini non sono geografici, ma anche sociali, politici, economici, morali...).

Il narcotraffico ha permesso alla mafia di realizzare profitti tali da non avere più bisogno di alcuna tutela statale. La mafia oggi può uccidere generali, prefetti, politici, giudici, avvocati, giornalisti... proprio perché sa di avere il potere sufficiente per farlo. Non sta impazzendo, sta soltanto dimostrando di avere più potere dello Stato. Dal canto suo lo Stato, se vorrà riprendere la situazione sotto un relativo controllo sarà costretto, prima o poi, a legalizzare la droga, che è la fonte principale dei profitti mafiosi.

Quando i politici dicono che nel Sud lo Stato è assente, sanno benissimo di mentire, in quanto esso è presente appunto nei panni delle stesse cosche mafiose. Tale coincidenza è spiegata dal fatto che lo Stato non fa nulla di decisivo per combattere la criminalità organizzata. Lo Stato -eccettuati naturalmente alcuni suoi singoli esponenti o organismi- non solo è complice di questa criminalità, ma ha addirittura delegato ad essa molte sue funzioni. In un territorio ove la criminalità domina incontrastata, le funzioni dello Stato o non esistono (ovvero sono ridotte al minimo) oppure sono quelle stesse della mafia. Ad es. in certi paesi della Calabria o della Sicilia è la stessa mafia che procura, a pagamento, l'acqua per i cittadini. Chiunque voglia lavorare, al Sud, deve prima passare attraverso la mafia. Chiunque debba votare non può non rendere conto alla mafia. La mafia ha un potere che intacca e corrode ogni partito.

Lo Stato è convinto che nel Sud sia sufficiente l'organizzazione mafiosa per governare quelle popolazioni giudicate "arretrate".

[ III ]

Nel Nord imprenditoriale e commerciale si ruba in maniera "legale"; nel Sud mafioso si ruba in maniera "illegale". Ma "illegale" per chi? Per gli stessi imprenditori e commercianti del Nord, i quali però beneficiano di agevolazioni statali a tutto campo. Perché dunque la mafia non dovrebbe pretendere le stesse facilitazioni? Si dice che la mafia non paga le tasse: perché, forse le paga la borghesia imprenditoriale del Nord? Supponiamo anche che tale borghesia, in proporzione, paghi molte più tasse della mafia, ma che ne sarebbe della mafia se questa volesse impiantare imprese e attività commerciali gareggiando alla pari con le imprese e i commerci del Nord? Sarebbe un fallimento totale. Se vuole imporsi anche al Nord, dove la concorrenza è molto più forte, la mafia è costretta a perfezionare i meccanismi economico-finanziari del proprio successo. Non si deve infatti dimenticare che l'unificazione nazionale è stata fatta sulla base del compromesso tra borghesia del Nord e agrari del Sud, ma la classe che detiene l'egemonia politica a livello nazionale è quella borghese.

E' dunque illusorio pensare che lo Stato sia un ente neutrale ed equidistante in grado di contenere la corsa ai profitti da parte dei monopoli, o di impegnarsi seriamente in una lotta contro la criminalità organizzata. Se alcuni magistrati, politici, carabinieri ecc. vengono uccisi, si tratta sempre di casi sporadici (rispetto, beninteso, all'entità e alla vastità del fenomeno, il quale, se fosse veramente aggredito, procurerebbe nell'immediato un considerevole numero di morti. Sarebbe però interessante ipotizzare, servendosi di dati e statistiche, se i morti di uno scontro frontale, decisivo, tra le nostre forze armate e la criminalità organizzata, risulterebbero di molto superiori a quelli che fino ad oggi si sono avuti).

In genere, cioè salvo le dovute eccezioni, chi cade sotto i colpi della mafia fa parte della concorrenza (anche nel senso che può essere vittima di una vendetta trasversale), oppure è stato testimone involontario di un omicidio, o forse non si è reso conto di combattere una battaglia persa in partenza, perché appunto condotta in maniera individuale o con mezzi e strumenti di ordinaria amministrazione. Di fatto molti magistrati, politici, carabinieri... che partono dal presupposto di quanto sia assurdo morire per niente, sono o direttamente mafiosi (ma è una minoranza), oppure, indirettamente (cioè senza volerlo), collaborano, in un modo o nell'altro, all'affermazione della criminalità.

[ IV ]

E' veramente incredibile che ancora oggi vi siano persone disposte a credere nell'onestà dello Stato, nelle promesse del governo, nella propria singola forza (di denuncia) contro la forza collettiva ben organizzata e ben armata delle cosche mafiose. Oggi molti credono che esista uno Stato più o meno onesto, sottoposto alle pressioni della criminalità organizzata. In verità le ultime briciole di onestà lo Stato le ha perse con le stragi del terrorismo nero coperte dai servizi segreti, col delitto Moro voluto dalla Dc, con la strage-NATO di Ustica, con l'attentato della CIA al papa, con la scoperta della P2, con il crack dell'Ambrosiano, con la vicenda Gladio e il piano Solo e in molte altre occasioni.

Una qualche differenza tra mafia e Stato poteva forse esistere prima del narcotraffico. Purtroppo oggi i miliardi hanno varcato ogni confine geografico, ogni riserva mentale, hanno superato ogni barriera naturale e artificiale. Politici, magistratura, forze dell'ordine...: tutto è inquinato in maniera relativa o assoluta. Persino i cittadini che ritengono la mafia un fenomeno meridionale e che si ostinano a non vederlo nelle loro proprie città, collaborano indirettamente alla sua diffusione. Per non parlare di quei cittadini che depositano i loro soldi, consapevolmente, per avere maggiori interessi, nelle società finanziarie o nelle banche gestite direttamente dalla mafia.

Singole persone oneste costituiscono eccezioni isolate, che non possono certo mutare il quadro della situazione. Situazione che, per essere affrontata con decisione, non richiede tanto l'eroismo di pochi o lo spirito di sacrificio delle forze dell'ordine o di qualche magistrato, quanto piuttosto un'organizzazione collettiva armata. Lo Stato s'è armato a dovere contro il terrorismo rosso e l'ha vinto (anche se non ha vinto le cause socio-economiche che l'avevano generato, per cui dovremo presto aspettarci un suo revival). Lo stesso Stato non vuole combattere con uguale determinazione la criminalità organizzata, che è sempre stata molto più pericolosa del terrorismo rosso.

Di fronte a questa vergognosa latitanza, i cittadini devono reagire in modo autonomo e con lungimiranza, affrontando il problema in maniera radicale e globale. Non può infatti bastare una riforma elettorale che spezzi il gioco delle preferenze (la mafia saprebbe creare altri meccanismi, magari più occulti o più aggressivi). Né avrebbe senso sperare che la mafia s'impegni ad allestire strutture produttive, servizi sociali, attività economiche e commerciali a favore dei cittadini: la mafia ha bisogno dell'arretratezza e del sottosviluppo per sopravvivere e, comunque, anche se lo facesse, essa sola continuerebbe a trarne un beneficio. Un'organizzazione che dispone di un enorme potere politico, economico e militare non può aver paura, in maniera paralizzante, di alcuna riforma elettorale, di alcun controllo pubblico, di alcuna commissione d'inchiesta.

Ai cittadini dunque non resta che armarsi e combattere collettivamente, direttamente, contro la mafia. Essi dovranno lottare anche contro quanti sostengono che una soluzione del genere farebbe piombare il paese nel caos, nella guerra civile. Il paese è già in guerra civile: da tempo la mafia l'ha scatenata contro cittadini inermi, ivi inclusi minorenni d'ogni età. La lotta quindi dovrà essere condotta anche per costruire una società più giusta e democratica. In questo senso i cittadini del Sud possono trovare in quelli del Nord, oppressi dal capitale, un valido alleato.

[ V ]

Sul piano normativo e socio-culturale, una risposta veramente adeguata alla criminalità organizzata può essere solo il frutto di un comportamento quotidiano anti-criminale. E' bene infatti rendersi conto che l'atteggiamento "mafioso" va molto aldilà dei tradizionali confini del costume meridionale, in quanto lo ritroviamo ovunque vi siano clientele, protezioni, raccomandazioni, cooptazioni, minacce, ricatti e corruzioni di vario genere. Truccare un concorso o un appalto pubblico significa già diffondere l'atteggiamento "mafioso". Bisogna insomma abituarsi a estendere il concetto di "mafia" a determinati comportamenti immorali e/o impolitici, così come il concetto di "droga" non può riferirsi esclusivamente a determinate stupefacenti sintetici o vegetali.

Non solo, ma un coinvolgimento attivo della cittadinanza in un'operazione anti-crimine comporta necessariamente una revisione, da parte delle istituzioni, del concetto di "reato". La gente comune infatti spesso non reagisce alla criminalità non tanto per paura, quanto perché non è affatto convinta che le istituzioni siano meno "colpevoli" della stessa criminalità organizzata.

Le omertà, le reticenze, le complicità, le collusioni... vanno viste in questa prospettiva. Un reato rifiutato per motivi morali, viene spesso accettato, dalla gente comune, per motivi politici, in quanto, mettendolo a confronto con quelli "legali" delle autorità pubbliche, esso può sempre trovare una qualche giustificazione o attenuante.

Ecco perché è impossibile che al Sud la popolazione accetti di combattere la criminalità senza avere almeno la speranza che tale lotta porti anche a una trasformazione del sistema politico-istituzionale e sociale. Al Nord, quando si combatte la criminalità, spesso non si mette in discussione il valore del sistema; al Sud invece le due cose sono strettamente legate. Per poter coinvolgere l'intera cittadinanza nazionale occorre che l'alternativa sia sufficientemente chiara e visibile, a portata di mano.

[ VI ]

L'irresponsabilità di molti giornalisti la si nota chiaramente quando intervistano i meridionali a proposito della criminalità organizzata. Da un lato fingono di non sapere che il problema è gravissimo, allo scopo d'indurre l'interlocutore, vessato dalla mafia, a parlare (senza garantirgli, in cambio, alcuna vera protezione: l'unica vera "protezione" che gli "garantiscono" è quella del potere "magico" dell'intervista pubblica, fatta in televisione).

Dall'altro essi ritengono che quando l'intervistato addebita alla disoccupazione il motivo principale della criminalità, si sia in presenza non di una reale motivazione bensì di un pretesto bell'e buono. Il giornalista cioè vuol far credere che se i meridionali volessero "veramente", troverebbero lavoro e non diventerebbero mafiosi... Nascono da qui i vari pregiudizi dei settentrionali.

Come se la mafia fosse solo al Sud! Come se il concetto di "mafia" andasse circoscritto alla sola criminalità organizzata legata agli appalti, alle estorsioni, alla droga... e non anche alla corruzione più generale che investe il nostro Paese!

Ciò che sfugge completamente ai media istituzionali è il rapporto di sfruttamento, di subalternità economica che lega il Nord al Sud, ovvero il fatto che la criminalità organizzata è "l'altra faccia" dello Stato nel Mezzogiorno.

Quanto sia astratta e fuori luogo l'affermazione di quelle Leghe lombardo-venete, secondo cui l'Italia "ricca" deve restare separata, se vuole "entrare in Europa", dall'Italia "povera", è assai evidente alla luce del fatto che buona parte della "ricchezza" del Nord è dipesa e tuttora dipende dalla "miseria" del Sud.

Tornando ai giornalisti, va ribadito ch'essi, il più delle volte, sono cinici e ipocriti, poiché, sapendo da un lato di avere le spalle coperte, pretendono dall'altro che qualcuno si esponga per loro (anche a rischio della propria vita), e solo per rendere la loro intervista più interessante, più appetibile, più concorrenziale: più di così infatti quelle interviste non servono. Nel peggiore dei casi vengono usate per far sembrare la situazione del Sud ancora più esplosiva di quella che è, secondo la tecnica del "tanto peggio tanto meglio". Il "tanto meglio", ultimamente, ha riguardato la possibilità d'inviare delle forze armate nelle isole maggiori per dimostrare che le istituzioni ci sono... almeno per qualche mese. Come se la criminalità organizzata rientrasse unicamente nei problemi dell' "ordine pubblico"!

I giornalisti mettono il dito nella piaga dell'ammalato per sentirlo urlare, mostrandolo a un'utenza che paga il canone guardandosi i problemi della nazione comodamente seduta in poltrona, ovvero illudendosi che solo per il fatto di vederli, qualcuno si assumerà la responsabilità di risolverli.

Se poi l'intervistato che si è esposto alla tv denunciando i soprusi della mafia, viene da questa assassinato, magari proprio perché ha accettato l'intervista, ecco che allora il giornalista zelante si serve di questo nuovo delitto per cercare una nuova audience. E così si versano lacrime da coccodrillo, ovvero si cade dalle nuvole nel costatare che il proprio potere "mediale" non è così persuasivo e protettivo come si era creduto.
In pratica ci si continua a illudere -sulla scia del '68- che sia sufficiente denunciare le contraddizioni per assicurarsi la loro pronta soluzione. E non ci accorge neppure che le istituzioni sono ormai assuefatte a questo modo astratto d'affrontare la realtà e che non si lasciano mettere in crisi tanto facilmente dalle denunce fatte alle televisione o sui giornali. Inoltre non si tiene conto del fatto che i poteri della mafia oggi sono infinitamente più grandi, per cui chi si espone rischia molto di più.

I giornalisti insomma devono smettere di considerare la mafia un'attività criminale fra tante, e di credere che in questa lotta contro la criminalità lo Stato stia dalla parte giusta.

[ VII ]

Con la morte dei magistrati Falcone e Borsellino si chiude forse un'epoca nella lotta dello Stato contro la mafia, quella in cui ancora si riteneva che la mafia fosse un "antistato". Naturalmente lo Stato, mandando l'esercito in Sicilia, vuol continuare ad alimentare questa illusione.

Falcone e Borsellino rappresentavano la fiducia nell'ideale dello Stato etico, benché nell'ultimo periodo della loro vita essi avessero maturato delle riserve alquanto critiche nei confronti degli organi statali (anche questo, in fondo, può essere considerato un buon movente per quei delitti).

Evitando di proteggerli, lo Stato "mafioso" ha fatto in modo che la mafia mostrasse a tutta la nazione chi comanda veramente in Italia. Che lo Stato sia "mafioso" non significa, ovviamente, che lo siano "tutti" i parlamentari, "tutti" i prefetti, i questori ecc. Semplicemente significa che il trend dominante di questo Stato è favorevole alla mafia, a quella mafia che al Sud si chiama Cosa Nostra, Camorra, 'Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Anonima Sequestri, ecc., e che al Nord si chiama con un neologismo giornalistico, "tangentopoli". Tra le due mafie geografiche la differenza è solo di forma non di sostanza, a motivo dei diversi contesti socio-economici in cui agiscono, incluse le tradizioni storico-culturali che le caratterizzano.

Lo Stato "mafioso" quindi sembra aver vinto in tutti i campi, cioè sembra essere riuscito a dimostrare che l'atteggiamento mafioso (la corruzione, la concussione, la rendita parassitaria, il clientelismo ecc.) è dominante nel nostro Paese, soprattutto laddove esiste un potere politico ed economico da gestire e da spartire.

In tal modo, tuttavia, lo Stato "mafioso" s'è per così dire dato la zappa sui piedi. La reazione indignata della gente comune agli omicidi di Falcone e Borsellino, ai corrotti e corruttori del mondo politico ed economico, locale regionale e nazionale, sta portando sempre più alla consapevolezza che tra Stato e mafia vi sia un legame molto stretto - ciò che, fino a qualche anno fa, pochi sarebbero stati disposti ad ammettere.

Si sapeva infatti che alcuni politici vengono eletti coi voti della mafia, che alcuni magistrati sono collusi con gli interessi mafiosi, ma ancora non si era arrivati a credere che lo Stato in quanto tale, cioè a suoi livelli istituzionali, è complice, direttamente o indirettamente, della criminalità organizzata.

Ciò comporta delle conseguenze molto importanti:

1. i magistrati che si ostinano a combattere la mafia, senza credere nella collusione dello Stato, diventano automaticamente degli ingenui irriducibili, anzi irresponsabili;
2. i magistrati che si rifiutano di combattere la mafia, proprio perché sono consapevoli di questa collusione, non hanno fiducia che le cose possano cambiare nel Mezzogiorno con l'aiuto dell'intera popolazione;
3. la lotta contro la mafia non può essere condotta senza lottare contemporaneamente contro lo Stato;
4. la lotta contro lo Stato e contro la mafia dev'essere considerata come il primo passo della lotta per la transizione a una democrazia socialista.

[ VIII ]

C'è un altro versante in cui attualmente si combatte o si dice di combattere il fenomeno mafioso, quello delle comunità terapeutiche per i tossicodipendenti. Di tutte queste comunità, la più ostile alla legalizzazione della droga è -come noto- quella di San Patrignano, per la quale lo Stato diventerebbe "mafioso" appunto se legalizzasse la droga.

Ora qui non si vogliono discutere simili puerili affermazioni, ma fare una considerazione di carattere generale sulla "natura" delle suddette comunità, soprattutto di quella di Muccioli, che più di ogni altra risente dei limiti del "socialismo utopistico".

In effetti, isolandosi dal contesto sociale, essa -al pari soprattutto di quelle che aspirano a diventare "comunità di vita", cioè "globali" o "permanenti", è caduta nell'illusione di credere che la soluzione delle contraddizioni della società sia possibile solo creando "un'isola felice". In tal modo -e ciò è paradossale- essa contribuisce, non meno delle contraddizioni che dice di combattere, alla diffusione della droga: non solo perché rifiuta il concetto di "legalizzazione", ma anche perché si è costituita come "comunità", che di per sé vuole essere immune dal contagio.

Certo, il contributo è indiretto, rispetto a quello mafioso vero e proprio, ma se la soluzione comunitaria viene istituzionalizzata dallo Stato, cioè viene utilizzata dal sistema (e l'idea oggi è proprio questa, tanto è vero che quante non rientrano in certi requisiti non vengono sostenute in alcun modo), allora il contributo diventa anche diretto.

Ogniqualvolta si alimenta un'illusione (pur senza saperlo o senza volerlo), il fine che si realizza sarà sempre capovolto rispetto a quello che si pensava di perseguire. Il problema della droga rientra nel più generale problema della "dipendenza", che, a sua volta, è legato all'ancora più generale problema della frustrazione e alienazione sociale (che sono problemi tipici di questa società divisa in classi e che quasi nessuna comunità terapeutica sembra abbia intenzione di voler porre all'ordine del giorno: non a caso i loro rapporti reciproci sono del tutto insignificanti, in quanto basati prevalentemente sulla concorrenzialità).

Se volessimo veramente ripensare i criteri di vita della nostra società, dovremmo utilizzare i fenomeni della droga, della delinquenza e di altre forme di marginalizzazione sociale, in chiave dinamica, propositiva. Non facendolo rimane intatta quell'opinione maggioritaria, istintiva, superficiale, che considera i suddetti criteri nel complesso positivi, accettabili o comunque ineliminabili, mentre il soggetto "marginale" o "deviato" rappresenta soltanto un'eccezione, cioè colui che non sa rassegnarsi a questa necessità, che non sa capire questa evidenza.

Ecco perché le comunità terapeutiche contribuiscono a riprodurre i criteri borghesi di vita, seppure al loro interno vi siano comportamenti, stili e ritmi più esigenti (analoghi a quelli carcerari o monastici). Esse s'illudono (perché se ne vantano) di poter superare quei criteri, ma i fatti purtroppo dimostrano che il giovane, uscendo dalla comunità, o si ritrova a dover affrontare con le stesse difficoltà gli stessi problemi che aveva prima di drogarsi (e spesso non sa cosa fare, poiché la comunità l'ha soltanto abituato a spersonalizzarsi, chiarendogli ogni giorno di più che il "suo" problema è un problema di "molti", per cui deve relativizzarlo); oppure, decidendo di restare in comunità (là dove è possibile), egli obbligherà la stessa comunità (che nel frattempo si sarà ingrandita) a scontrarsi con le esigenze e i meccanismi della società borghese, la quale, essendo più forte, la costringerà ad accettare compromessi d'ogni tipo pur di poter sopravvivere. In questo senso sarebbe interessante sottoporre le comunità a un rigoroso controllo economico e finanziario delle loro entrate e uscite.

Il massimo che la comunità è in grado di offrire a un giovane disintossicato che se ne vuole andare, è un lavoro più o meno qualificato col quale potrà reinserirsi in società, ma anche così egli non potrà risolvere i suoi problemi di fondo, di "senso della vita": sia perché dovrà scontrarsi con situazioni inedite per lui, che nella comunità non esistevano, in quanto il rapporto di lavoro era organizzato in condizioni diverse; sia perché, prima o poi, egli dovrà rendersi conto d'essere un privilegiato rispetto alle centinaia anzi migliaia di ragazzi non dediti agli stupefacenti che non sono riusciti ad avere le sue stesse opportunità o agevolazioni. Uno dei paradossi di questa società infatti è che le istituzioni, nel migliore dei casi, si preoccupano dei giovani non prima che si droghino ma dopo.

Le comunità quindi (quando addirittura non vengono create per sfruttare economicamente la questione della tossicodipendenza) assai raramente lottano per trasformare la società borghese: lo farebbero se denunciassero i loro propri limiti e i tentativi di strumentalizzazione da parte del potere politico, ma preferiscono non farlo, perché temono di perdere i contributi finanziari, di cui hanno sempre un grande bisogno. Ecco perché in definitiva esse non fanno che educare i giovani ad accettare la società borghese, incanalando il loro potenziale eversivo in una direzione conformistica. Tant'è vero che quando si fanno conferenze sul problema della droga, con l'aiuto di ex-tossici, gli operatori delle comunità spesso li presentano come se fossero un loro "prodotto commerciale", dando l'impressione che le varie comunità siano tra loro in gara nel dimostrare quale rieducazione alla società-così-com'è sia la migliore.

Per concludere, mentre la presenza dei drogati appare in fondo come il segno d'un malessere sociale, la presenza delle comunità è invece il segno di un'illusione sociale, quella di credere che ai problemi della società borghese si possa sempre trovare una soluzione non meno borghese. Con questo naturalmente non si vuole affermare che la comunità "non serve", ma solo che il senso della sua utilità non può prescindere dalla riflessione che si deve fare sui criteri di vita della nostra società.
Paqja eshte mbreti i kultures, lufta ushtari i saj
Chi è in equilibrio non evolve
.
(shkruar nga une)
Testo shpejtesine e internetit tuaj
Imazh
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Avatari i antarit
Drejtues

Poste: 137
Antarësuar: 29 Janar 2009, 21:45
Re: La Mafia Italiana di oggi..., Posted 25 Tetor 2009, 11:06
LA MAFIA OGGI (MA ANCHE PRIMA) E' UNA DELLE MALATTIE SOCIALI PIù BRUTTE DEL TERZO MILLENIO CONTRO LA QUALE NON ESISTONO ANTIDODI...E LA COSA PIU' ASSURDA CHE SUCCEDE è L'EFFETO CHE HA IN MOLTI GIOVANNI....CON TUTTE LE FICTION CHE SI STANNO TRABSMETTENDO LA VERA REALTà VIENE FILTRATA E I POTENTI DELLA MAFIA VENGONO VISTI SPESSO COME EROI...E MODELLI DA CUI PRENDERE ESEMPIO....SEMBRA QUASI CHE LE PERSONE SUBISCANO IL FASCINO DEL MALE SOPRATTUTO I GIVANNI ATTRAVERSO LA PERSUASIONE(ARMA POTENTE) FITIZIA DEI FILM....
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