I Pelasgi gli antenati di tutti i popoli indoeuropei

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Lexuar 4364
I Pelasgi, un popolo antichissimo, gli antenati di tutti i popoli indoeuropei, furono un popolo che seppe illuminare e insegnò la cultura all’Europa, di loro si conosce poco, o meglio dire quasi nulla.
I’alfabeto di questo popolo misterioso si chiama Pelasgico poiché a quella civiltà risale, DIODORO il SICULO ci informa che i poeti preomerici si esprimevano proprio con quell’alfabeto, e dalla stessa fonte, apprendiamo che, almeno 10 secoli aC. Si usava quella stessa scrittura. Inoltre Diodoro riferisce che furono i Pelasgi a portare per primi l’alfabeto in Italia, nonche’ nel resto dell’Europa, praticando opportuni adattamenti e migliorie.
Anche Plinio il Vecchio conferma le informazioni di Diodoro.
Virgilio (Eneide, VIII, V. 62-63), scrive:
Si dice che i primi abitatori della nostra Italia furono i Pelasgi”.
Dagli autori dell’antichita’ abbiamo appreso che prima dell’arrivo dei Greci, il terrotiorio dove si stabilirono si chiamava Pelasgia, Le varie fonti ci informano inoltre, che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e facendo proprie le loro divinità.Varie popolazioni, specie quella pelasgica, hanno dato al paese il loro nome
Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6)
Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore
Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240)
Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’ARCADIA, il “DIVINO PELASGO”, molto prima della luna
La citazione di Pindaro potrebbe apparire valida solo come ispirazione poetica, forse perfino mitologica, però malgrado cio’, scienziati posteriori hanno dimostrato che la luna e’ un frammento staccato dal nostro globo.
Omero menziona i Pelasgi fra gli alleati dei Troiani, (Illiade, II, 840-843) e narra che Achille pregava lo “ZEUS PELASGICO DI DODONA” (Iliade, XVI, 223). Omero li menziona anche come “POPOLI di CRETA” , (Odissea, XIX, 177).
Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una “patria” che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i “Tirreni”.
La caratteristica struttura della muratura della cittadella di Atene ha fatto si che tutte le costruzioni in blocchi non squadrati e senza l’uso di malta abbiano avuto il nome, di “muratura pelasgica” esattamente come talvolta sono dette “mura ciclopiche”, cioè costruite dai Pelasgi, coloro che insegnarono ai greci i metodi delle costruzioni, il modo di scrivere e la cultura.

Potremmo continuare all’infinito con citazioni sui Pelasgi, per terminare ad ogni modo e sempre che le civiltà in generale cominciano con i Pelasgi, ma la domanda principale che sorge a questo punto è : Esistono ancora i Pelasgi? Se si, chi sono?
Nermin Vlora Falaski, nel suo libro “Patrimonio linguistico e genetico” (scritto anche in lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con la lingua odierna Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi (Discendenti degli Illiri) siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Qui di seguito proporremo alcune traduzioni di Falaski:
Dunque, in Italia esiste la località dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale.
Nota: Molti autori sostengono che la parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per dire “terra”.
In Toscana si trova un’antichissima città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona, (Nota, in Albanese: COR=raccolti, TONA=nostri, cioè “i nostri raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si accede a una rapida collina, in cima alla quale si trova un bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi floreali.

La nave è per noi fierezza, coraggio e libertà
La voce verbale â o âsht (in Italiano è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei Toschi, si impiega la voce ësht.
Le varie fonti ci informano che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio DE-MITRA (Dhe=terra Mitra=utero, cioè la DEA MADRE TERRA), nonché AFER-DITA(Afer=vicino, Dita=Giorno, più tardi chiamata Venus dai Romani, oggi Venere).
I Pelasgi, che furono chiamati anche “Popoli del mare”, poiché erano abili e liberi navigatori, chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio.
Parole con la radice Lir la troviamo con lo stesso significato nelle seguenti lingue:
Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade).
In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri.
Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, etj, Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese:
E TRURIA(E=di, TRURIA= Cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI=aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante).
Il nome Pelasgi si può riferire alla parola Albanese PELLG (mare profondo), come in italiano “pelago”.

Sopporta il tuo dolore e piangi se ti aiuta, però affidalo alla terra calda, alla Grazia Celeste e al Supremo Bene
È importante notare che il linguaggio di questa iscrizione è talmente simile all’Albanese odierno, che con difficoltà si può pensare che risalga a più di duemila anni fa.
In generale, le iscrizioni più antiche si presentano formulate da destra a sinistra e continuando talvolta da sinistra a destra, cioè in forma bustrofedica, e spesso senza interruzione tra una parola e l’altra. Però questo documento di Durazzo è stato inciso da sinistra verso destra, ciò che dimostra la sua origine più recente, quando l’alfabeto latino, molto più pratico, si era già affermato e ormai si scriveva sempre da sinistra verso destra.

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Andando alla ricerca di nuove iscrizioni, dall’Egeo all’Atlantico e casualmente in Egitto ed oltre, non solo nel tentativo di scoprire il loro contenuto, ma anche per verificare la monogenesi delle lingue che viene sostenuto da eminenti studiosi, nel Museo Archeologico di Atene è stata incontrata una stele molto antica che contiene un’iscrizione bustrofedica redatta con l’alfabeto dei Pelasgi ed è di contenuto funerario. Questa stele è stata scoperta nell’isola di Lemno e, in generale, viene considerata molto difficile e poco convincente ogni tentativo di comprendere il contenuto di quella scrittura. Ed è per questo che fino ad oggi pochi si sono seriamente impegnati a sciogliere quell’enigma. Cominciamo mostrando questa Stele di Lemno, attribuita al VI secolo a.C. (ma da alcuni qualificati studiosi ritenuta anche più antica). Però, osservando con attenzione l’iscrizione, fin dalle primissime parole, si nota che è stata incisa nella lingua pelasgo-illirica, come nel resto dei territori euro-mediterranei, ed è perciò evidente che si comprende solo attraverso l’albanese, ecco qui di seguito la traduzione Questa iscrizione interamente bustrofedica, dove si possono leggere continuamente le lettere “TH” e “H”, per rappresentare sospiri e singhiozzi, come noi faremmo oggi “AH” e “OH”, contiene un tormentato lamento funebre, ovviamente per la morte di un congiunto che era stato anche un grande eroe, come dimostra il ripetuto orgoglio di tutta la parentela. Riscriviamo ora la Stele in una forma più sciolta adattandola ai tempi nostri:

“LUTTO, siamo in pieno lutto,
angoscia, disgrazia dappertutto,
donne coperte dal velo nero.
Lutto hai dato ai parenti, o parente!
Egli è della nostra stirpe, Ah!, Oh!
Ci è stato strappato via, che disgrazia.
Ma per quale colpa, questa sciagura?
Gelido è il suo trono d’oro, Ah!
Della sua fama fieri eravamo, Oh!
Lutto, lutto nel mondo intero,
strappandolo via, siamo stati decapitati!
All’improvviso ci colpì questo lutto, Ah!
Ahimè, per quale mai colpa? Oh!
Parente nostro egli fù,
ma perché con questo lutto ci colpì?
Nel lutto, nella disperazione, Ah!
Ci soffocano le lacrime, Oh!
Egli che ha fatto vivere la nostra stirpe,
per quale colpa, ora, la estingue?
Ah! Oh!
Oh! D’oro era Lui,
ferito da coltello, che disgrazia,
soffrì tanto, in silenzio,
senza mai proferire insulti!
Ah! Oh!
Tu, parente, ci hai decapitati, Oh!
Tu, la vita a noi piena di spine hai reso, Ah, Oh!”

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La parola “ZI” o “SI” (lutto) la troviamo, fra altre, anche in questa breve iscrizione, ma di notevole contenuto, in una stele al museo archeologico di FELTRE (Italia)

Bisogna tenere sempre presente che la ricchezza linguistica dei popoli è l’unico archivio documentario incontestabile, specie quando mancano altre prove, ma è soprattutto la principale testimonianza della creatività umana.
Diversi studiosi sostengono la tesi della monogenesi delle lingue, particolarmente durante questi ultimi 2 secoli, allorché il progresso delle comunicazioni ha dato alle persone la possibilità di muoversi con facilità e di avere contatti anche con popolazioni in zone molto remote.
Sono stati citati gli studiosi italiani Alfredo Trombetti, Elia Lattes e Francesco Ribrezzo i quali sono validi sostenitori di questa tesi, oltre che alla provenienza illirica dei popoli italici. Oltre agli autori Sopraccitati, vi sono altri studiosi , nonché tedeschi, austriaci, francesi ed inglesi che affermano l’origine illirica delle popolazioni italiche. Un particolare merito va al prof Zacharie Mayani, docente alla Sorbona, il quale negli anni 1970 ha pubblicato 3 grossi volumi, per sostenere che la lingua etrusca si interpreta solo attraverso l’albanese odierno. Per verificare la veridicità della sua scoperta, ha studiato l’albanese, prima a Parigi, quindi si è recato in Albania, per perfezionarsi. I tre volumi pubblicati da Mayani si intitolano: “Les Etrusques Commencent a Parler” , “Les Etrusques Parlent” e “La Fin Du Mystère Etrousque”.
Ad ogni modo, colui che per primo ha lanciato e diffuso l’idea della monogenesi delle lingue fu Sir William Jones (1746-1794), famoso orientalista che alla fine della sua intensa vita conosceva 28 lingue. Comunque, nei nostri giorni, il sostenitore valido di questa tesi è il prof. Colin Renfrew dell’università di Cambridge, che nella sua opera “Archeaology and Linguistics” pubblicata nel 1989, scrive:
“La ragione principale della pubblicazione di questo mio lavoro è per mettere in evidenza che gli archeologi di questi ultimi anni, per ricomporre il passato non hanno preso nella dovuta considerazione la testimonianza della linguistica”.
Nel nostro globo, vi è sempre un’orizzonte, oltre il quale non è possibile vedere. Così, per quanto riguarda l’antichità, il nostro orizzonte sono i Divini Pelasgi. Essendo stati loro i primi inventori della scrittura fonetica, non possiamo negare che la vera cultura comincia con i Pelasgi, come d’altronde abbiamo appreso da vari autori dell’antichità.
Leggiamo ora alcuni documenti epigrafici rinvenuti dall’Egeo all’Atlantico, dove si menzionano le parole Pelago-illiriche YJ, ARNO, REZE ed altre, sempre con lo stesso significato.
Cominciamo inizialmente con le iscrizioni che si trovano oggi in Albania:
Su questo stupendo tempietto della città-stato di Apollonia, si trova una bella iscrizione del III secolo a.C che narra di stelle (YJ) e di un bambino (FIMI).

“Il bimbo che è stato affidato a questo Tempio, ora è Deificato”
<<Sia per il bene>>
Dopo aver letto questa iscrizione dell’Illirica, che, senza dubbio, corrisponde alla parlata odierna albanese, concentrata l’essenza del proprio significato, ora leggiamone un’altra ugualmente bella, di Durazzo, che come la precedente narra di Deificazione (YJNERIM, al sostantivo) e che appartiene al II-I secolo a.C.

“Deifica (la sua anima, Signore), fa che appartenga alla Tua dimensione” <<sia per il bene>>
Erodono ci ha spiegato che, prima dell’arrivo dei Greci, quel territorio si chiamava PELASGIA. Ci ha anche raccontato che i Greci impararono dai Pelasgi l’arte della lavorazione dei metalli, la costruzione delle mura, la scrittura che raffinarono e che fino alla scoperta del latino, fu l’unica scrittura divulgativa. Ancora oggi, nei vari musei dell’albania vi sono epigrafi redatte con l’alfabeto greco, il cui contenuto si comprende tuttavia non con la lingua greca, ma con quella albanese, ad eccezione dei neologismi frattanto formatisti. Ad ogni modo, più avanti leggeremo interessantissime scritture.

Ora stavamo trattando le iscrizioni che contengono le parole YJ (stelle) come già visto, nonché quelle con ARNO (Creatore) e REZE (raggi).
Dato che parliamo della monogenesi delle lingue, ritorniamo a questa riva dell’Adriatico e leggiamo nel museo archeologico di Siena questa iscrizione che si trova su uno stupendo sarcofago, dove peraltro si trovano insieme tutte e tre le parole che intendiamo trattare (YJ, REZE e ARNO).
Dai bassorilievi che compongono il sarcofago, con i personaggi in stato di meditazione e con la Dea VEND (Patria) al centro, si può facilmente dedurre che la scrittura ha contenuto cosmogonico.

Come si sa, RESA chiamavano se stessi gli etruschi, Ora componiamo questa iscrizione nella sua forma dinamica odierna:
“Arno, (Creatore), poiché tu per noi sei nelle stelle, meriti la commemorazione di tutti i RESA (Etruschi)”.
La parola “ARNO” oggi la troviamo solo nella lingua albanese con un significato declassato di “restauratore”, però, restaurare una cosa danneggiata, significa “ricrearla”, quindi l’interpretazione della parola ARNO in questa e in moltissime altre iscrizioni dell’Etruria penso sia valida.
Inoltre, vi è il ben noto fiume ARNO che bagna, fra altre, la fiorente città di Firenze: e noi sappiamo che le civiltà sono sempre nate vicino a fiumi importanti.
YJ (stelle): neanche questa parola è stata trovata in altre lingue, tranne che nell’albanese, pur essendo molto comune nei documenti epigrafici dell’antichità, dall’Egeo all’Atlantico.
YJ, YJNOR, HYJNERON sono termini provenienti dal pelasgo-illirico-etrusco. Infatti, se ne trovano in abbondanza nelle loro iscrizioni, ma oggi si usano solo nella lingua albanese. Da questo si può dedurre che le varie forme di YJ potrebbero essere di origine proto-indoeuropea. E si può arrivare a questa conclusione prendendo in considerazione tutte le altre lingue indo-europee che non chiamano “YJE” le stelle, bensì: Sanscrito(Astra), Italiano(Astri:stelle), Spagnolo(Estrella:estreja), Portoghese(Estrema), Inglese(Stars), Greco(Astro-Asteri), Romeno(Stea e Vedeta), Persiano (Setareh), Tedesco (Stern).

Nella Penisola Iberica si trovano iscrizioni molto simili a quelle dell’Illiria e dell’Etruria, incise con l’alfabeto pelagico-fenicio e si interpretano sempre attraverso l’albanese.
Abbiamo menzionato le iscrizioni con la parola YJE e derivate. Ora, per rimanere nel tema, tra le altre iscrizioni del Portogallo del Sud, scoperte ai primi del XVIII secolo e finora mai decifrate, vediamo questa epigrafe che appare sulla stele n.22.

***

Illyria Precisiamo che quando si parla degli Illiri, si parla degli antenati degli albanesi.

Pare strano paragonare l’antica Albania, cioè la grande ed evoluta Illiria, con la piccola Albania attuale, smembrata, e mortificata perfino dagli eventi disumani degli ultimi 50 anni di spietato comunismo, la democrazia è recente in Albania, recentemente, iniziando dalla capitale (Tirana), il suo tipo di economia sta iniziando a fiorire, si vedono discoteche, locali, costruzioni costosissime etc. ma adesso parliamo di moltissimi anni fa, molto ma molto prima della sua storia recente. L’antica Illiria, era il paese dei liberi “liri”. Si estendeva nei Balcani occidentali a sud del Danubio ed era formata da una serie di varie tribù evolute che vivevano attorno alle città stato, dove a capo c’era un unico re, e diversi re si succedettero al trono durante la sua storia, qui indicheremo solo gli ultimi, quelli nel periodo di massima fioritura dell’Illiria.
Con il re Glauco, (312 a.c) il paese aveva raggiunto il massimo dell’evoluzione, e col suo governo che dedicava tutte le proprie risorse alla cultura e benessere, l’Illiria aveva goduto di 80 anni di pace. Il suo erede fu Agron che aveva tendenze militari, e secondo il racconto di Stradone, nessuno dei suoi predecessori aveva reso tanto potente il paese dal punto di vista bellico. Forse Agron era preoccupato dalla crescita di una nuova potenza, quella di Roma, che era in continua espansione, e che rappresentava un pericolo per l’illiria, dopo la morte di Agron andò al trono la regina Teuta, si dice che non fosse molto gradita ai Romani, che la chiamavano “la regina isterica”.
Durante il suo Regno aveva fatto molti trattati e alleanze.
Dopo che un membro di ambasceria romana fu ucciso, Roma attaccò l’Illiria con ingenti forze, e dopo uno scontro cruento, le 2 parti decisero una tregua con condizioni giudicate disonorevoli dalla regina Teuta che si suicidò. Venne sostituita dal re Genzio, diplomatico e naturalista, la scoperta delle qualità mediche della “genziana” è dovuta a lui.
Genzio decise di fare la città di Shkodra (Scutari), nel nord dell’Albania attuale, capitale dell’Illiria, accrebbe il potere centrale e ordinò che solo Scutari potesse coniare moneta. Purtroppo, non tutte le città-stato aderirono, rendendo, forse sotto l’influenza romana, più gracile e vulnerabile L’illiria.
Con il pretesto di un’alleanza di Genzio con la Macedonia, Roma sferrò una terza guerra contro L’illiria divisa, indebolita, e la conquistò nel 168 a.c completando il dominio su tutti i balcani.
Roma smembrò il paese in 3 province, in modo da renderne più sicuro il dominio, e per quanto rispettasse tradizioni e costumi, dette inizio al tramonto di una grande civiltà…
Le culture dei vincitori prevalgono su quelle dei vinti, solo la terra è capace di conservare nel suo grembo materno le testimonianze indelebili di una civiltà fagocitata dalla follia umana che, nel tentativo di prevaricare su tutto e su tutti, con immatura incoscienza, occulta ciò che sarebbe stato utile alla comune evoluzione dell’intera umanità. Comunque, anche dopo l’occupazione, le scuole dell’Illiria illuminarono le menti di molti personaggi di Roma. Tra i più noti possiamo citare Giulio Cesare, il quale si perfezionò nelle scuole di Durazzo, come narra lui stesso nel “De Bello Civili”.
Un’altra grande mente di Roma che studiò nelle scuole dell’Illiria, e precisamente nella citta-stato di Apollonia, fu Augusto, il quale amò quel luogo durante tutta la sua vita.
Comunque, oltre a legionari valorosi, l’Illiria diede a Roma e a Bisanzio molti imperatori, tra i quali ricordiamo:
Aureliano, detto “Restitutor Orbis” (214-275)
Diocleziano (255-313)
Costantino il Grande (274-337)
Giustino I (450-528)
Giustiniano il Grande (482-565)
Giustino II (morto nel 578)

Quei territori, subirono eventi tragici, e culminarono con la dominazione Ottomana (Turka), che durò quasi 5 secoli, l’Albania ebbe però azioni gloriose dal 1443 al 1479 con l’eroe Giorgio Kastrioti Skanderbeg, il principe di Kruje, con gesti che hanno dell’incredibile, unì le tribù dell’Epiro e dell’Albania, e resistette per 25 anni ai tentativi di conquista dell’Impero Ottomano (Turco)

Gjergj Kastrioti (nell’immagine) naque in Kruje da Gjon Kastrioti, signore dell’Albania centrale, che venne obbligato dai Turchi di rendere omaggio (pagare tributi) all’Impero Ottomano. Per assicurare la fedeltà dei dominatori locali il Sultano Turco prese suo figlio come ostaggio e lo portò nella sua corte. Gjergj Kastrioti partecipò alla scuola militare nell’Impero Ottomano e venne chiamato Iskander Bey che in turco significa Lord Alexander.
Lui si distinse per la sua immensa intelligenza, sapeva parlare il turco, arabo, greco, l’italiano, bulgaro e il serbo-croato, ed era espertissimo nella strategia militare a tal punto da guadagnarsi la fiducia del sultano.
Lui combattè per gli Ottomani, fino a quando alla testa di un gruppo di fedelissimi, si riprese il castello di Kruje in Albania.
il sultano Murad II, furioso per il tradimento del suo protetto, inviò contro gli albanesi, un potente esercito, guidato da Ali Pascià alla testa di 100.000 uomini. Le forze di Skanderbeg erano notevolmente inferiori numericamente, ma grazie alla sua tattica militare i turchi riportarono una cocente sconfitta.
L’esito dello scontro rese ancora più furibondo il sultano, che ordinò a Firuz Pascià di distruggere Skanderbeg e gli Albanesi e così il comandante ottomano partì alla testa di 15.000 cavalieri. Skenderbeg ne uscì anche questa volta vittorioso, ormai le gesta di Skanderbeg risuonavano per tutto l’occidente, Skanderbeg si guadagnò i titoli di “difensore impavido della civiltà occidentale” e “atleta di Cristo”.
Ma Murad II non si rassegnava, dispose agli ordini di Mustafà Pascià due eserciti per un complessivo di 25.000 uomini, di cui metà cavalieri, che si scontrarono con gli Albanesi, l’esito fu disastroso, si salvarono solo pochi turchi e a stento Mustafà Pascià.
Le imprese di Skanderbeg, tuttavia, preoccupavano i veneziani, che vedendo in pericolo i traffici nel frattempo stabiliti con i Turchi, si allearono con il sultano per contrastare Skenderbeg. La battaglia vide la sconfitta dei veneziani.
Nella primavera del 1449, Murad II in persona intervenì contro l’Albania alla testa di 100.000 soldati. Tra scontri ed assedi i Turchi persero metà dell’esercito e il comandante Firuz Pascià venne ucciso personalmente da Skanderbeg.
Alfonso d’Aragona, preoccupato dalla grandezza ottomana, diede successivamente aiuti militari a Skenderbeg per la lotta contro gli Ottomani.
Maometto II, sucessore di Murad, decise di mandare due armate contro l’Albania; una comandata da Hamza-bey, l’altra da Dalip Pascià. Nel luglio del 1452 le due armate furono annientate e mentre Hamza-bey fu catturato, Dalip Pascià invece morì in battaglia.
Altre incursioni turche si tramutarono in sconfitte, Skopljë il 22 aprile del 1453, Oranik nel 1456, il 7 settembre 1457 nella valle del fiume Mati. Infine, nel corso del 1459 in una serie di scontri scaturiti da offensive portate questa volta da Skanderbeg, altre tre armate turche furono sbaragliate.

La fama di Skanderbeg fu incontenibile, al sultano turco non rimase altro che chiedere di trattare la pace, ma il Castriota non ne volle sapere e continuò la sua battaglia.
Nel 1458 si recò in Italia per aiutare Ferdinando I, re di Napoli, figlio del suo amico e protettore Alfonso d’Aragona nella lotta contro il rivale Giovanni d’Angiò e del suo esercito.
Intanto, altre due armate turche comandate da Hussein-bey e Sinan-bey, nel febbraio del 1462, mossero contro gli albanesi costringendo Skanderbeg a rientrare in tutta fretta nella sua patria, per guidare il suo esercito. Ci fu una furiosa battaglia presso Skopljë che vide i turchi annientati e il sogno di Maometto II, di far giungere il potere musulmano fino a Roma infrangersi. La decisione finale fu un trattato di pace firmato il 27 aprile 1463 tra Maometto II e il Castriota..

Note:
– La strada che portava a kruje, fu chiamata dai Turchi , “jezitjoll”, cioè la via del diavolo.
– Un partecipante alla spedizione contro l’Albania disse “il loro guerriero più debole è paragonabile al più forte dei nostri guerrieri turchi”

Sceremet-bey fu incaricato di muovere contro gli albanesi ma i turchi furono nuovamente sconfitti. Il figlio di Sceremet-bey fu catturato e rilasciato a fronte di un grosso riscatto.
L’anno dopo, scongiurato il pericolo della crociata, il Sultano intravide la possibilità di farla finita con il Castriota, mise insieme un poderoso esercito affidandolo ad un traditore albanese, il quale era stato cresciuto allo stesso modo di Scanderbeg, Ballaban Pascià. Ma anche quest’impresa fallì; l’esercito turco fu messo in fuga dalle forze albanesi.
Ancora una volta, nella primavera del 1466, riunì forze imponenti, mosse contro gli albanesi e cinse d’assedio Krujë; una serie di scontri furiosi, nel corso dei quali Ballaban Pascià fu ucciso, portarono Skanderbeg ad un’ennesima e straordinaria vittoria. Maometto II ostinatissimo nella sua lotta contro il Castriota, riorganizzò il suo esercito e, nell’estate del 1467, pose di nuovo l’assedio a Krujë, ma, dopo innumerevoli tentativi, dovette rassegnarsi e ritirarsi.
Finchè Skanderbeg rimase in vita, i turchi non riuscirono mai a conquistare il suo impero.
Skanderbeg morì di malaria, ad Alessio, il 17 gennaio 1468, krujë l’eroica cittadina cadde nelle mani turche dieci anni dopo.
Tuttavia i Turchi non riuscirono a cancellare la gloria di Kruje. L’onda delle spedizioni militari turche insieme alle città distrusse castelli, cattedrali, palazzi ed edifici pubblici ereditati dai secoli passati. Assieme a questi si distrussero o andarono persi anche importanti dipinti e sculture, furono bruciati documenti e manoscritti di valore inestimabile; e nonostante tutto la roccaforte di Kruje, pur mutilata, rappresenta un glorioso monumento della resistenza eroica e dello spirito creativo degli albanesi.

L’Albania riconquistò l’indipendenza solo nel 1912 sotto la guida del democratico ISMAIL KEMAL e il paese cominciò a sanare le sue enormi ferite multisecolari, anche se un’altra disgrazia colpì l’Albania, l’occupazione fascista, come reazione ci fu il comunismo, che durò quasi mezzo secolo.
Ora, finalmente l’Albania ha saputo scegliere la democrazia, che sta mettendo in piedi il paese e la sta facendo meritare il diritto al suo posto in Europa, posto che le spetta dall’epoca della grande ed evoluta Illiria che seppe irradiare ovunque la sua illuminata cultura di provenienza Pelagica.

San Giovanni di Medua/Stormfront.org

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Posted by on 07/06/2010. Filed under Albania. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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