Estratto da “La saga di padre Zef Pllumi, una confessione eterna.”

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Lexuar 2173
Estratto dalla Critica Letteraria “La saga di padre Zef Pllumi, una confessione eterna.”
di Agron Y. GASHI
Saga, libro dell’infanzia

Il libro “La Saga dell’Infanzia” (2009) è l’ultimo manoscritto di Padre Zef Pllumi, pubblicato postumo. A differenza dei suoi due libri monumentali e autobiografici, come “La Storia mai Scritta” e “Vivi Solo per Raccontare”, il libro “La Saga dell’Infanzia” tratta di un periodo che non era stato incluso nei libri precedenti: l’infanzia. Mentre i primi due libri indugiano tra le memorie e tra l’autobiografia, “La Saga dell’Infanzia” è un’autobiografia tipica scritta per essere il libro della vita. Poiché la catalogazione è stata data fin dal titolo, le ricerche per la interpretazione e l’analisi devono iniziare da qui. In primo luogo, la definizione del genere – così come insegnano le teorie contemporanee – quando viene esposta nella facciata del libro, in qualche modo è un invito a leggerlo in quanto tale, perciò le pretese dell’autore creano un patto di fiducia con il lettore.
Secondo i teorici, l’autore è ‘costretto’ a mantenere questo patto fino alla fine del libro. Fino a quando non accadrà diversamente, abbiamo ragione di credere alle scelte di catalogazione dell’autore e, naturalmente, anche nel suo racconto.
Padre Zef ha scelto come titolo “Saga”, una forma letteraria, che racconta la vita personale e familiare, mettendo in funzione la narrazione come una forma di comunicazione verbale. La ‘Saga’ nella letteratura scandinava, da dove è originaria, può essere una canzone epica, una leggenda, e nella letteratura tedesca è considerata la regina delle storie, probabilmente per un solo motivo: come da nessuna altra parte, vi si esibisce la narrazione personale.
Padre Zef ha scelto la forma migliore, la regina della narrazione per narrare la vita e la sua infanzia. Inoltre, i segni della narrazione autodiegetica vengono dati fin dal titolo, e come se tutto ciò non bastasse padre Zef definisce in modo esatto il genere nel sottotitolo: racconto autobiografico.
Il genere determinativo racconto autobiografico rafforza la tesi che l’autobiografia è una fissione sui generis, una grande autofinzione dove gli argomenti sono indicati, soprattutto quando viene vista con status di intertesto (Grillet, Barthes, Jefferson). Fin dall’inizio padre Zef ha riassunto tutti i piani del testo per una forma rigorosa autobiografica, com’è “La Saga dell’Infanzia”.

Se dobbiamo parlare con il linguaggio di Lejeuen la Saga di Zef Pllumi incorpora in sé le quattro categorie essenziali, le quali rendono possibile che un testo si qualifichi come autobiografico. La forma del linguaggio è una narrazione (in prosa), come tema ha la vita personale e la storia dello sviluppo della personalità, la situazione dell’autore viene resa tramite la chiara identificazione con il narratore visto che quest’ultimo rappresenta dignitosamente la prospettiva retrospettiva della narrazione autodiegetica.
In tal senso “La Saga dell’Infanzia” rappresenta l’autobiografia sensu stricto, in tutti i dialoghi con il testo.

I Racconti Autobiografici.

La Saga di padre Zef si struttura in sei racconti autobiografici come sei autobiografie: “L’Arrivo in questo mondo”, “La prima bugia”, “La fuga da casa”, “L’Ammissione in collegio”, “Con padre Gjergj Fishta”. Il primo racconto è più voluminoso rispetto agli altri, che sono quasi uguali. Come nella trilogia “Vivi Solo per Raccontare”, il tema dei racconti autobiografici è esplicito fino dai titoli. I titoli sono segnalatori delle vicende e indicano il corso del racconto retro- introspettivo autodiegetico. Anche se, per essere un testo tipico autobiografico e per attenersi all’intesa referenziale chiamata da Lejeune ‘il patto autobiografico’, sono necessari anche gli altri indizi: la scelta dei titoli, l’intenzione data all’inizio del testo e l’accenno al nome almeno lì dove si pensa che siano presenti i contorni principali del testo.
Nella Saga di Padre Zef, la scelta dei titoli è stata fatta a seconda delle situazioni della vita che lui ricorda meglio e che naturalmente testimoniano e conservano il carattere della figura principale del testo, sia come persona che come personaggio letterario. I suoi testi sono anche preceduti da frammenti autobiografici che hanno lo status di epitesti letterari e con i quali l’autore si rivolge al lettore. Questo è un inizio per un patto fiduciario e per un passo nella grande narrazione della vita. Questo succede all’inizio del libro “La Storia Mai Scritta”, nella trilogia “Vivi Solo per Raccontare”e nella “Saga D’Infanzia”:

“Il lettore capisce benissimo che io non ho vissuto neanche un singolo secolo. Il luogo nel quale sono nato, le vicende che ho vissuto, le diverse circostanze del mondo e della mia vita mi portarono la fortuna o la sfortuna – pensalo come vuoi – di vivere realmente l’epoca della pietra, le civiltà pre-cristiane, i tempi classici, l’epoca medievale, tutto nel ventesimo secolo. Ma non sono contento di tutto ciò. Io ho sempre aspirato ad un’altra epoca del futuro per tutta l’umanità.
Verrà mai quell’epoca? Io ci credo.”

Nel primo racconto “L’Arrivo in questo mondo” l’autore ricorda e descrive i primi momenti durante la sua nascita. Il racconto ha le dimensioni di una confessione raccontata due volte; l’autore racconta la narrazione che a lui hanno raccontato altri, un tipo di sovraracconto (iperfinzione ) autobiografica:

“Non mi ricordo il giorno in cui sono nato poiché non sono così intelligente, e in realtà non lo so nemmeno oggi, ma ho creduto ciecamente a quello che mi hanno raccontato gli altri. Questa è una realtà storica? Non lo so.”

Nel racconto “La prima bugia” l’autore si presenta con tutte le peripezie umane; un’altra scelta questa verso il mito del soggetto, non celebrando sé stesso, ma facendo atti usuali come la gente comune. Nella maggior parte scrive modellandosi sulla prosa infantile e presentando la conferma, la narrazione e l’informazione allo stesso livello.
In questo modo il racconto “La prima bugia” è semplicemente un racconto personale, nel quale il soggetto non si presenta come un essere perfetto nel testo.
Nel racconto “Il desiderio di diventare prete” le categorie del racconto si susseguono. Il tempo e lo spazio vengono dati in modo esatto. Le persone reali vengono presentate con il nome e cognome. Descrivendo il desiderio di diventare missionario della fede, il testo prende un colore emozionale, anche senza essere un testo intransitivo nel senso Barthesiano.
Così come nell’autobiografia di Noli, anche nella Saga di Padre Zef Pllumi i titoli indicano azioni e idee. Questo viene testimoniato dal racconto “Fuga da Casa”, nel quale il desiderio per la dottrina dell’amore prende la forma di un leitmotiv che si muove da un racconto all’altro in modo indissolubile. Questo desiderio e amore viene esplicitato ancora di più proprio laddove si sottolineano i segni e i miti della grandezza personale. L’autore si attiene alla cronologia e al racconto lineare, in modo tale che l’autobiografia conservi la coesione e il racconto la coerenza. In certi casi, dentro un frammento autobiografico la descrizione e il racconto funzionano insieme. Nei momenti in cui manca l’uno si presenta l’altro; la scrittura diventa indicativa e rappresentativa conservando la drammaticità dell’evento nella forma del dialogo.
La stessa forma del retro-racconto si osserva anche nel racconto “L’Ammissione in Collegio”, che rappresenta un forte nodo autobiografico per il fatto che l’autore fa emergere di più l’accordo referenziale, integrando all’interno della scrittura anche la descrizione e il racconto.
La descrizione degli uomini montanari è inusuale, come lo è la narrazione delle tradizioni e usanze popolari: il rito della morte, dell’ospitalità, lì dove la cultura della comunicazione e di un certo atteggiamento non conosceva età ma l’ordine e il kanun. Il codice e il discorso popolare favoriscono il desiderio di raccontare la vita, la missione della quale era diventata il suo scopo fin dal libro “Vivi Solo per Raccontare”.
A differenza dei racconti precedenti, nel racconto “Con padre Gjergj Fishta” il discursus letterario si intreccia con quello informativo. L’autore per stare al centro del testo si attiene alla scrittura autobiografica: la storia su di me, nel quale si mostra il codice culturale che si collega con la formazione e la scuola francescana. Comunque, il racconto “Con padre Gjergj Fishta” è autobiografico e costruito da due strategie narrative retrospettive: l’infantilismo e, in chiusura, l’uomo maturo. L’integrazione di queste strategie all’interno di un testo autobiografico da parte della teoria moderna viene riconosciuta come un dono e una maestria dei grandi narratori, quale è Padre Zef Pllumi.

Semiautobiografia: introduzione all’autofinzione

Essendo stata accettata tardivamente come genere, tutte le cose che sono state dette riguardo all’autobiografia sono state nella maggior parte teorizzazioni della prosa funzionale con aggiunte di segni autoreferenziali. Da qui sono stati generati anche i concetti e le nozioni teoriche riguardo la teoria di questo genere letterario. Ultimamente la teoria strutturale ha dimostrato che esistono diversi generi di autobiografia, come: l’autobiografia discorsiva, la strutturata sui discursi, l’autobiografia ‘epica’ che prova a rappresentare la narrazione oggettiva, l’autobiografia finzionale nella quale si considera il principio del flusso cronologico degli eventi. Davanti a loro si colloca il tipo ‘lirico’, che capovolge la cronologia degli eventi e nella quale non c’è un sistema di dati, bensì una separazione nel tempo e nello spazio.
Da qui la grande divisione dei modelli autobiografici nella letteratura albanese, che si è rivelata essere letta come una autopoetica; ed ecco perché abbiamo il modello autobiografico soggettivo (lirica) che mira all’obiettività e il modello autobiografico oggettivo (epico) che mira alla neutralità. Per il primo modello è tipico il racconto in prima persona, mentre per il secondo quello in terza persona. In questo contesto “La Saga dell’Infanzia”, analizzata secondo tutti i criteri della teoria moderna dei generi, appartiene al modello dell’autobiografia soggettiva. Padre Zef Pllumi ha scritto la Saga in prima persona singolare, segno di soggettività della scrittura tramite la quale tenta di stabilire la legittimità del genere letterario (Anderson). Come nella trilogia della memoria, racconta anche in terza persona in modo da lasciare spazio anche a coloro che assumono le premesse di personaggi letterari. Tuttavia, tale soggettivismo viene visualizzato nella parte anteriore del libro, sia come un atteggiamento del narratore che come una figurativizzazione della situazione: “Io che vissi tanti secoli”.
Questa frase, oltre a significare la sofferenza dell’autore, rompe le regole del genere alle quali si riferiva Derrida, poiché il tempo oggettivo viene trasformato in tempo soggettivo, per far strada alla semiautobiografia; questa era la nozione dei teorici tedeschi riguardo l’autobiografia, che si porta dietro i segni letterari finzionali (Aichinger).
La semiautobiografia è un’autobiografia in cui i segni letterari si manifestano in tutto il testo. La semiautobiografia è un testo autofinzionale poiché siamo in una zona in cui il soggetto e l’oggetto sono uno. In questo caso, “La Saga dell’Infanzia” più che autobiografia è semiautobiografia, una autofinzione divisa in autobiografemi. Naturalmente, qui gli autobiografemi si strutturano come racconti di finzione auto-referenziali. Padre Zef dimostra praticamente che la scrittura autobiografica non è solo una scrittura che documenta, come i diari, le cronache e le vecchie saghe famigliari, ma è anche uno scritto intrapersonale con effetti di finzione; questo scritto è diventato multi-genere e multi-disciplinare nella misura in cui è stato – a seconda dei casi – trasformato in finzione oppure in non finzione (K. Rrahmani).
In questo modo l’autofinzione è presente nei primi frammenti della “Saga dell’Infanzia”, che inizia in prima persona per spostarsi poi in terza persona. Con il trasferimento della narrazione dalla prima alla terza persona, oltre a cercare l’obiettività si verificano variazioni nel tempo e nello spazio.
Nei testi di finzione i superamenti narrativi hanno lo scopo di creare effetti convincenti. Quando i passaggi sono efficaci possono fornire un’idea completa, e quando non lo sono creano confusione nel lettore (M.V. Llosa).
Superamenti del genere nella Saga di Padre Zef danno degli effetti positivi poiché preservano la coerenza della narrazione, collegando il filo della storia con il filo della vita in una ricostruzione completa della vita nella carta che è sempre stata l’aspirazione del genere dell’autobiografia.
Questi superamenti, da una persona reale ad un’altra persona reale oppure finzionale, sono note come superamento di qualità. In questo modo la retronarrazione fluisce in diverse linee dove operano diversi codici: il codice mimetico e quello mitico. Il codice mimetico è reale mentre quello mitico è finzionale.
Durante l’estrazione del codice mimetico reale, il discursus personale domina nel testo. Mentre quando si intercala il codice mitico regna il discursus impersonale; l’autore descrive le tradizioni e i rituali della nascita in montagna. Il codice mitico si mette in funzione tramite l’inter-narrazione, lì dove l’ autobiografema si converte in mitologema. In poche parole, il codice mitico, in gran parte trasforma l’autobiografia di padre Zef in semiautobiografia per consolidarsi in un accordo di testo auto-referenziale.
(continua…..)
Traduttore: Brunilda Ternova/Brunildaternova.blogspot.com

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Posted by on 08/08/2010. Filed under Albania. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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